![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 GENNAIO 2002 |
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Gregory: ecco la mia felicità "Usare la ragione come bussola,
sentirsi in pace con sé. Di più non so"
Lo scorso settembre,
nel cuore dell'Emilia più carnale, sanguigna e godereccia, tra Modena, Carpi e
Sassuolo, si dettero appuntamento un bel po' di studiosi. Per la prima edizione
di un Festival, dedicato a una disciplina in apparenza ardua e impervia, ma che
di sicuro è in grado di far pensare, e cioè di seminare, al tempo stesso, pena
e consolazione. Stiamo parlando della filosofia che, per l'occasione, usciva
fuori da cenacoli ed accademie, scendeva in strada, entrava nei bar, nei
ristoranti, nei supermercati, a discutere di "felicità". Di
quell'incontro settembrino usciranno gli Atti ed avremo dunque modo di tornarci
su: anche perché nelle tante occasioni di stimolante dibattito furono coinvolti
battitori liberi come Manlio Sgalambro,il pensatore siciliano che da anni
collabora alle mille iniziative culturali del cantautore Franco Battiato; ed
accademici come Marramao, Severino, Veca, Bodei. E Tullio Gregory,
ordinario di Storia della Filosofia all'Università di Roma, accademico dei
Lincei, collaboratore tra i più prestigiosi dell'Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, noto in tutta Europa per il valore delle sue ricerche(due anni fa è
uscito in Francia il suo, "Genèse de la raison classique de Charron à
Decartes"), ma anche una di quelle persone di tutto curiose(compresa la
"cultura della tavola")con cui è piacevole parlare. Nella certezza di
imparare qualcosa. Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. La filosofia
serve a rispondere a questo? E lei, trovandosi di fronte dei sedicenni,
riproporrebbe il ruolo del filosofo più o meno in questi termini?
Non credo
che compito del professore di filosofia sia suggerire risposte ai cosiddetti
massimi problemi; il professore di filosofia non è un predicatore né un
direttore di coscienza. Ha un compito assai più modesto, quello di far
comprendere come attraverso la storia si siano prospettate varie maniere di
affrontare grandi e piccoli problemi che incidono nella vita dell'individuo e
delle collettività. Non credo che il professore di filosofia debba additare
eterni ideali, quanto piuttosto far crescere una coscienza critica: abituare a
riflettere e ragionare".
Quanto legge
e che cosa Tullio Gregory?
"Mi
chiede delle mie letture, troppe e diverse per essere qui elencate: ho sempre
ritenuto importante leggere, e ancora leggere, non solo nei campi privilegiati
di ricerca ma anche, soprattutto, fuori di essi. Ho sempre ritenuto importante
passare anni ed anni in Biblioteca (tempi fortunati) quando non esistevano le
macchine per fotocopie".
E i suoi
maestri?
"Un
discorso sfumato e complesso. Fra i professori di liceo il latinista Antonio
Traglia. Negli anni liceali ebbi anche la fortuna di conoscere Ernesto Bonaiuti,
che non aveva potuto riprendere l'insegnamento all'Università (per il veto del
Vaticano, fatto valere anche su ministri democratici e laici) ma teneva corsi
sul Nuovo Testamento all'Ymca, l'Associazione cristiana giovani: fu lui ad
avviarmi agli studi di storia del cristianesimo antico. Poi, all'università,
Bruno Nardi, grande medievista, e Carlo Antoni, del quale fui per lungo
tempo assistente. Va anche detto che anche il lavoro all'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana è stato per me molto formativo".
La filosofia
"dopo" le Twin Towers:che cosa ci può dire? Che cosa ci può dare per
aiutarci a capire?
"Come
le ho detto, il professore di filosofia non può arrogarsi alcuna posizione
privilegiata per rispondere ai grandi interrogativi che lei propone;
risponderei alla sua domanda con un invito a non farsi travolgere dagli impulsi
irrazionali ma a richiamare sempre i problemi al vaglio della ragione. Quindi,
anzitutto, rifiutare ogni dogmatismo e ogni fondamentalismo".
Vuol
raccontarci qualcosa circa il convegno sulla felicità cui Lei ha partecipato?
"Il
festival della filosofia, promosso dalla fondazione San Carlo di Modena, ha
avuto un successo non prevedibile, soprattutto presso i giovani presenti a
migliaia per ascoltare lezioni non sempre molto facili. Non potrei dire che si
sia scoperto cos'è felicità, ma forse le varie iniziative che hanno arricchito
quei tre giorni del festival hanno permesso ancora una volta di richiamare alle
molteplici strade che possono essere suggerite o percorse per trovare con sé
stessi e con gli altri un equilibrio, se non proprio felice, sopportabile,
facendo uso della ragione come strumento critico di chiarificazione e di orientamento".
Già, ma che
cos'è la felicità? Ed ha una ricetta da darci?
"Non posso certo fornirle ricette per essere felice: lo hanno tentato tanti maestri del pensiero religioso o filosofico con esiti incerti,proponendo vie molto diverse. Forse almeno una condizione per essere felici è quella di sentirsi in pace con sé stessi, cosa non facile e pur tuttavia rassicurante".