RASSEGNA STAMPA

13 GENNAIO 2002
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Se in cattedra sale  il genio

    Due professori molto speciali: Jorge Louis Borges e Richard Feynman

I programmi ministeriali, si sa, sono come le tavole della legge: bisogna attenervisi scrupolosamente per soddisfare i desideri del ministro in un caso, e di Dio nell'altro (il che conduce ai brillanti risultati educativi e morali che si conoscono). Fortunatamente, anche se purtroppo soltanto raramente, ci si imbatte a volte in persone che non si inquadrano nel candido gregge dei pecoroni, e che hanno intelligenza e coraggio sufficienti per pensare e agire secondo conoscenza e coscienza. Come potrebbe essere la scuola nelle mani di tali professori lo dimostrano due libri che trascrivono le affascinanti lezioni di due geni ormai scomparsi: lo scrittore Jorge Luis Borges e lo scienziato Richard Feynman. Entrambi hanno tenuto, negli anni 60, dei corsi mitici: sulla letteratura inglese a Buenos Aires, il primo, e sulla fisica a Caltech, il secondo. Le lezioni de La fisica di Feynman,oggi ripubblicate dalla Zanichelli in versione italiana con testo inglese a fronte (già recensite sul "Sole 24 Ore-Domenica" del 4 novembre 2001), sono da più di trent'anni un vero e proprio classico. Quelle di Borges, riscoperte per caso recentemente e pubblicate soltanto lo scorso anno dalla Emecé in Borges profesor, non tarderanno a diventarlo. Sia Borges che Feynman erano noti come affabulatori d'eccezione, ed entrambi hanno lasciato varie altre opere "orali", a partire dalle registrazioni su dischi o nastri di conferenze e reminiscenze, alcune delle quali approdate in tipografia: ricordiamo Sette notti (Feltrinelli, 1983) e L'invenzione della poesia (Mondadori, 2001) del primo; Sta scherzando, Mr. Feynman! (Zanichelli, 1988) e Il senso delle cose (Adelphi, 1999) del secondo. In queste pagine i due cavalcano a briglia sciolta gli argomenti più disparati, oltre a quelli tecnici delle loro specialità: Borges si sbizzarrisce sull'immortalità, gli incubi, il buddismo e la cabala, e Feynman sui miracoli, il paranormale, la psicanalisi e la pubblicità.

Con licenza di chiacchierare a ruota libera, però, i due geni rischiavano di trasformare le loro apparizioni pubbliche in esibizioni da trapezisti del pensiero. Ad esempio, la loquacità di Borges lo portava spesso ad aprire una parentesi dietro l'altra, fino a doversi domandare divertito: "Di che cosa dovevo parlare oggi?". Quanto a Feynman, era più probabile che il filo del discorso lo perdesse l'uditorio: un famoso fisico confessò un giorno di essere uscito sfinito da una conversazione con lui, a causa della sua velocità di pensiero. Imbrigliati entro la gabbia di un corso istituzionale, con l'obbligo (se non altro, morale) di sviluppare un discorso compiuto per intere settimane, i due diedero invece il meglio di sé, pur senza rinunciare a divagazioni e battute. Possiamo dunque cogliere l'occasione offerta dai due testi per ascoltare dal vivo le loro lezioni, come se fossimo tra i fortunati (e, spesso, ignari) studenti. Quelli di Borges affollavano l'aula, e lui ne dedusse sornione: "Dobbiamo supporre che volevano starmi a sentire". Quelli di Feynman, invece, finirono per dileguarsi, lasciando il posto ai professori che accorrevano a sentire il collega. Dal che si può dedurre qualche conclusione sulla differenza tra letteratura e scienza, o almeno sulla possibilità di una loro fruizione. Borges profesor presenta una singolare visione della letteratura inglese, che dedica ampio spazio (circa un terzo) alle origini germaniche medievali della lingua, ma non cita neppure Chauser e Shakespeare. D'altronde, il "profesor" dice esplicitamente: "Nel mio testamento, che non ho intenzione di scrivere, consiglierei di leggere molto, ma senza lasciarsi condizionare dalla reputazione degli autori. L'unico modo di leggere è inseguendo una felicità personale. Se un libro vi annoia, fosse pure il Don Chisciotte, accantonatelo: non è stato scritto per voi". Fedele a queste sue fittizie "ultime volontà", Borges ci presenta soltanto gli autori che ha amato e che conosce meglio. Il suo scopo, infatti, è cercare di far amare la letteratura: al contrario dei programmi ministeriali, che sembrano concepiti apposta per farla odiare. D'altronde, quando l'Università di Buenos Aires gli diede l'incarico, sapeva cosa faceva. O, almeno, cosa doveva attendersi. Diversamente dagli altri candidati, che presentarono biografie e pubblicazioni, lui si era infatti limitato a questa dichiarazione preventiva: "Senza accorgermene, mi sono preparato per questo corso tutta la vita". Quanto al bilancio consuntivo, confesserà: "Non ho insegnato agli studenti la letteratura inglese, che ignoro, ma l'amore per certi autori. O meglio, di certe pagine. O meglio, di certe frasi. Ci si innamora di una frase, poi di una pagina, poi di un autore".

Naturalmente,l'autore di cui ci si innamora di più leggendo queste pagine è Borges stesso. Della sua ironia, ad esempio, che gli fa dire subdolamente: "Wordsworth scrisse un poema pericolosamente intitolato Il bimbo idiota, e Byron non cedette alla facile tentazione di dire che era un poema autobiografico". O dei suoi commenti, come quando nota che Dante Gabriel Rossetti non assistette alla riesumazione del manoscritto che aveva posto fra le mani del cadavere della moglie suicida, perché non era Edgar Allan Poe. O dei suoi paragoni, che ci presentano Samuel Johnson e James Boswell come emuli di Don Chisciotte e Sancho Panza, e precursori di Sherlock Holmes e del dottor Watson.

La fisica di Feynman è un testo più sistematico di quello di Borges, ma non per questo meno interessante. Il premio Nobel presenta infatti la fisica, sia classica che moderna, da un punto di vista molto originale e personale: in particolare, riesce a trattare la difficile meccanica quantistica con molte intuizioni e poche formalità matematiche, al contrario di quanto avviene di solito. Il che non significa che il corso sia facile: Feynman dichiara esplicitamente che il suo obiettivo è non far annoiare gli studenti migliori, divertendoli con una serie di fuochi d'artificio, pur mantenendo un nucleo centrale alla portata degli studenti medi. Obiettivo non raggiunto, secondo lui. E irraggiungibile, secondo Gibson, di cui si cita nell'introduzione la pessimistica massima: "L'insegnamento in genere è inutile, eccetto che per quegli studenti per i quali sarebbe superfluo".

Studenti a parte, per tutto il corso Feynman tiene d'occhio i matematici da una parte e i filosofi dall'altra. I primi sono punzecchiati in quanto interessati, più che ai risultati, ai modi in cui vengono dimostrati e alle ipotesi richieste per dimostrarli: il che significa, tradotto, che il corso privilegia le intuizioni brillanti agli argomenti pedanti, come quando riduce l'intera relatività speciale alla formula che mostra come la massa di un corpo cresce con la velocità. I secondi, o almeno "il sorprendente numero dei filosofi da "cocktail party"", sono ridicolizzati per le loro semplificazioni qualitative dei contenuti quantitativi della scienza: il che significa, tradotto, che al fisico interessano i fatti e non le interpretazioni, come quando sottolinea che l'essenza della relatività non sta in generalità quali "tutto è relativo", ma nelle particolari "possibilità di fare previsioni precise". Leggere Feynman richiede una costante allerta, per evitare di cadere nei trabocchetti che lui tende sornione. Ad esempio, quando dice che una certa formulazione della meccanica quantistica "fu scoperta nel 1942 da uno studente dello stesso insegnante, Bader, di cui ho parlato all'inizio". Tornando all'inizio, si scopre che Bader era il "suo" insegnante di fisica, e ci si chiede quante altre allusioni o battute ci possono essere sfuggite nel corso delle lezioni. La stessa cosa vale per Borges, e costituisce uno degli stimoli, benché non il solo, per leggere e rileggere queste meravigliose esibizioni di intelligenza.
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