![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 GENNAIO 2002 |
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La terra senza il male"di
Umberto Galimberti, Ed. Feltrinelli 2001, pagine 268, 20,66 euro
Scriveva Platone
nel Fedro che "dell'anima, propriamente, può parlare solo un dio, l'uomo
può accennarne per simboli ed immagini". E sono proprio i
"simboli" e le "immagini" nel senso platonico, poi
neoplatonico-plotiniano e gnostico, che il razionalismo sviluppatosi nel corso
della civiltà occidentale ha rimosso, rendendo ancora più assurdo un mondo
enigmatico e nella forma più alta misterico. È questa la tesi sviluppata
dall'autore in questo volume dal significativo sottotitolo di copertina
"Jung: dall'inconscio al simbolo". È stato infatti Jung che
nell'età contemporanea, ormai satura di razionalismo e di scientismo culminato
nella filosofia positivistica del fatto fisico come una realtà esistente e
conoscibile, ha evidenziato il valore dei messaggi simbolici e delle immagini
dell'inconscio. Sostiene Galimberti che "l'inconscio collettivo di cui
parla Jung è proprio la memoria sommersa, ma non estinta, di questo rimosso",
e sempre rifacendosi alla concezione junghiana ricorda come a differenza del
"segno", che si riferisce a una realtà nota, il simbolo di riferisca
invece a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto.
Ma
sconosciuto non significa inesistente, fantasioso, come le immagini che il
simbolo evoca non rappresentano un prodotto, altrettanto irreale,
dell'immaginazione creativa. Ecco allora che la verità velata in qualche modo
si manifesta, al di là degli apparati concettuali.
Si definisce
così una condizione che è rivelativa dell'esistenza di realtà misteriche che
trascendono la sfera dell'esperienza empirica alla quale la modernità ha inteso
limitare l'ordine della conoscenza. Si tratta allora di ripercorrere a ritroso
il processo della civiltà che ha ucciso gli dei, o semplicemente li ha negati
rimuovendoli dalla sfera della coscienza. Non è un percorso semplice. La
civiltà occidentale, afferma Galimberti, si è sviluppata regolandosi sui due
grandi pilastri del principio di non contraddizione in sede logica e della
legge di causa sul piano fisico. Al di fuori di tale recinto sono stati
relegati il mondo dei sogni, la fantasia infantile, il pensiero primitivistico
e, nella stessa società evoluta tecnologicamente, la follia. Non è quindi
facile operare questa inversione, in quanto è pur sempre vero che a loro volta
tutte queste manifestazioni della mente non costituiscono in quanto tali delle
vie di accesso alla verità. La verità appartiene a tale ordine ma non tutto
quanto si trova in tale ordine è verità. Inoltre, ciò che si può acquisire per
tale via non si traduce di per sé una conoscenza intellettuale, ma costituisce
solo l'ombra di una verità ulteriore, ineffabile.
Ed anche in
questo senso è necessario che ci si eserciti nell'umiltà intellettuale, per non
incorrere nel peccato di "ybris" che scatena l'ira delle Erinni, di
protervia cioè di chi sfida il cielo e gli dei, appunto, possono propriamente
parlare della'anima. La civiltà in quanto tale comporta violenza, come recita
il coro dell'Antigone di Sofocle. Le navi sul mare, l'aratro, la caccia violano
la natura. "Con la parola - osserva Galimberti - l'uomo esercita una
violenza più oscura, dominando tutte le cose che nomina si arrischi in tutte le
direzioni, ma proprio allora si trova lanciato fuori da ogni via".
La saggezza allora si acquisisce riconoscendo il senso del mistero, dell'ulteriore, in cui l'anima riconosce la propria origine e il proprio destino, in quanto, come afferma Eraclito "l'armonia invisibile vale più di quella visibile".