![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 GENNAIO 2002 |
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Fondi per la ricerca, l'Italia come il Terzo mondo
Nell'immediato
dopoguerra una delle più importanti università americane, il Mit, viene
chiamata a contribuire al rilancio economico del New England.
Insieme ad
altre istituzioni dà origine a un'impresa, l'Ardc, che avrà il compito di
finanziare e creare nuove imprese sulla base delle conoscenze prodotte dai
laboratori universitari.
Nasce così
un nuovo modello del rapporto tra università e impresa, chiamato
successivamente Mit-Stanford, che progressivamente verrà adottato dalle più
importanti università americane.
Il miracolo
tecnologico americano degli ultimi venti anni sembra dipendere proprio da
questa mutazione della missione dell'università.
L'università
"imprenditoriale" che non solo produce conoscenza di frontiera da
trasferire al mondo industriale, ma è generatrice e finanziatrice essa stessa
di nuove imprese hi-tech, è ormai diventata il motore dello sviluppo
tecnologico e industriale dei paesi più industrializzati.
Chi ha il
motore più potente riesce ad andare più veloce degli altri. Chi ne è privo si
dovrà accontentare di rimanere nelle retroguardie. Non si capisce bene cosa voglia
fare l'Italia. Tutti si riempiono la bocca dell'importanza della conoscenza per
la competitività industriale del nostro paese.
Nei fatti il
governo non è capace di aumentare i fondi per la ricerca, la cui quota ormai ci
avvicina ai paesi del Terzo mondo.
Le
università e gli enti di ricerca italiani frenano rispetto alla creazione di un
vero sistema competitivo della ricerca che vedrebbe le varie sedi accademiche
in concorrenza rispetto ai fondi pubblici e privati.
Il mondo
dell'impresa continua a investire poco nella ricerca e si oppone alla nuova
legge sulla proprietà intellettuale dei brevetti da parte dei ricercatori che,
con l'attuale immobilismo accademico, è l'unica che può garantire il
potenziamento della ricerca applicata e del trasferimento tecnologico.
Il problema
è che siamo un paese che non ha il coraggio di fare scelte impopolari per
investire sul futuro. Meglio togliere i soldi per la ricerca che scontentare i
sindacati tagliando qualche spesa assistenziale.
Meglio
tutelare l'inamovibilità della corporazione accademica che aprire il sistema
della ricerca pubblica alla concorrenza e al mercato.
Meglio
continuare a comprare sottobanco e con quattro soldi le poche invenzioni dei
laboratori pubblici che incentivare con la proprietà brevettuale individuale la
ricerca pubblica a orientarsi verso i bisogni dell'impresa.
Fa piacere
sentire il capo del governo citare Guglielmo Marconi come esempio paradigmatico
dell'importanza della scienza per lo sviluppo del paese.
Non
scordiamoci però che Marconi, vista la sordità e miopia del governo di allora e
del sistema industriale italiano, partì per l'Inghilterra dove l'invenzione del
sistema antenna-terra ebbe ben altra fortuna e diede origine alla
"Marconi's wireless telegraph and signal company".
Sono passati tanti anni, ma la situazione della ricerca italiana è rimasta la stessa. Quanti piccoli Marconi sono obbligati a emigrare o a illanguidire nei laboratori pubblici?