RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2002
MARCELLO CINI
Il puzzle della materia vivente

E' ancora utile la filosofia per conoscere il mondo? Non basta la scienza? Più o meno esplicitamente la maggior parte degli scienziati risponde no alla prima domanda e sì alla seconda. Ma gli stessi filosofi sono incerti sui compiti dei quali dovrebbero farsi carico e sulla sostanza, oltre che sul valore, di un contributo della filosofia alla conoscenza del mondo che non sia assimilabile a quello fornito dalla scienza. Dopo Kant, il filosofo che è riuscito a collocare la scienza newtoniana in una visione coerente dell'uomo nella natura e nella società, l'illusione tardo ottocentesca della possibilità di costruire una scaffalatura unitaria entro la quale avrebbero dovuto trovare il loro posto ordinato le conoscenze raggiunte dalle diverse scienze è crollata miseramente, così come è fallito, scontrandosi con la concreta diversità dei linguaggi delle singole discipline, il progetto novecentesco neopositivista di unificazione metodologica.

E' prevalsa allora l'idea di riconoscere esplicitamente l'esistenza di una differenza sostanziale e incolmabile tra la conoscenza scientifica e le altre forme di saperi, credenze, fedi che pullulano nella testa degli uomini. Compito dei filosofi avrebbe dovuto essere dunque quello di individuare criteri certi e univoci di demarcazione tra questi domini separati. Il tentativo, tuttavia, non ha avuto miglior fortuna. Gli storici della scienza, per non parlare dei sociologi, implacabilmente bocciano, esempi alla mano, ogni tentativo di tracciare questo confine.

Non si riesce a individuare dunque, in genere, un compito specifico della filosofia sui problemi della conoscenza, e ci si rassegna ad assegnarle tutt'al più un ruolo ancillare nei confronti della scienza ponendole obiettivi meno ambiziosi ma più concreti. Per esempio mettere alla prova la solidità delle argomentazioni usate per dimostrare un assunto e la fondatezza delle loro premesse, oppure dissipare ambiguità di concetti e indagare i limiti delle nostre conoscenze nei diversi campi del pensiero umano. O semplicemente costruire un ponte tra la cultura diffusa nel tessuto sociale e le idee e i risultati della scienza. Ma non sarà che questa difficoltà derivi da un'immagine troppo semplicistica e mitica della scienza, vista come un processo lineare di accumulazione di verità - che man mano colmano precedenti lacune e sostituiscono vecchi errori - ottenute con un metodo universale e immutabile, in grado di fornire una rappresentazione sempre più fedele e dettagliata del mondo "così com'è"? Se così fosse, in effetti, non ci sarebbe bisogno della filosofia: la "verità" verrebbe fuori da sé.

Tutto cambia, invece, se si distingue fra il corpo di fatti, di concetti e di relazioni che sono entrati a far parte del patrimonio comune di conoscenze, sui quali il dibattito è ormai chiuso, e i diversi aspetti concettuali e fattuali che sono, nel corso del processo di acquisizione di nuove conoscenze, oggetto di dibattito e di conflitto fra i sostenitori di proposte fondate su punti di vista alternativi. Si tratta di distinguere, per usare una metafora giuridica, fra "sentenze passate in giudicato" e processi ancora sub judice. Si capisce allora che è nella fase dibattimentale che può, anzi deve, intervenire la filosofia. Non ha senso che intervenga quando tutto è finito. Una volta che gli scienziati si sono messi d'accordo la filosofia può soltanto fare la mosca cocchiera.

E' chiaro a questo punto quale sia il ruolo essenziale della riflessione filosofica nel contribuire a risolvere il conflitto fra sostenitori di "programmi di ricerca" diversi e a determinarne l'esito. Essa infatti deve aiutare a formulare in forma esplicita e razionale le premesse metateoriche, implicite o addirittura nascoste nell'inconscio individuale dei singoli scienziati, che stanno alla radice del conflitto.

Se dunque è vera la mia tesi, si capisce anche perché oggi questo ruolo, esercitato in passato soprattutto all'interno della fisica (basta ricordare le controversie più celebri, a partire da quelle di Galileo Galilei con gli scolastici e di Isaac Newton con i cartesiani, per finire al dibattito fra Niels Bohr e Albert Einstein), debba trovare il suo terreno più fertile di intervento nelle questioni che riguardano le discipline della vita e della mente. Quando infatti si sale ai livelli più elevati di organizzazione della materia, si assiste alla moltiplicazione dei linguaggi adottati da gruppi diversi all'interno di una data comunità disciplinare, fondati su differenti modellizzazioni del dominio di fenomeni considerati e su differenti punti di vista (culturali, epistemologici, metodologici, tecnologici) adottati per esplorarlo.

In particolare, il passaggio dalle discipline che studiano la materia inerte a quelle che si pongono come obiettivo l'investigazione del mondo della vita e di quello della mente, deve tener conto della natura della barriera che separa la materia inerte dalla materia vivente. Una barriera che riguarda sia il livello epistemologico (la logica riduzionista prevale per lo studio della prima mentre quella evoluzionista è fondamentale per la seconda) sia il livello ontologico (l'assenza o la presenza di autonomia dei sistemi appartenenti alle rispettive sfere).

Un recente libro di Elena Gagliasso, intitolato Verso un'epistemologia del mondo vivente - Angelo Guerini, pp. 267, L. . 38.000 -, sembra scritto apposta per dimostrare che in queste discipline la riflessione filosofica è indispensabile per riuscire a cogliere, al disotto dei dettagli tecnici dei diversi linguaggi, la ricca trama dei loro diversi assunti di fondo.

L'autrice, che insegna filosofia della scienza alla università La Sapienza di Roma, così ci spiega il compito che la sua ricerca si prefigge. Da un lato "fornire chiavi interpretative per mettere a fuoco i mutamenti epistemologici tra filosofia della scienza in generale e filosofia delle scienze del mondo vivente, rispettando il particolare andamento 'spiraliforme' di tali scienze: ovvero il riproporsi di un set di problematiche in diverse versioni e in diverse fasi storiche". Dall'altro, mettere in evidenza che "piano di realtà oggettuale e piano epistemologico mostrano entrambi due livelli: quello dei processi storici e del metodo narrativo che ne rende ragione e quello di una particolare forma di invarianza ciclica e delle sue forme di spiegazione più classiche".

Vale la pena soffermarci su alcuni punti chiave della realizzazione di questo programma, che si articola in tre parti. La prima, intitolata Tematiche, ci presenta una panoramica degli strumenti teorici che, dalla nascita della biologia a oggi, hanno dato forma alla conoscenza dei fenomeni della vita e sostanza alle loro molteplici interpretazioni. Un accento particolare viene posto, tanto per fare un esempio, sul ruolo dei concetti e sui cambiamenti dei loro significati, come elementi che caratterizzano la biologia rispetto alle discipline della ricerca delle leggi. "Discendenza, ereditarietà, riproduzione, selezione, mutazione, ambiente, adattamento, struttura, specie, regolazione - scrive l'autrice - sono altrettanti concetti che a volte derivano da metafore costitutive e che agiscono come veri e propri generatori di teorie."

Di grande interesse è poi, sempre in questa prima parte, l'analisi delle coppie di ideali scientifici opposti (meccanicismo/vitalismo, riduzionismo/olismo, innato/appreso), che, come "bussole metafisiche e metodologiche" si sono avvicendate nell'arco di due secoli. In particolare il panorama dei diversi riduzionismi (da quello classico, che privilegia il ruolo della parti, a quello più recente nel quale "agli assemblaggi si sostituiscono i feed-back") e la descrizione dell'arcipelago antiriduzionista rappresentano un prezioso contributo alla chiarificazione delle premesse metateoriche che stanno alla base delle teorie della biologia.

La seconda parte (Teorie) è dedicata al percorso seguìto dal moderno paradigma evoluzionista. Dopo aver evidenziato i tre criteri del programma di Charles Darwin che "entrano a pieno titolo nel cono di luce profilato dalla Nuova Sintesi Evolutiva (selezione, adattamento e gradualismo filetico)", e aver discusso gli aspetti che essi via via assumono nell'opera dei principali costruttori della Teoria (da Thomas Simpson, Dobzhansky, James Wright, fino a Mayr), l'autrice passa in rassegna le linee di ricerca che la centralità assunta nella disciplina dal programma sintetico aveva emarginato. "Genetisti strutturali, genetisti dello sviluppo, embriologi, ricercatori che lavoravano sul ruolo delle mutazioni casuali, sulle interazioni tra ambiente interno e prime fasi dello sviluppo (l'epigenesi) - leggiamo - rappresentano le zone più in ombra di un'altra storia che solo ultimamente comincia a essere riconsiderata". Tra questi (eterodossi o antesignani?) spiccano i nomi di Richard Goldschmidt, di Barbara McClintock, di Schmalhausen e infine di Waddington.

La terza parte - Transizione - è, come suggerisce il titolo stesso, la più ricca di spunti stimolanti e di aperture sul futuro. Dalla discussione sul concetto di specie e sui meccanismi di speciazione alle tematiche dell'autorganizzazione, il panorama si fa affascinante e straordinariamente attuale. Sono i dibattiti centrali degli ultimi due o tre decenni: la cladistica di Henning, gli equilibri punteggiati di Gould e Eldredge, l'ordine spontaneo che nasce dalle leggi della complessità di Kauffman, ne sono le tappe più importanti.

"L'uso meno egemonico di alcune parti del metodo darwiniano, la proposta, alternativa al gradualismo, della combinazione di stasi e rapide speciazioni, il ruolo centrale di vincolo storico attribuito alla contingenza, ...tutto ciò - scrive a questo proposito Gagliasso - sposta verso nuovi modelli e nuove interpretazioni, più che verso radicali alternative paradigmatiche. Modelli che, integrandosi con le dinamiche ecologiche della biodiversità, conducono a nuove immagini del processo della vita". Si aprono così prospettive inaspettate su questioni di grande rilievo per la società contemporanea: il ruolo della biodiversità e la dinamica delle estinzioni per la stabilità dell'ecosistema terrestre e il rapporto tra ecologia come scienza ed ecologismo come pensiero e pratica dei movimenti ambientalisti.

Il libro di Elena Gagliasso si chiude con un capitolo, intitolato "Tra leggi e storia", di grande spessore teorico. Esso si fonda sulla presa d'atto che l'approccio evoluzionista - fondato sull'inclusione delle categorie della conservazione, dell'invarianza, della ripetizione all'interno delle molteplici chiavi conoscitive del metodo storico-narrativo - "rende obsoleto, o quanto meno improprio, definire la scienza nel suo insieme come un'area di sapere unitaria, sottoposta alla giurisdizione e alle prescrizioni che gli epistemologi hanno dedotto sulle basi delle scienze esatte, intese come scienze assiomatizzate sul piano formale e omogenee su quello sperimentale". Ne segue che "la nuova filosofia della biologia si ritrova a essere indirettamente uno stimolo, o quanto meno un punto di interrogazione e di riflessione, per questioni teoriche e metodologiche anche di più vasta portata, innescando di riflesso effetti complessivi sull'insieme del panorama epistemologico".

Abbiamo dunque trovato la risposta alla nostra domanda iniziale. La filosofia è utile per capire il mondo. Anzi, senza di essa, le tessere del puzzle restano irremediabilmente mescolate.
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