RASSEGNA STAMPA

7 GENNAIO 2002
VINCENZO PRICOLO
La democrazia dei post-moderni

Metamorfosi di un ideale: l'Occidente s'interroga sulla forma di governo che rappresenta il pilastro della sua cultura politica

Che cos'è la democrazia?  Se fosse, come recita la defini­zione aristotelica, «il governo del popolo» sarebbe stato sufficiente, per gli studiosi della politica, chiarirsi le idee sul concetto di «governo» (un pò meno di «potere», un pò più di «amministrazione»?) e mettersi d'accordo sul­la definizione di «popolo» (chi vota? chi partecipa? co­me si acquisisce la cittadinanza?).  Invece no.

Come spiega Giuseppe Schiavone nel suo Democra­zia e modernità.  L'apporto dell'utopia (editrice Utet, pagg. 298, lire 39.000), nella storia la democrazia è stata prima di tutto idea, pensiero, desiderio, sogno, obbietti­vo, progetto, disegno, riflessione su quello che è e su quello che è possibile.  Insomma, quanto di più lontano             dai «fatti». E quando diventa «fatto» è il risultato dello scontro (dialettico e fisico) fra coloro i quali vorrebbero realizzare quel desiderio e coloro i

quali hanno progetti diversi, primo fra i quali lasciare le cose come stanno. Schiavone ricostruisce le origini della nostra democrazia (rappresentativa e occidentale) raccontando gli «anni ruggenti» della prima rivoluzione inglese: quella decade a cavallo della metà del Seicento durante la quale si verificano eventi rispetto ai quali le Rivoluzione americana e quella francese appaiono scopiazzature più o meno riuscite e la Comune di Parigi e la Rivoluzione russa sviluppi tanto logici quanto tardivi.

Adesso la democrazia è soprattutto un meccanismo che incentiva i cittadini «adeguati» a perseguire la ricerca del bene comune. La definizione, prudente quanto si addice a un grande politologo liberale quale Robert Dahl, è sviluppata nel volume Politica e virtù. La teoria, democratica nel nuovo secolo (Laterza, pagg. 182, lire 34.000), che illustra con grande efficacia le basi culturali di regole e istituzioni che noi tendiamo a dare per scontati.  Primi fra tutti due pilastri: il principio di eguale considerazio­ne (le opinioni di ciascuna persona soggetta a una decisione vincolante «Pesano» tutte allo stesso modo) e il principio dell'onere della prova (fino a prova contraria ciascuno è il miglior giudice del proprio interesse).

Comunque, se anche la democrazia non è «il governo del popolo», sicuramente in democrazia la massa ha più voce in capitolo che in altri sistemi politici (ma gli addetti ai lavori preferiscono parlare di regimi politici). E chi non si sente parte della massa che cosa fa?  Cerca di far fallire la democrazia, osserva lo storico americano Cristopher Lasch morto nel '94 con il suo libro postumo ripubblicato in Italia (La ribellione delle élite, Feltrinel­li, pagg. 198, 15.000 lire), che espone lo sviluppo del pensiero politico statunitense.  E come fanno i «ben na­ti», i migliori, a sabotare il sistema dove la quantità con­ta più della (sedicente) qualità?  Prima di tutto chiudono i contatti con la loro comunità territoriale (negando quindi l'assioma «noblesse oblige»), poi promuovono la meritocrazia come sistema di selezione premiante («la mobilità sociale rafforza l'influenza delle élite») e infine creano istituzioni parallele a quelle pubbliche.  Lash con­clude così la sua riflessione sulla classe dirigente ameri­cana: «Una meritocrazia non ha bisogno di cavalleria e di coraggio più di quanto un'aristocrazia abbia bisogno di cervello».

E che cosa può succedere se la ribellione delle élite va a buon fine? Una risposta viene da Comunicazione glo­bale (a cura di Claudia Padovani, editrice Utet, pagg. 283, 39.000 lire) che ha per sottotitolo «Democrazia, so­vranità, culture».  Il volume raccoglie una serie di rifles­sioni sullo scambio di informazioni, la merce più prezio­sa, nell'era della globalizzazione.  La conclusione è che la democrazia sembra avviata verso una «trasformazio­ne» che non viene chiamata «tramonto» solo in virtù delle speranze suscitate da Internet.

Bene che vada, dunque, lo svilup­po della «rete» chiuderà un lungo capitolo dell'avventura cominciata più di 2.500 anni fa ad Atene, i cui cittadini nel 510 avanti Cristo deci­sero di farla finita con re e tiranni e per un secolo si autogovernarono prima di piegarsi all'oligarchia.  An­tonio Castronuovo, con Il mito di Atene.  Alle origini della democra­zia (editrice La Mandragora, pagg. 154, lire 25.000) scava fra i presup­posti religiosi, mitici, psicologici, economici e ambientali che hanno permesso all'esperimento demo­cratico di essere tentato e di diven­tare a sua volta un mito.  E lo fa con una serie sterminata, quasi un labirinto, di episodi, ricostruzioni, ipotesi e riflessioni ciascuno dei quali (a cominciare dalla prima votazione della quale si ha notizia, quella organizzata da Zeus fra gli dei per stabilire a chi fra Atena e Posidone debba spettare il dominio su Atene) sembra sollevare il velo sul plausibile «segreto» della democrazia.

E al mito di Atene si ispira il sogno illustrato da Mur­ray Bookchin nel suo pamphlet Democrazia diretta (edi­trice Eleuthera, pagg. 92, lire 10.000). Il volumetto del­l'esponente della New left americana nemico giurato di ogni forma di patriottismo (etnico, nazionale, culturale, religioso, ideologico e partitico), teorizza lo sviluppo di un «potere parallelo che consente alla base della società di sfidare il potere apparentemente invulnerabile dello Stato e delle grandi imprese».  Sfidare non vuol dire bat­tere.  E neppure combattere.  Ma è già qualcosa.  Insom­ma, l'utopia del realismo.  In una parola, democrazia.
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vedi anche
Filosofia (e) politica