![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 GENNAIO 2002 |
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È un libro coltissimo, "una palestra per il
pensiero", come disse Beckett su Adorno. Stiamo parlando del saggio di
Franco Rella, docente di estetica nell'Università di Venezia, Il silenzio
e le parole (Feltrinelli, pp. 224, euro 7.50, lire 15.000). Silenzio e
parole, afasia e discorso sul mondo, un binomio intorno a cui è gravitata la
filosofia e la letteratura della crisi novecentesca, che Rella attraversa
dialogando con le opere di Weininger, Wittgenstein, Heidegger, Rilke, Beckett,
Freud, Proust e Benjamin.
Quando Rella concepì questo saggio la filosofia e la politica cercavano una
risposta a quell'evento spaventoso che era il terrorismo nostrano; lo stesso
arduo compito a cui sono chiamate oggi di fronte al terrorismo amplificato su
scala mondiale.
Ma per dare risposte illuminanti occorre mettere in discussione le categorie
del pensiero occidentale, magari per approdare a una nuova explicatio mundi,
oltre quella "rappresentazione luttuosa" della crisi che fu di Hofmannsthal
e del pensiero negativo. Un percorso filosofico continuato da Rella in questi
anni, e che è sfociato nel saggio Figure del male (in libreria dal 25
gennaio per Feltrinelli, pp. 184, euro 15, lre 29.000).
Professor Rella, l'alternativa è secca: il silenzio o le parole. Ma quali
parole?
Di fronte ad eventi catastrofici i filosofi tacciono, non trovano più le
parole per raccontare il mondo. Penso al mutismo di Heidegger davanti alla
tragedia di Auschwitz. Una tragedia che significò un vuoto non solo di senso ma
di capacità rappresentativa: la filosofia rimane afona mentre parlano i
romanzieri, i poeti. Penso a Beckett, a Kaniuk, i cui linguaggi erano
riusciti a dire quello che la filosofia e il linguaggio storiografico non
sapevano più dire.
Di fronte al male del mondo occorre dunque trovare un nuovo linguaggio.
Un linguaggio capace di uscire dai sentieri dei linguaggi più codificati come
quello filosofico e politico. Anche di fronte alla crisi attuale assistiamo
invece a salotti televisivi in cui ci sono l'esperto politico, quello militare,
il politologo, e sembra di assistere a un balletto di uomini muti. Quello che
dicono non sfiora il problema vero che non è il terrorismo ma l'odio che dilaga
nel mondo. Il pensiero viene messo alla prova di quello che ancora non è stato
in grado di decifrare.
L'attentato alle torri gemelle ha inferto un duro colpo al simbolo mondiale
del progresso, delle magnifiche sorti e progressive. Ci credevamo immortali,
avevamo rimosso la guerra dal nostro orizzonte.
Ci siamo creduti una comunità dentro una fortezza in grado di distribuire
beni e il bene, ma forse non è mai stato così. In questi mesi, in cui molti
opinionisti vantano le virtù dell'occidente, non ho sentito nessuno ricordare
che la civiltà occidentale, come diceva Adorno, è quella che ha fornito i mezzi
perché la tragedia di Auschwitz potesse accadere. Da questo punto di vista noi
dobbiamo fare i conti con le contraddizioni che sono all'interno del nostro
mondo e considerare che quando si parla della lotta contro il male, il male lo
portiamo anche dentro di noi. Esso attraversa la nostra cultura, dalla figura
di Giobbe sino all'Olocausto.
Anche il male fatto a migliaia di civili?
Anche questa è un'invenzione occidentale, siamo noi che abbiamo insegnato i
metodi di distruzione : il novanta per cento delle vittime delle guerre del
secolo scorso sono state civili, con i bombardamenti a martello, da Dresda per
finire a Hiroshima. È ovvio che il terrorismo vada combattuto; il problema
vero, però, non è il terrorismo ma i milioni di uomini che da esso si sentono
rappresentati, esattamente come l'occidente si sentiva rappresentato dalle twin
towers.
Di fronte a eventi così catastrofici viene da riproporre il celebre detto di
Karl Kraus : chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia.
In realtà io penso che sia un dovere cercare o inventare parole nuove per
dire tutto, anche quello che appare indicibile. Questa è la sfida che ogni
grande evento porta con sé.
Vox clamans in deserto.
Certo, questo è il destino di tutti i testi filosofici. Quando
parlano i cannoni o quando i poteri esercitano il proprio dominio in modo
illimitato, essi coprono qualsiasi tipo di voce. Però c'è l'idea che se anche
le nostre parole non arrivano al potere, in qualche modo esse possono toccare
le coscienze degli individui e indirizzare in modo diverso il consenso.
L'America durante la guerra del Vietnam non è stata sconfitta dai vietnamiti ma
dalla presa di coscienza delle generazioni dell'Occidente che hanno tolto
consenso a certa politica rivolgendola altrove.
Oggi sembra che non ci sia il tempo per tanti distinguo e tante riflessioni.
Occorre agire.
Occorre pensare, invece. Distinguere le istanze diversificate nella nostra
cultura e nelle culture altre, le loro articolazioni, mentre il terrorismo, da
una parte e dall'altra, ci costringe al contrario: forse è questo il compito
terapeutico del pensiero oggi.