![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 GENNAIO 2002 |
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A COLLOQUIO CON IL FILOSOFO: IL SIGNIFICATO DI UN ANTICO MODELLO
DI VITA, IL SUO VALORE PER LA SOCIETÀ D´OGGI
Che cos'ha
da dire oggi la figura del monaco? E che cosa ci suggeriscono le regole che da millenni
ne guidano la vita nei conventi? Il monaco Enzo Bianchi, priore della
Comunità di Bose (a Magnano, Biella), risponde che le regole non sono soltanto
"un pressante richiamo per tutti i cristiani", ma anche "un
grande segno di speranza per tutti gli uomini". Lo dice nell'introduzione
alle Regole monastiche d´Occidente, un volume che ha curato nella
collana einaudiana dei Millenni. Bianchi vi pubblica "la quasi totalità
delle regole monastiche cenobitiche dell´Occidente latino dei secoli
IV-VII", e poi, in appendice, le norme francescane e del Carmelo, durate
tutte fino ai nostri giorni; e interpreta il monaco e la comunità monastica
all'insegna della libertà e dell'apertura, sia all'interno delle mura
conventuali sia soprattutto verso il mondo esterno. In realtà non ci sono mura.
I conventi non sono isole. Tutt'altro. I monaci vivono "in compagnia degli
uomini". Le stesse regole, per Bianchi, hanno ben poco di dogmatico, di
autoritario: nella loro sostanza sono piuttosto tracce per un buon comportamento,
appelli a un proficuo lavoro individuale e sociale. Del monaco e della comunità
monastica, del loro significato odierno, abbiamo parlato con il filosofo
Massimo Cacciari.
Per Enzo
Bianchi, il tema della comunità è "al centro del dibattito filosofico e
sociologico mondiale", è di "cogente attualità". Lei è
d'accordo?
"Ogni
contesto comunitario sembra oggi irreversibilmente lacerato, superato, negato,
tutti sembriamo abitati da un universo unico, parlati da un linguaggio unico:
per questo la riscoperta del valore della vita comunitaria, al centro della
vita monastica, è straordinariamente importante. È l'idea di una vita comune
dedicata all'amicizia, sulla base di un medesimo destino assai più che sulla
base di una comune origine, di appartenenze identitarie".
In che modo
possono parlarci le regole dei vari ordini monastici?
"L'attualità
del monachesimo è la sua perfetta inattualità. La persona intelligentemente
curiosa può leggere il libro di Bianchi per scoprire proprio che c'è un altro
mondo, che il mondo in cui viviamo non è l'unico mondo, tantomeno il migliore
di quelli possibili. Inutile cercare banali attualizzazioni".
Passiamo
allora a un altro punto: qual è per lei il valore storico del monachesimo?
"Non si
capisce nulla dell'Europa senza il contributo dei grandi ordini monastici, a
partire da Benedetto. Tra VI e IX secolo, in un'Europa vicina allo sfascio,
assalita dalla marea islamica a Sud e divisa e inordinata a Nord, in un mondo
in cui tutti i contesti urbani e comunitari appaiono spezzati, è decisiva la
presenza, anche simbolica, di queste comunità monastiche, di questo vivere
associato, ordinato, regolato. Regolato: ecco, la regola è la grande invenzione
occidentale, essa vale dappertutto, ha quindi un grande valore di unificazione
culturale, sociale, linguistica, politica. Un "esercito" sterminato
di monaci che vivono in philía, in amicizia, sparsi in tutta Europa,
costruiscono monasteri, chiese, ospizi, ospedali... Altro che la
globalizzazione di adesso! In Oriente, invece, non ci sono ordini, non ci sono
regole: ogni monastero è sostanzialmente autonomo. Ma tutte le regole hanno
questo significato teologico: come l'uomo ha peccato per inubbidienza, perché
non ha saputo ascoltare (obbedienza viene da ob-audire), così il riscatto verrà
da una corretta capacità di obbedire, di ascoltare: ascoltare la Parola, i
fratelli, gli altri... Non ci sarebbe l'Europa, senza il monachesimo".
Tutto questo
è soltanto memoria storica?
"Un ruolo
da gigante, nella memoria dell'Europa che stiamo cercando di costruire, lo deve
svolgere proprio questo problema della nascita e della diffusione del
monachesimo, che ha operato una vera e propria conquista grazie alla forza
simbolica dello sforzo di imitazione di Cristo. Una conquista
politico-culturale del mondo grazie alla rinuncia ad esso. Sono convinto che se
l'Europa vuole avere oggi un grande ruolo politico nel mondo, deve presentarsi
come quella forza culturale e spirituale che rinuncia a ogni idea di conquista.
L'ho scritto nei miei libri, nell´Arcipelago, in Geo-filosofia
dell'Europa".
Che cosa
l'affascina nella figura del monaco?
"Il suo
non essere mai catturato dal mondo, cioè la sua ascesi, senza tuttavia essere
mai separato dal mondo. Quella del monaco è un'ascesi associata, agonistica, in
continuo confronto e lotta con il disordine del mondo, che vuole trasformare.
Il monaco ha impeto missionario, evangelizzante, vive una tensione drammatica
con il mondo. L'immagine corrente del monaco come di uno che fugge dalla
società è aberrante, ci viene dalla feroce polemica dei protestanti e degli
illuministi. Lo straordinario dell'esperienza monastica è invece separarsi sì
da tutto e seguire Cristo, ma proprio perché imiti Cristo non ti separi da
nulla, ma anzi coltivi, lavori il tuo campo, lo rendi fruttifero. Ora,
l´attuale cultura appare totalmente asservita al mondo. Ma chi è servo, potrà
mai "conquistare"? I monaci che ricusarono il mondo hanno fatto
l'Europa, noi che abbiamo accettato, che ci siamo fatti semplicemente mondo,
servi della tecnica e dell'economia, saremo mai capaci di creare una nuova
comunità mondana? Sono convinto che chi non ha la forza interiore di
distaccarsi, non di separarsi, chi dipende e basta dalle cose del mondo, mai potrà
"dominarlo". Il monaco è questo paradosso: il suo nome significa
solitario, ma egli vive insieme, anche nei momenti di estrema anacoresi. Ciò
significa che, per essere veramente insieme, occorre essere capaci di entrare
nella propria verità, di pervenire al proprio "fondo". In altri
termini, soltanto chi è capace di essere solo, potrà costruire comunità. Oggi,
se uno sta solo cinque minuti, accende la tv, sta con i mezzibusti".
Le comunità monastiche non erano chiuse,
arroccate, ma aperte, ospitali. Un valore attuale.
"Sappiamo
oggi cosa significhi ospitalità? Essere comunità vuol dire accogliere,
altrimenti si sarà "immuni" e non "comuni". Oggi assistiamo
al trionfo dell'immunità: vogliamo difenderci, non vogliamo che l'altro ci
"infetti". La risposta monastica alla vita del mondo è insomma nel
fare: l'esser monaco non è uno status, il monaco non sta in una torre d'avorio,
come è capitato e spesso capita a qualche intellettuale, ma agisce, lavora, si
confronta, accoglie, persuade, conquista".
Come interpreta
i voti di castità, povertà, ubbidienza?
"Castità
significa essenzialmente rinuncia a ogni affermazione prevaricante del proprio
io. La povertà non è odio verso il denaro (tantomeno compiacenza per la sua
idolatria, religione oggi universalmente dominante), ma capacità di donarsi, di
condividere. E l'obbedienza, come ho detto, è ascolto, cioè umiltà e ritorno in
se stessi".
Professor
Cacciari, è possibile che i valori sociali di una comunità monastica siano oggi
propri anche di una comunità laica?
"Non lo
so. So soltanto che se dimentichiamo la dimensione del monachós, se la mia vita
si risolve in egoismo o mera "confusione" con la massa degli altri,
non nascerà mai una comunità. Questa infatti presuppone dei distinti, persone
che cerchino di conoscere se stesse. La vera domanda è un´altra: se sia
possibile una comunità senza Grazia, senza fede (ma la fede è Grazia, è dono).
Non saprei risponderle. Ma il problema essenziale è capire chi sia il monaco, è
porsi le domande in modo corretto".
La comunità
monastica, in definitiva, ci insegnerà qualcosa?
"Non
sono un profeta. Dico semplicemente che per porsi correttamente il problema
dell'Europa, bisogna porsi correttamente il problema della spiritualità
monastica".
Professor
Cacciari, che cos'è per lei il Vangelo?
"La
lettura più straordinaria che si possa fare. E la più dura. Non conosco una
parola di amore più aspra di quella. Qualcosa di inaudito, ma proprio di
straordinariamente "durus": chiama a essere "perfetti" come
il Padre celeste. Il monaco avanza la inaudita pretesa di mostrare già in
questo mondo come sia possibile corrispondere a una tale chiamata. Perciò la
grande tentazione che il monaco subisce è quella di superbia".
Lei è
credente?
"No, non sono credente. Ma in un senso preciso, che credo sia anche l´unico corretto. Per un cristiano credere dovrebbe significare credere che quest´uomo Gesù sia il Cristo, non solo il Cristo atteso dai Giudei, ma il Figlio di Dio, Dio egli stesso. È questo il contenuto della fede. E questo io non credo. Ma ciò nulla toglie all'esigenza di "venire ai ferri corti" con questa tradizione, e comprendere come neppure sia concepibile Europa fuori di essa. È oggi possibile vivere un cristianesimo senza salvezza, come ricorda il filosofo Enzo Vitiello? Non so. Certo, per San Paolo, saremo giustificati solo per fede. È possibile vivere cristianamente senza speranza di essere salvati? Ecco una buona domanda".