RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2002
editoriale
La Costituzione mista secondo Machiavelli

I "Discorsi" su Tito Livio

Un compassato anglosassone che si aggirava, laureato honoris causa , per l'Italia profondendo saggezza, sostenne - nella persuasione che la scienza deve parlar chiaro - che la democrazia può anche "dare un contributo al buon andamento di una repubblica ben regolata, ma non può costituirne l'essenza, e nemmeno il fine". Il politologo cinto d'alloro è Neil MacCormick. Il teatro della rivelazione concettuale fu la facoltà giuridica di Macerata (dicembre '98). L'attacco alla sopravvalutazione del ruolo della democrazia in una "repubblica ben ordinata" culminava nella dimostrazione del fatto che, al di là della retorica democratica peraltro assai inflazionata, la forma politica che effettivamente ha vinto è la cosiddetta "costituzione mista": cioè quel tipo di "costituzione non scritta" ma operante (e come!), in cui il principio democratico viene neutralizzato appunto al fine di un buon funzionamento dello Stato - da contrappesi sostanziosi di carattere monarchico e soprattutto "oligarchico". Scoperta per nulla nuova. Ci erano arrivati, molto prima, pensatori e analisti sociali quali Roberto Michels, scopritore della "ferrea legge dell'oligarchia" addirittura nelle dinamiche del più grande, più forte, più autorevole partito "democratico" d'Europa, il partito socialdemocratico tedesco all'inizio del Novecento. Al termine del Novecento - che di esperimenti ne ha visti - MacCormick può olimpicamente concludere che, in verità, la democrazia è solo un buon "condimento" (ma nulla più) in una "repubblica ben regolata".

Indagare sulla storia dell'idea stessa di costituzione "mista" è un campo sempre aperto e fertile, dissodato, con intenti non certo di mera archeologia del sapere, in anni ormai lontani da Kurt von Fritz. L'indagine dovrebbe partire da Erodoto, e proprio dalla pagina in cui lo storico, divenuto ateniese "d'adozione" per simpatia politica, sembra tessere il maggior elogio (l'unico senza ombre che i greci ci abbiano lasciato) della democrazia. E dovrebbe proseguire col sesto libro delle Storie di Polibio, il quale trovava conferma dell'assoluta superiorità di quel modello nella realtà costituzionale della repubblica romana (la quale fu schiettamente oligarchica, ma oggi viene decantata da politologi e storici statunitensi come "democratica", appunto perché la sola democrazia accettabile appare ormai, oltre Oceano, quella ritoccata da robusti correttivi in senso oligarchico e lobbistico.

Il libro che segna l'immissione nella moderna riflessione, in Europa, del "culto" della "costituzione mista" è quello che raccoglie - al di là degli intenti dell'autore - i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli. Quest'opera capitale è disponibile ora in una moderna e ben fatta edizione critica (Salerno Editrice, Roma, due volumi, pagine 960) a cura di un competente studioso quale Francesco Bausi. È una nuova pietra nel grande edificio dell'edizione nazionale del Machiavelli.

Bausi, il quale ha fornito un testo su basi solide e bene argomentate nell'amplissima nota al testo, pone l'accento sul carattere assai composito, e certo disorganico, di quest'opera machiavelliana di lunga lena (essa contiene - scrive - "tutto e il contrario di tutto" dal punto di vista della modellistica politica).

Nota anche, non a torto, che la conoscenza del sesto libro di Polibio, quello dedicato appunto alla "costituzione mista", dev'essere subentrata, in Machiavelli, quando l'opera era già redatta in una forma molto avanzata. Machiavelli, infatti, invaghito di quella trattazione (a lui nota certo da versioni latine allora circolanti), volle non solo inserirla quasi di peso nel suo trattato, ma collocarla in una posizione molto enfatica: come secondo capitolo del libro primo.

Una scelta che attesta senza dubbio la volontà da parte del Machiavelli di dare rilievo al "nuovo" testo classico, così pertinente rispetto alle problematiche che il trattato, costruito dapprima come commento a Livio, intendeva sviluppare.

Bausi ha ragione nel rilevare che una tale immissione tardiva ha solo accresciuto la confusione, visto che, così, l'ipotesi "costituzione mista", presentata per giunta con le stesse parole del suo massimo teorico antico, viene a coabitare - nel contesto dei Discorsi - con altre, altrettanto vibratamente caldeggiate ipotesi, da quella assai divergenti. Tutto ciò suggerirebbe anche la domanda: che tipo di libro intendeva Machiavelli offrire ai lettori, stante la problematicità che siffatte contraddizioni comportano.

Meno condivisibile è forse la sottovalutazione del nuovo che Machiavelli introduce rispetto all'originale polibiano. È innegabile, infatti, che Machiavelli chiude la ripresa quasi letterale da Polibio con una osservazione tutta sua: quella dell'insostenibilità, alla lunga , del "cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate e si governano". Diagnosi pertinente, e nutrita di esperienza concreta, ma estranea per lo meno a quel che è dato leggere negli estratti superstiti del libro polibiano sulle costituzioni.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica