RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 2001
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
Il professor Bonanate: "Il dovere dell'ingerenza umanitaria"

"Di fronte ad una vicenda tragica ed emblematica come quella di Safiya Hussaini, la domanda che dovremmo porci non è se abbiamo il diritto a intervenire ma se, invece, non incomba su di noi un vero e proprio dovere di farlo". A parlare è una delle massime autorità accademiche nel campo dello studio del diritto e delle relazioni internazionali: il professor Luigi Bonanate, ordinario alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.

Professor Bonanate, è accettabile che sulla base del principio che ciascun Paese deve costruire il suo sistema giuridico a partire dalle proprie tradizioni religiose in Nigeria una donna, Safiya Hussaini, sia stata condannata alla lapidazione per adulterio, nonostante fosse vittima di uno stupro?

"A questa domanda si potrebbe rispondere così come si è risposto in Europa alla rivendicazione fatta dal governo Berlusconi sulla originalità e incomunicabilità del sistema penale italiano in rapporto al mandato di cattura europeo: ora, così come è inimmaginabile che dei cittadini europei possano essere sottoposti a legislazioni difformi - per il semplice fatto che la civiltà giuridica europea sia ormai attestata su livelli largamente condivisi - allo stesso modo non si può accettare che la Nigeria, come qualsiasi altro Paese, rivendichi una sua superiorità nei confronti dei fondamentali diritti umani, che non soltanto furono dalla stessa Nigeria sottoscritti, ma che superano per definizione qualsiasi legislazione nazionale".

Molto si è discusso del "diritto all'ingerenza". Ma questo diritto, evocato in Kosovo e dopo l'11 settembre nella guerra al terrorismo, non andrebbe praticato anche nel caso di Safiya?

"Il problema è tanto vero, e a prima vista tanto insolubile, che proporrei di rovesciarne il senso. Chiedendoci non se abbiamo il diritto a intervenire ma se, invece, non incomba su di noi un vero e proprio dovere di farlo. Il dovere non è solo il contrario del diritto, ma è anche una guida per l'azione. In altri termini, assumersi un dovere è sempre accettare un impegno gravoso e difficilmente chi lo fa rischia di abusarne. Tanto è vero che conosciamo la figura dell'abuso di diritto ma non quella dell'abuso di dovere".

Nel caso specifico della donna nigeriana condannata alla lapidazione , in che modo si dovrebbe praticare questo "dovere" di ingerenza?

"Cerchiamo di rispondere per approssimazioni: gli Stati Uniti avevano il dovere giuridico di perseguire Bin Laden ma non il diritto di spianare l'Afghanistan. Noi abbiamo il dovere di ribellarci alla violenza del diritto nigeriano ma non per questo dovremmo invadere la Nigeria. Ciò significa che noi dobbiamo elevare non soltanto la nostra voce, ma tutti gli strumenti di pressione e di coercizione a ogni livello della vita diplomatica, giuridica, economica, per spingere il governo nigeriano a fare rispettare i suoi doveri nei confronti dei diritti umani, almeno di quelli considerati ormai indisponibili (ovvero legati alla sovranità sul proprio corpo)".

Lei ha citato la vicenda Bin Laden e la guerra al terrorismo. All'inizio del conflitto in Afghanistan, da più parti si pose l'accento sul rischio di innescare una guerra di civiltà. Le chiedo: il rispetto verso altre tradizioni e culture può spingersi sino al punto di rinunciare a fare di alcuni valori, dei principi universalmente condivisi?

"Non possono diventare principi universali per la semplice ragione che già lo sono. Il nostro compito è di spiegarlo a chi non l'abbia ancora capito o l'abbia scordato. E non è con l'ipotesi dello scontro di civiltà che aiuteremo la difesa dei diritti umani. Non esiste alcun sistema religioso né alcun regime politico che siano incompatibili con i diritti fondamentali; ci sono religioni e regimi che non li applicano. È nei confronti di questo secondo aspetto che dobbiamo mobilitarci. Perché toccare il primo, significherebbe perpetuare il modello dello scontro. E le vie per ingerire non sono altro che quelle stabilite dalla teoria democratica, vale a dire la discussione, il dibattito, l'accettazione delle divergenze allo scopo dichiarato di raggiungere una base comune minima (i diritti) a partire dalla quale avviare il dialogo. Nessuna religione impone di uccidere o di violentare ma una sua cattiva traduzione politica può farlo succedere".

Il discorso non vale dunque solo per l'Islam?

"Certamente. Le degenerazioni possono inerire qualsiasi cultura. È proprio per questo che abbiamo il dovere di denunciarle sempre o dovunque, anche se sappiamo di non avere la bacchetta magica. Ma quante volte ci siamo limitati a ritenere che gli stranieri fossero diversi in qunato portatori di valori incompatibili con i nostri! Diciamolo chiaramente: non sono mai incompatibili i valori ma il il modo in cui li viviamo".

Il rispetto della sovranità sul proprio corpo chiama in causa, in molte aree del mondo, la parità inevasa dei diritti tra i sessi.

"Quella della eguaglianza dei diritti tra uomo e donna è stata l'unica vera, grande rivoluzione del XXmo secolo, che ha visto, se non compiersi, certo affermarsi comunque il principio della parità. Ma come tutte le rivoluzioni è ancora incompiuta o dovrebbe essere permanente. Ciò non vale solo per il complesso mondo islamico, perché neppure nel mondo occidentale la parità è totale, nell'ambito del lavoro, in politica ed anche nella vita privata".
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica