![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 DICEMBRE 2001 |
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Il pensiero dell'economista di Cambridge
alimenta tuttora un filone di studi
«Piero Sraffa's Political
Economy. A Centenary Estimate», a cura
di T. Cozzi e R. Marchionatti, London e New York, Routledge, 2001, pagg.
416, s.i.p.;
«Piero Sraffa. His Life, Thought
and Culturai Heritage», London e New York, 2000, s.i.p.
Fino
a pochi anni fa un volume di economia teorica che non facesse riferimento, in
positivo o in negativo, alle idee di Piero Sraffa, faceva notizia. Da qualche anno la situazione è mutata,
quasi si è ribaltata. Gli scrittori di
teoria economica, almeno quelli che imperversano sulle maggiori riviste,
mostrano di aver altro per la testa che il reswitching o la merce base; i temi più
tipicamente sraffiani sono diventati, insomma, preziosità da raffinati.
E'
quindi con sorpresa e con qualche conforto, almeno per me, che vedo il ritorno
in forze delle tematiche sraffiane nel solido volume degli atti del Convegno
torinese su Sraffa di quasi tre anni fa (Torino, Fondazione Einaudi, 17-18
ottobre 1998) e nella versione inglese di un volume biografico teorico di
Alessandro Roncaglia che ha avuto, nella sua versione italiana, un'influenza
non piccola nei dibattiti sraffiani del recente passato.
Gli Atti del Convegno torinese, su cui mi concentrerò in questa nota,
curati egregiamente da Terenzio Cozzi e Roberto Marchionatti, passano in
rassegna, con relazioni e controrelazioni di molti fra i migliori specialisti
del ramo, italiani e stranieri, gran parte della problematico sraffiana e
post-sraffiana. Chi era presente al
Convegno può testimoniare che, con la sua grande varietà di approcci, con la
libertà e vivacità delle controrelazioni, il volume restituisce bene
l"'atmosfera" di quell'incontro.
Notevole, in particolare, il "ricordo" di Sergio Steve, sia
sul piano biografico che su quello dello scioglimento di alcune puzzles.
«L'idea di una teoria di incrollabile rigore logico - scrive Steve - non
costituisce, in definitiva, un'alternativa alla conoscenza empirica,
necessariamente non rigorosa, della realtà economica» (pagg. XXXVI.). Questa sarebbe stata la posizione
di Sraffa.
Dopo due preziose incursioni
nella vita del giovane Sraffa (l'ambiente torinese e l'esordio di Sraffa come
economista), l'attenzione del lettore viene spostata sull'influenza esercitata
da questo studioso italiano sull'ambiente cantabrigense, usualmente molto
insulare. Papers e commenti, tutti di ottimo livello, ci riportano nel cerchio
magico delle controversie economiche post-marshalliane e pre-General Theory.
L'impressione che un lettore
come me ne ricava è, tuttavia, mista.
Da un lato di godimento per una nuova, raffinata, rievocazione di
controversie su cui la mia generazione si è formata; dall'altro d'imbarazzo per
un dibattito che mi appare gravato da qualche equivoco, come dimostra, io penso,
la "scivolata" di Sraffa nel 1926.
Il mio sospetto è che Keynes e compagni non avessero capito bene il
personaggio che, per liberarsi dall'imperversante culto della personalità di
Marshall, si
erano portati in casa. L'elegante e documentata relazione di
Cristina Marcuzzo, mi pare che legittimi qualche dubbio in proposito.
Credo che un quadro assai
diverso di ciò che bolliva nella pentola degli studi economici britannici del
periodo, forse anche di più rilevante per i dibattiti attuali, sarebbe
emerso dall'esame congiunto e comparato della controversia sui costi coi
lavori di economia industriale di un diverso nucleo di discepoli, diretti e
indiretti di Marshall quali, ad esempio: D. Macgregor, S. Chapman, Sargant
Florence e Austin Robinson. Sviluppando
la vena induttivistica della lezione marshalliana questi ultimi, infatti, a
Cambridge certo, ma anche a Birmingham, a Manchester e altrove, stavano
ponendo, coi loro lavori - relegati dai "teorici" nel recinto
"inferiore" dell'economia "applicata" - le basi di due
importanti campi di studio attuali: l'economia e la sociologia dell'industria.
I saggi successivi, della III
e IV parte, analizzano in dettaglio, spesso con grande acume, sempre con interessanti
informazioni e riflessioni, lo svolgimento delle idee di Sraffa, illuminandone,
volta a volta, i diversi aspetti: dalle celebri lezioni cantabrigensi del
1928, alla monumentale edizione - coni la definì Einaudi - delle carte
ricardiane, alla fertilmente enigmatica Produzione
di merci a mezzo di merci (1960), al pensiero monetario di Sraffa, tema
relativamente poco esplorato, fino ai rapporti intellettuali con personaggi del
calibro di J.M. Keynes e Hayek.
Personalmente trovo particolarmente "stuzzicante" il saggio
di Heinz D. Kurtz e Neri Salvadori, i quali ricostruiscono, con minuzia
filologica e acume analitico, il controverso rapporto di Sraffa con alcuni
matematici (Ramsey e Watson), e più in generale, con la matematica. Ottima la conclusione: «Sebbene abbia
cercato l'aiuto dei matematici egli non si mise mai nelle loro mani». (pagg.
282) Molto marshalliano.
Insomma il volume consente
una full immersion di ottima qualità
in diatribe e dibattiti che abbracciano un ampio arco di tempo: dai Principles di Marshall (1890) a giusto
ieri e, forse, domani. Proprio
quest'ultimo è il punto che può interessare il lettore non specialista: cosa
ci possiamo attendere da questo filone di ricerche?
Prescindendo dalle ricerche
sulle carte di Sraffa, che procedono alacremente, ma che interessano prevalentemente
i gourmets, credo che la
"sraffistica" attiva possa essere ancora suddivisa utilmente secondo
la tripartizione avanzata, or son dieci anni, da Alessandro Roncaglia: un
filone smithiano, diciamo, che si può far risalire a Sylos Labini, il quale,
sull'asse Smith, Keynes, Sraffa, privilegia l'indagine diretta della realtà
economica, come, per far solo un esempio, i problemi del sottosviluppo; un
filone pasinettiano che, sviluppando alcuni spunti di dinamica di lungo
periodo presenti nell'opera di Sraffa, rivolge i suoi sforzi alla elaborazione
di un paradigma dinamico alternativo al mainstream neoclassico. Viene infine il gruppo di Garegnani e dei
suoi collaboratori e discepoli, impegnato sempre sul fronte teorico, ma anche
sempre più disponibili a misurarsi coi problemi del mondo reale. Una caratteristica interessante di quest'ultimo
gruppo di studiosi è di non sentirsi molto legati alla necessità di
"chiudere" formalmente la totalità sociale in un unico modello
teorico. Ritorna di nuovo, con le
catene deduttive corte, l'ombra del padre ucciso proditoriamente.
E' difficile immaginare dove tutto questo fervore di studi sboccherà, ma pare risultarne chiaro, comunque, che la carica propulsiva degli studi sraffiani e lungi dall'essere esaurita. E conforta anche molto constatare che tutti i filoni di studi sraffiani appena ricordati, insieme alla ricerca storica e teorica sulle origini e gli sviluppi possibili delle idee di Sraffa, coltivino oggi un interesse per i problemi del mondo reale, che non sempre, in precedenza, avevano mostrato.