![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 DICEMBRE 2001 |
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Quella zona di mistero al di qua della ragione
La divisione tra credenti e non credenti è grossolana e va
rimeditata a fondo
Dio non esiste, dice l'ateo nel suo legittimo convincimento, ma
riconosce il bisogno di Dio
Il rumore del mondo non deve invadere il luogo silenzioso da cui
sono nate le parole
L'inizio del
nuovo millennio sembra caratterizzato da un imprevisto e spettacolare ritorno
della dimensione religiosa all'interno delle nostre società secolarizzate. Le
ragioni sono diverse e tutte riassumibili nel trionfo del materialismo che è
prerogativa del capitalismo, il quale poggia su quei due pilastri che sono la
tecnica e l'economia. Queste dischiudono scenari senza scopi, senza fini, senza
l'indicazione di un senso che non sia quello dell'autopotenziamento senza
motivo, senza perché e soprattutto senza uno straccio di risposta alle domande
che gli uomini incessantemente si pongono circa il senso del loro esistere.
L'ideologia
comunista, anche se dichiaratamente atea, era attraversata da motivi messianici
di riscatto, versione laicizzata della redenzione; il suo tempo era escatologico,
la sua utopia di giustizia non chiudeva la possibilità di un mondo diverso, il
presente si prefigurava come oltrepassabile e non come monotona ripetizione
dell'esistente, senza residui di speranza. La tristezza come atmosfera del
tempo, così ben descritta da Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica 16
dicembre, non trovava spazio nella tensione tra la materia e lo spirito.
Per
paradossale che possa sembrare, il crollo del comunismo ha segnato la fine di
questa tensione e lo spessore opaco della materia, nelle forme della tecnica e
dell'economia capitalistica, ha appesantito il mondo e generato per contrasto
un bisogno di trascendenza che, irreperibile su questa terra, è stata di nuovo
proiettata in cielo ed estirpata come pratica quotidiana in questo mondo.
La tecnica
infatti non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di
salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica, come condizione
universale per la realizzazione di qualsiasi scopo, tende solo al proprio
"autopotenziamento", senza che le finalità umane abbiano ormai alcuna
possibilità di governarla. L'economia dal canto suo tende alla
"crescita" indefinita, versione monetaria dell'autopotenziamento
tecnico, al di là della portata dei bisogni reali, in quel deserto dei valori
dello spirito che taglia alle radici le figure della speranza.
Nasce da qui
il bisogno di religione, qualcosa che assomiglia a un nutrimento dello spirito
di cui l'umanità, fin dall'alba della sua storia, non s'è mai privata. E questo
per rispondere a quella tensione dell'esistenza che si rifiuta di appiattirsi
sul presente, e di guardare al futuro come a una monotona ripetizione del
passato. La religiosità è stata sempre terra ricca di simboli e di speranze, in
cui poteva nutrirsi questa tensione che è poi l'essenza dell'uomo, mai pago
dell'esistente, perché sempre proiettato in un futuro diverso e possibile. Per
questo, in presenza di una mondializzazione materialistica, assistiamo a una
rinascita potente del religioso: o nella forma dell'irrigidimento delle
identità religiose, di cui la contrapposizione tra cristianesimo e Islam è solo
un esempio che inutilmente si cerca di tacitare, o nella forma del sincretismo
religioso a dimensione planetaria, dove ciascuno compie lo sforzo di trascendere
il proprio dio per trovarsi insieme a pregare Dio.
"Dio
non esiste" dice l'ateo nel suo legittimo convincimento. Eppure anche
l'ateo non può negare l'esistenza del "bisogno di Dio", che può
spiegare marxianamente come "oppio dei popoli" utile a trasferire nel
aldilà il compenso all'ingiustizia patita nell'al di qua. O psicoanaliticamente
come "avvenire di un'illusione" che la progressiva scoperta delle
dinamiche dell'inconscio non tarderà a smascherare. Tutto vero, ma
insufficiente a spiegare questa inarrestabile ricerca del sacro come qualcosa
che antecede la nascita della ragione e che permane, se non addirittura si
potenzia, in presenza del suo trionfo. In questa ricerca c'è il rifiuto di
considerare l'uomo come assoluto, il tempo cronologico come esaustivo, il
mistero semplicemente come qualcosa che non è stato ancora scoperto, il senso
della vita esaurito nel tempo che ci è dato da vivere.
Del resto se
la ragione è un sistema di regole che gli uomini si sono dati per poter
convivere, la religione custodisce quello sfondo prerazionale che gli uomini
abitano più profondamente e più intimamente di quanto non si adattino alla
convenzione razionale. Per questo occorre lasciar cadere quella grossolana
distinzione che separa credenti da non credenti. Gli uni e gli altri abitano
infatti quelle metafore di base che la religione, prima della filosofia e prima
della scienza, ha indicato segnalando la separazione tra sacro e profano, tra
spazio dell'uomo e spazio trascendente l'umano, tra tempo della vita e tempo
che precede e oltrepassa la vita.
A differenza
dell'animale, l'uomo sa di dover morire. Questa consapevolezza lo obbliga al
pensiero dell'ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o
dal Nulla. Ciò fa dell'uomo un "animale non stabilizzato" come diceva
Nietzsche, un animale la cui essenza è nell'oltrepassamento della sua
situazione. Il futuro è il destino dell'uomo, è la traccia nascosta della sua
angoscia segreta. Non ci si angoscia per "questo" o per "quello",
ma per il Nulla che ci precede e che ci attende. Ed essendoci il Nulla
all'ingresso e all'uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda
che chiede il senso del nostro esistere. Un esistere per Nulla o per Dio?
Ma qui siamo
già nel repertorio delle risposte, delle argomentazioni, delle conversioni,
delle disperazioni. Io vorrei trovare l'essenza della religione prima di queste
domande e risposte, vorrei trovarla là dove si dà il terreno da cui è possibile
sentire e pensare. Filosofia e scienza sono edifici concettuali, ma è possibile
edificare concettualmente solo se un terreno di metafore e di simboli ci
ospita. Questo terreno è scavato dalla religione che segnala cos'è l'alto e
cos'è il basso, la destra e la sinistra. Convoca il cielo e la terra, dispone a
destra il bene, a sinistra il male. Prevede che la disperazione dell'uomo, che
tende il suo urlo, anche sommesso, al di là dell'esistenza, abbia un ascolto. E
chiama questo ascolto Dio. Ignoto Tu che supplisce l'indifferenza della terra e
delle macchinazioni che si compiono sulla terra.
Sembra che
il dialogo tra Io e Tu sia insoddisfacente, che gli spazi di silenzio e di
incomprensione, al di là della buona volontà e delle buone intenzioni, esigano
una comprensione superiore. Sembra che la solitudine del cuore sia così
abissale da non essere raggiunta da nessuna voce umana. Sembra che l'intensità
della passione non trovi corrispondenza nell'amore e nell'ira che gli uomini
possono vicendevolmente scambiarsi.
Sembra che
la solitudine non possa neppure costituirsi, e tantomeno un dialogo interiore,
se l'altra parte non ha un volto sovrumano. Sembra che la metafora
dell'inconscio sia troppo povera per contenere quel patire che solo nei simboli
religiosi trova l'altezza della sua iconografia. Sembra che le vette della mente
non sappiano perché si protendano verso il cielo, se il cielo è vuoto. E
neppure si sa perché l'esilio a cui ci avvia la disperazione possa essere
immaginabile senza un inferno che ce lo prefiguri come corrispondenza
immaginifica dell'anima.
Connessi
come siamo all'animale, le cui vestigia sono il peso del nostro esistere, senza
religione non abbiamo luogo dove marcare la differenza. Ma forse anche il
linguaggio non avrebbe trovato le sue parole se la religione non gli avesse
dato i simboli che, come cascate, le hanno generate una dopo l'altra. Ma col
vincolo che nessuna parola avrebbe avuto senso se si fosse staccata dal simbolo
che l'aveva generata. Parole staccate, parole perdute per l'Evento. Ecco cos'è
la religione: l'Evento. Un andamento silenzioso e gravido di senso, capace di
negarsi per far accadere tutta la storia. Assentandosi Dio, accadde il mondo.
Ma anche all'assenza bisogna essere grati.
Per questo non bisogna vociare all'interno della religione o fuori dalla religione. Non bisogna far chiasso in nome di Dio o contro Dio. Il rumore del mondo non deve invadere, col grido dell'affermazione o del diniego, l'origine silenziosa da cui sono scaturite tutte le parole. A partire da questa atmosfera, che non è atto di fede ma di riconoscimento, si possono incominciare a leggere i testi sacri. Un'occasione in questo senso, un'occasione superba, ce la offre in questi giorni la casa editrice Utet con la pubblicazione (in sei volumi di 600 pagine l'uno, al prezzo di 110.000 lire al volume) di un'opera ad altissimo livello che in italiano titola La religione. Essa traduce, aggiorna e amplifica la monumentale Encyclopédie des Religions che, sull'argomento, è l'opera più aggiornata e completa oggi esistente, con i primi tre volumi che presentano le varie religioni del mondo compilate dai rispettivi credenti, mentre i volumi successivi comprendono l'analisi di dieci temi generali trattati in modo trasversale nelle varie religioni, quali il divino, il cosmo, l'uomo, il male, la salute, la morte, l'aldilà, l'etica, la politica, la società e soprattutto l'esperienza del divino.Perché che Dio esista o non esista può essere oggetto di disputa, ma che l'esperienza, il vissuto religioso esistano è un fatto fuori discussione. Ed è questo vissuto che val la pena di indagare per capire che cos'è e perché si dà prima della nascita della ragione e oltre i confini che la ragione stessa da sé si assegna. Questa zona di mistero è il luogo dove alcuni frettolosamente trovano subito il volto di Dio, ma dove tutti possono trovare la traccia nascosta, profonda e, se il termine non soffrisse dei limiti ad esso conferiti dalla psicoanalisi, direi anche "inconscia", in cui si raccoglie il senso in cui l'umanità ha cercato di esprimere la sua differenza dall'animale e ciò che, forse, a sua insaputa la muove nella produzione della sua storia.