RASSEGNA STAMPA

18 DICEMBRE 2001
BRUNO GRAVAGNUOLO
Negri: vi spiego l'Impero

Parla il teorico dell'Autonomia operaia celebrato negli Usa da «Time»

Il suo nuovo «Empire» ha avuto molto successo negli Usa: è un libro marxista sulla fine dello stato-nazione e sul mercato imperiale

Scomparse le divisioni di classe, il nuovo polo antagonista e diffuso è rappresentato dalle moltitudini

Che ci va a fare un riformista a casa di Toni Negri?  Uno che negli anni settanta ha combattuto quelli che come lui volevano l'insurrezione?  Rimuginiamo la domanda mentre accostiamo il portoncino di Via della Gensola a Roma, la viuzza seminascosta dove il professore del Dominio e il sabotaggio vive.  In una bella casa trasteverina tra i tetti.  Ci vive agli arresti.  Per scontare un residuo di pe­na fino al 2003, alternando studi e lavoro in una agenzia trova-lavoro per carcerati.  Beh, intanto c'è la «notizia».  Negri con il suo Empire - che uscirà il 23 gennaio per Rizzoli - è stato inserito da Time america­na in una lista dei sette libri più importan­ti del momento.  E poi il «cattivo maestro» torna in scena, e infatti lo abbiamo visto sere fa al Forte Prenestino in un centro sociale, circondato con rispettosa attenzio­ne da un pezzo emblematico del popolo giovanile, antagonista e no-global.  Parlava di Impero e di Esodo, del capitalismo impe­riale e diffuso, in occasione della presenta­zione di una rivista - Posse - dove ha scrit­to un saggio sulle «vie di mezzo»: figure operaie di confine tra lavoro autonomo e dipendente.

Basta, saltiamo imbarazzo e convenevoli, e veniamo al punto, visto che siamo a casa sua.  Professor Negri, Lei descrive gli Usa come la Babele dell'Impero.  Non sarà, quello suo e di Michael Hardt, un libro filoamericano, e ben per questo da quelle parti è piaciuto?  Scoppia a ridere e rispon­de: «Mi diverte il successo di Empire proprio lì.  Ma ha contato il passaparola nei campus universitari.  E il giro di studiosi new-left.  Poi è venuta Time. E' un libro marxista, che parla della fine dello sta­to-nazione, di mercato imperiale e moltitu­dini che attraversano la sovranità statuale e la sconvolgono.  Gli Usa sono l'epicentro dell'Impero, una post-nazione contraddit­toria, più complessa e avanzata della vecchia Europa fatta di stati territoriali.  Que­gli stessi stati che hanno prodotto massacri di ogni tipo, da Verdun ad Auschwitz».  Ma l'Europa è oggi il modello più avanzato, dal lavoro alla sicurezza sociale... «Sì, anch'io sono europeista in tal senso, e nemmeno gli Usa hanno scherzato, con negri e pellerossa.  Ma la Costituzione Usa è un paradigma simbolico forte, segnato dalle lotte di classe, aperto.  Si intravedono in quello spazio le grandi trasformazioni del presente.  E io chiamo impero la figura possibile del mercato mondiale attuale».  Vediamolo questo strano Impero non ter­ritoriale, ma con base americana: «E' il luogo/non luogo del capitalismo mondiale a epicentro Usa, che dopo l'11 settembre tenta di riorganizzarsi, sopra ogni altra agenzia internazionale.  Dentro ci sono le élite assimilate locali, meticce e transnazio­nali.  Poi, quel che resta degli stati naziona­li, con le moltitudini subalterne.  E dentro c'è una lotta per il predominio.  C'è il tenta­tivo americano di imprimere un sigillo, dopo il crollo dell'Urss e l'avvio del ciclo post-fordista.  I centri sono tre.  Washin­gton, il comando politico-militare.  New -York, la finanza.  Los Angeles, l'immaginario estetico ... ». Egemonia diffusiva, senza interno ed esterno, impero ubiquo, che preme con le sue lobbies post-nazionali sugli organismi multilaterali della politica mondiale.  Un affresco, quello di Negri, che è una metafora ipermoderna dell'Impero romano.  Come l'Impero di Polibio pervaso da Principato, aristocrazie e plebi, ovvero moltitudini che premono dentro e fuori dai confini.  E «moltitudini», precisa Negri, è «un concetto di classe, una nuova versione delle classi ... ». Sarebbe a dire che le «classi operaie» sono minoritarie, alme­no nelle sue espressioni classiche e fordi­ste.  Ma si dilatano a maggioranza, nelle forme del lavoro immateriale, autonomo e inevitabilmente subalterno.  Lavoro che per Negri non è meno sfruttato di una volta.  E che oggi mette «intelligenza» nella valorizzazione del Capitale, sorta di pro­teo dove ciò che conta è la riproduzione della vita, più che la produzione classica di beni: genetica, immagine, tecnologie informatiche, formazione. «Il sistema - spiega Negri - è cambiato, perché lo sfruttamento è cambiato.  Sono state le lotte operaie del ciclo fordista, ad averlo costretto a mutare e a reinventarsi. Il lavoro semplice ormai non è diverso da quello complesso, è diventato intelligenza, come Marx aveva pre­visto esattamente».  Insomma, il precaria­to e la disseminazione sono, nel Negri «foucaultiano» di questi anni, occasioni dì antagonismo e di rivolta che allignano nel­la microfisica del dominio.  Tra fabbrica e non fabbrica.  Tra tempo dì lavoro e no.  Solo che la classe stavolta è sciolta in molti­tudine.  E la moltitudine è punteggiata di singolarità individuali ribelli.  Di nuovo perciò, dentro e contro li Capitale e le sue forme, come ai giorni operaisti.  Ma in versione rizomatica, perché rizomatico e sfuggente è diventato il Capitale stesso, messo alle corde dai vecchi operai massa.

In più oggi c'è l'Impero, che è la proiezione geopolitica e senza territorio del Molo­ch post-fordista.  E la diagnosi di Negri è in fondo questa. Così come la vecchia clas­se operaia plasmò con le sue lotte l'avversario, facendogli cambiar pelle, allo stesso modo le moltitudini che premono - nel globo e ai margini - possono incalzare il Capitale imperiale post-moderno.  Estor­cendoglì la ricchezza generata dalle stesse forme di vita intelligenti, e associate, che lo nutrono.  D'accordo.  Ma per andare do­ve? Con quale progettualità, se ha ancora un senso questa idea?

Per capirlo, torniamo un po' indietro.  Agli anni in cui Negri e l'Autonomia Ope­raia ipotizzavano l'insurrezione.  Contro il modello programmatorio del Pci, volto al controllo politico dell'accurnulazione capi­talista, da piegare socialmente a sinistra spostando voti e consensi.  Bene, Professo­re, Lei invece dove voleva condurci? «Il Pci - ribatte - avrebbe dovuto impedire il passaggio all'automazione capitalista.  Non pretendere di guidarlo: lasciarla fare a loro.  Doveva organizzare la riappropriazione della ricchezza.  E anche adesso: oc­corre riprendere la questione, e costruire l'esodo, la fuoriuscita dai rapporti di dominio».  Ci scusi, ma proprio non riusciamo a capire, ieri come oggi.  Quale via d'uscita, quale passaggio e verso dove? «L'errore è stato voler conservare il vecchio stato nazionale, cogestire il vecchio capitale, Ne­gli anni settanta il movimento operaio ha svolto una funzione reazionaria, a difesa della fabbrica fordista.  La sinistra può rina­scere in Europa e altrove, solo se assume fino in fondo la pervasività del nuovo capitalismo.  E dunque: salario di cittadinanza, beni comuni né pubblici né privati, libera­zione del tempo della vita ... ». Tutto chiaro: il comunismo come «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».  E mette alla frusta macchine e scienza, dive­nute biopolitica.  Va ancora a braccetto con lo «spettro» professore? «Non io, lo spet­tro si aggira per l'Impero».
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Filosofia (e) politica