RASSEGNA STAMPA

16 DICEMBRE 2001
ARMANDO MASSARENTI
In questo articolo c'è almeno un errore

Sempre in agguato paradossi, illusioni e sviste nel calcolo delle probabilità

Piergiorgio Odifreddi, «C'era una volta un paradosso.  Storie di illusioni e verità rovesciate», Einaudi,  Torino 2001, pag. 306, L.28.000, E 14946.

Prendete la seguente affermazione: «questo articolo contiene almeno un errore».  Ebbene, direte,  per sapere se è vero dovrò leggere tutto l'arti­colo.  Invece no.  Si può dire fin d'ora come stanno le cose.  Infatti, i casi sono due: o gli errori ci sono, e dunque la frase dice il vero; oppure non ci sono, ma allora bisogna fare i conti con quella stessa frase, che dice appunto «questo articolo contiene almeno un erro­re» e che è contenuta nell'articolo: almeno un errore c'è, anche se non sappiamo ancora quale.  Per saperlo bisogna leggere tutto l'articolo.  A meno che non abbiate già deciso di comprare C'era una volta un ,paradosso di Piergiorgio Odifreddi, che nell'introduzione ci propone questo stesso giochino.  Basta sostituire "questo libro" a "questo articolo" per trovarsi di fronte al "paradosso dell'introdu­zione", una variante del celebre "para­dosso del mentitore" («sto mentendo», o «questa frase è falsa»), alle cui numerose versioni è dedicato uno dei capitoli centrali del libro.  Un libro che con leggerezza, ele­ganza e sense of humour tratta temi anche di grande difficoltà, mostrando quanto siano pervasivi i paradossi non appena cerchia­mo di afferrare nozioni come quelle di ­tempo, spazio, futuro, coerenza, verità, in ambiti che attraversano la religione, la filo­sofia, la matematica, la logica, la psicolo­gia, la politica.

I primi due capitoli, «Immacolate perce­zioni» e «L'arte dell'illusione», sono dedi­cati ai paradossi dei sensi.  Vi si scopre che, spesso proprio in quanto "immacolate", le percezioni ci ingannano, probabilmente per buone ragioni biologiche ed evolutive.  E tutto sommato noi ci lasciamo ingannare volentieri, sia dalla natura sia da­gli artisti, che - come ci ha insegnato Gombrich ­con la capacità di illudere hanno da sempre magistral­mente giocato.  Seguono, in maniera naturale, due capitoli divertenti sui paradossi (e sulle assurdità) della religione e della filosofia, per poi passare, in una ideale seconda parte del libro, alla rassegna ragionata dei paradossi più famosi della storia: oltre a quello, già menzionato, del mentitore (con le analisi di Epimeni­de, Eubulide, Aristotele, Buridano, e poi di Russell, Gödel, Quine, Austin, Kripke ecc.), quello di Zenone su Achille e la tartaruga (cui seguono tutti i grattacapi sull'idea di infinito, da Platone a Galileo a Cantor, passando per Lewis Carroll, Borges, Escher, Kafka), i paradossi del mucchio, quello di Condorcet-Carroll-­Arrow sull'impossibilità delle scelte democratiche e i paradossi pragmatici sul futuro (tra cui quello di Newcomb ridefinito da Robert Nozick).

Le due parti sono più unite di quanto possa apparire. Intatti - ci ricorda Odifreddi - «i paradossi

percettivi sono momenti di difficoltà dei sensi, smascherati dalla ragione. Ma ­anche la ragione incontra simmetriche difficoltà nei paradossi logici, smascherati dall'evidenza sensoriale». ­Ed è su questa simmetria che si costruisce, spesso in sordina, in parte il libro, condito di una varietà di una varietà potenzialmente infinita di inter­sezioni e di arguzie scientifiche, artistiche, letterarie.

L'atteggiamento giocoso di Odifreddi però non deve ingannare.  In realtà questo è uno dei libri più seri che siano stati scritta sui paradossi. E' raro, infatti, perlomeno tra gli autori italiani, che un libro di paradossi insista sull'importanza della loro solu­zione o della loro spiegazione, o sul fatto che questa prima o poi verrà trovata, o che il dilemma possa essere dipanato.  In genere ci si lascia prendere da una sorta di esoterismo di maniera: tutto diventa paradossale, anche le banalità più trite e ripetute all'ossesso - si pensi agli usi che si fanno del povero Gödel, o dei fondamenti della meccanica quantistica - e così si danno rappresentazioni poco veritiere dell'attività di logici e scienziati, i quali, nella maggior parte del tempo, cercano di sciogliere i nodi, e non di compiacersene o di agrrovigliarli.

La più interessante forse è dunque proprio l'ultima parte del libro costituita dal capitolo intitolato «Dai paradossi ai teoremi». «Al loro apparire», scrive Odifreddi, i paradossi provocano tragedie personali e collettive. Ma col passare del tempo, magari dopo millenni, finiscono per essere integrati nel corpo della matematica, occupandone non di rado un posto d'onore». Così si spiega anche il titolo del volume, che riprende la bellissima citazione shakesperiana in cui Amleto parla a Ofelia dell'amore: «C'era una volta un paradosso, ma ora il tempo lo ha risolto».
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vedi anche
Il pensiero matematico