![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 DICEMBRE 2001 |
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A colloquio con il filosofo francese che nella sua ultima opera
affronta il tema della fede
"Davanti alle altre religioni occorre rafforzare la propria
identità. Non sono credente, però amo la gioia cristiana"
coautore Isabelle De
Gaulmyn
Polemista,
militante, scrittore, Régis Debray ha appena pubblicato in Francia Dieu, un
itinéraire (edito da Odile Jacob), un saggio che rintraccia
l'"itinerario" del Dio cristiano nella storia. Erudito, spesso
stimolante, il volume è un viaggio atipico sulle tracce della
"straordinaria propagazione" del cristianesimo dalle origini ad oggi:
lo riconosce lo stesso autore, che continua a definirsi "non
credente". Debray, che è nato a Parigi nel 1941, proviene da una lunga
militanza nelle fila del marxismo rivoluzionario: nel 1967, mentre si trovava
in Bolivia al fianco di Che Guevara, fu condannato a trent'anni di carcere da
un tribunale militare di quel Paese. Rilasciato tre anni dopo su pressione del
governo e di numerosi intellettuali francesi, è stato fra l'altro consigliere
di François Mitterrand per i problemi dell'America Latina.
Professor
Debray, con il suo nuovo libro ha iniziato un'inchiesta sulla "storia
dell'Eterno in Occidente". Dove vuole arrivare?
"Cercavo
di applicare il metodo d'indagine mediologica all'oggetto più conflittuale
possibile con tale metodo. La mediologia studia ciò che permette a un entità di
esistere, di prorogarsi, di perpetuarsi. E, in apparenza, Dio è l'esatto
contrario: si presenta come un'immediatezza, uno stupore".
Ha scelto un
punto di vista "laico"?
"È
appunto questo il problema: si può osare un approccio laico alle verità di
fede, senza per ciò stesso sminuirle? In altri termini, l'esperienza di fede può
modellarsi in cammini razionali accessibili a tutti? Ho creduto che la ragione
da sola poteva permettere di tentare un'analisi della verità sociale di Dio,
della sua immagine oggettiva, della sua dinamica storica".
Il suo Dio è
il Dio dei cristiani...
"Dio è
un nome di persona. Ma è anche una "funzione": il punto di
riferimento a partire dal quale si organizzano una prospettiva e un senso. Noi
abbiamo riempito la funzione Dio con un Dio personale".
La sua
inchiesta conduce alla fine di Dio?
"Dio
non ci ha mai abbandonati. Non credo alla cancellazione duratura dell'idea di
Dio. Mi sembra che il religioso sia sovrapponibile all'umano. Tutto dipende dal
modo: ci posso essere cattivi equilibri, deformazioni, travestimenti,
metamorfosi. Dio può scomparire in un sotterraneo, e riapparire più
avanti".
Lei accorda
ampio spazio all'istituzione Chiesa, mentre oggi essa viene ampiamente rimessa
in causa...
"Ciò
che mi interessa sono i casi di trasmissione. La trasmissione di memoria è,
secondo me, capitale, ci distingue come umani dagli altri esseri viventi.
Perché sia possibile ci vogliono un supporto, delle tracce, monumenti,
santuari, memoriali. Ma anche comunità di memoria, ovvero istituzioni che
superano la somma dei loro membri. Non si può nemmeno per un istante tentare di
separare il corpo ecclesiale dal messaggio evangelico. Dove non c'è
istituzione, non esiste trasmissione. E il mistero cristiano ingloba sia il
messaggio sia la sua continuità".
Tuttavia
oggi il mondo non le sembra "disincantato", per riprendere la formula
del filosofo Marcel Gauchet?
"Il
cristianesimo oggi incappa in una seria sfida. Perché Dio, con Cristo, ha
assunto il rischio dell'incarnazione. E da allora abbiamo assistito, per venti
secoli, a una sua continua dialettica davanti a colui che lo incarna: il
messaggio è sempre appeso al suo mediatore. La forza di diffusione del
messaggio cristiano è effettivamente la mediazione attraverso Cristo. Ma la
mediazione può anche deviare lo sguardo: c'è infatti un'umanizzazione del Dio
unico, che è insieme una bella base di lancio e... forse anche un
precipizio".
Alcuni si
preoccupano per un Occidente pagano, per il cristianesimo fuori gioco,
ghettizzato nel dibattito delle idee...
"La
Chiesa, se posso dirlo, è stata vittima del suo successo: la sua trasmissione,
da 15 secoli, è talmente ben riuscita che oggi la società civile ne ha rilevato
la funzione. Le associazioni umanitarie, il volontariato secolare o laico, il
settore pubblico riprendono una sorta di vulgata cristiana che comprende la
difesa delle vittime, la compassione, un certo senso di fraternità. Siamo tutti
fratelli... ma non c'è più un padre".
Che cosa si
aspetta allora dalla Chiesa?
"Che
sia più profetica, che dia più spazio all'annuncio di fede. La Chiesa
altrimenti rischia di lasciare troppo spazio all'islam. Il meglio del
cristianesimo è aver reso Dio un soggetto. Si è passati dal Dio etnico al Dio
elettivo. Ciò che importa è la nozione di vita interiore, di conversione
personale. Ma per questo stesso fatto il cattolicesimo è stato portato a
disinvestire nella speranza collettiva. Il meglio del cristianesimo è la
dissociazione dello spirituale dal temporale. Però adesso la Chiesa lascia un
po' troppo tranquilli gli "imperatori"...".
Dopo l'11
settembre siamo entrati in una guerra di religione, oppure lei punta ancora al
dialogo tra le fedi?
"La
"funzione Dio" è profondamente ambivalente. Essa assicura la coesione
del gruppo, ma nello stesso tempo lo separa dal vicino, dall'avversario.
Pensare un'adesione senza rotture è pensare il giorno senza la notte. È per
questo che, ai boy scout del cristianesimo, dico che il dialogo interreligioso
farà molto fatica ad imporsi. Essere cristiani è un'identità che ha la sua
memoria, il suo codice. Ma attenzione: quando dico identità, non intendo
superiorità, bensì singolarità. Checché se ne pensi, il monoteismo è un
manicheismo. Non si può includere senza escludere, concludere un'alleanza tra
gli uomini senza staccarli da altri uomini. Esiste una distinzione cristiana,
bisogna addossarsela".
A leggere i
suoi libri, il cristianesimo non è sorpassato...
"No, ha
ancora un futuro davanti a sé. Le nostre società conoscono un vuoto, una
fluttuazione, una sorta di smarrimento. La caduta del muro di Berlino ci
proietta nell'orizzonte del supermercato e non è molto esaltante. Non si fonda
la legge sul commercio, c'è una sorta di appello quasi biologico a ritrovare
ciò che costituisce un legame fra gli uomini".
Il suo
percorso - da militante al fianco della guerriglia cubana a questo libro erudito
su Dio - può sorprendere. Lei sostiene di essere non credente. Dio non esiste?
"Non
importa molto".
Quattrocento
pagine e "non importa molto"?
"Ciò
che interessa all'uomo è di "superare l'uomo", direbbe Pascal. Non
mi sembra che ci sia vitalità senza un sistema di credenza. Si può chiamarlo
credulità, ma ciò non cambierà nulla al fatto che è la coscienza che fa vivere.
La coscienza implica un dono di sé, una scommessa. Io non credo all'esistenza
di Dio. Ma non mi interesserebbe un uomo che non avesse mai inventato Dio. È in
questo che la testimonianza cristiana è fondamentale, persino per un laico
secolarizzato come me".
Ma la
questione spirituale non la tocca?
"La
questione spirituale è prima di tutto affrontare la morte. E poi la formazione
del gruppo, la solidarietà, essere insieme. Chi si interessa al modo in cui gli
uomini possono formare dei gruppi, si pone per forza la questione
spirituale".
Lei vuol
restare sempre un "osservatore"...
"Un
osservatore, con in più l'empatia... Ho un'empatia cristiana, ma non possiedo
la comunione cristiana".
Alla fine,
dove colloca la sua speranza?
"Non ne ho. Sono totalmente disperato. Se tornassi tra mille anni, ritroverei il medesimo equilibrio odierno di bene e di male, mentre a lungo ho creduto che fosse possibile costruire una società giusta. Però amo la gioia cristiana. Amo l'"energetica" cristiana, l'attitudine impegnata. La forza del nostro Dio unico è di essere un Dio interventista, che crea il mondo e poi non smette di lavorarci. Dio non sciopera mai, spinge gli uomini a prendere in mano il loro destino".