RASSEGNA STAMPA

9 DICEMBRE 2001
CRISTIANA PULCINELLI
Bioetica laica addio

Scade il Comitato nazionale nominato dal passato governo e arriva quello nuovo ad alto rischio di confessionalismo

L'ultimo documento affronta due temi caldi: brevetti e biotecnologie

Ha affrontato i temi, più spinosi, quelli che dividono il paese il paese senza badare agli orientamenti politici degli individui.  Ha espresso pareri, spesso inascoltati, sui test genetici e sulla protezione dell'embrione, sull'impiego del­le cellule staminalì e sul trattamento dei pazienti psichiatrici.  Ora se ne va.  Il Comitato Nazionale di Bioetica presieduto da Giovanni Berlinguer, eletto nel marzo del 1999, rimane in carica fino al 31 dicembre, poi tutti a casa: arriva il nuovo Comitato, quello dell'Era Berlusconi.

Uomini e animali

Come ultimo atto della sua attività, il Comitato ha presentato ieri due documenti.  Il primo porta la data del 30 novembre ed è un parere su «Bioeti­ca e scienze veterinarie».  Che la bioetica, si occupi di benessere animale è una novità e non solo per l'Italia. «Un'iniziativa d'avanguardia» l'ha defini­ta Luisella Battaglia, docente dì filosofia morale e bioetica, che ha diretto il gruppo di lavoro su questo tema.  Il documento afferma che l'uomo ha dei doveri nei confronti degli animali domesti­ci e che «nell'ottica della qualità della vita degli animali e della qualità del processo produttivo occorre disincentivare la zootecnia di scala alta­mente industrializzata a favore dì allevamenti  biologicamente e etologicamente sostenibili». Il vete­rinario è visto come la figura garante del diritto alla salute dei consumatori.  Come, del resto, la storia di Mucca Pazza ci aveva già fatto capire.  La cosa interessante è che l'esigenza di darsi norme anche sul piano etico è nata proprio all'interno dell'ordine dei veterinari.  Il che fa ben sperare sulla trasformazione in linee guida del parere del Comitato.

Biotecnologie

Il secondo documento parta di biotecnologie e porta la data di ieri, 14 dicembre.  Precisamente sono «Considerazioni etiche e giuridiche sull'im­piego delle biotecnologie».  Non si tratta di un piano nazionale, perché - ha spiegato Berlinguer il materiale accumulato su questo tema era tantissimo e non si è riusciti ad elaborarlo tutto.  Tutta­via, si è deciso di pubblicare lo stesso il lavoro. Cosa si dice nel documento?  C'è un riconoscimen­to del valore delle biotecnologie, ma viene anche ribadita l'importanza della tutela della biodiversità e dell'autonomia delle persone.  Sulla biodiversi­tà si è detto tutto e il suo contrario.  C'è chi affer­ma che le biotecnologie farebbero crescere la bio­diversità, creando nuove specie.  Ma, dal punto di vista pratico, ha ricordato Berlinguer, la diffusio­ne di monocolture ottenute con procedimenti biotecnologici uccide la varietà delle specie.  Sul­l'autonomia dell'individuo, il Comitato afferma che al consumatore deve essere riconosciuto il diritto ad operare scelte informate su quello che mangia.  Un atteggiamento cauto, che si affida al principio di precauzione senza chiusure precon­cette.

I brevetti

Ma c'è un altro tema «caldo» che il nuovo docu­mento del Cnb affronta ed è quello dei brevetti. Premesso il corpo umano e le sue parti (compre­so il genoma) e la «mera conoscenza di ciò che esiste in natura» non dovrebbero essere mai bre­vettabili, il Comitato afferma un principio nuovo:

la possibilità di limitare durata ed estensione dei brevetti.  Il tema, anche questa volta, è attualissimo. Il caso del processo al Sudafrica perché acqui­stava i farmaci per l'Aids dalla Tailandia ad un decimo del prezzo, infrangendo la legge sulla tute­la della proprietà intellettuale, ha fatto esplodere il problema.  Ora si cerca una soluzione perché il brevetto non diventi un ostacolo all'accesso alla cura per tutti. Uno strumento per evitare questo fenomeno - si legge nel documento - potrebbe essere la creazione di «brevetti patrimonio del­l'umanità» per quei beni umani fondamentali o collettivi.

Dialogò o monologo?

Un altro pezzo di lavoro è stato avviato, ma cosa accadrà ora? Il Presidente del Consiglio tra pochi giorni nominerà il nuovo Comitato, Come sarà?  Il ministro della salute Girolamo Sirchia si è già espresso in proposito un mese fa, quando scoppiò il caso della clonazione terapeutica.  Non certo facendo nomi, ma spiegando l'essenza del nuovo Comitato.  Che dovrà essere «autorevole e forte», «più incisivo e con poteri decisionali forti».  Insomma, per Sirchia un vero Comitato nazionale

di bioetica deve avere «una forte udienza almeno in Parlamento e nel Governo.  Il suo parere dovrebbe essere ascoltato obbligatoriamente dal Par­lamento prima di prendere certe decisioni».  Bene, rispose Berlinguer in quell'occasione, purché con­tinuino ad essere rispettati il pluralismo e l'etica procedurale.  Già il pluralismo.  Berlinguer, duran­te la conferenza stampa di addio, ha tenuto a ribadire l'orientamento pluralista e dialogico del suo Comitato. Il presidente ha sottolineato come, nonostante la diversità dei suoi componenti, la disponibilità al confronto ha permesso che documenti siano stati approvati all'unanimità.  Unica eccezione il parere sull'utilizzo degli embrioni soprannumerari per produrre cellule staminali.  Ora, il rischio più evidente è che quello del nuovo Comitato non sia un dialogo, ma un monologo.  Per di più parlato in una sola lingua: quella gradita ai vescovi.  Del resto c'è un prece­dente che fa pensare: nel '94 il governo Berlusconi nominò un nuovo Comitato di bioetica dal quale quasi tutti i membri laici furono estromessi.

Timori e speranze

Un altro ambizioso obiettivo che il Comitato si era dato in questi tre anni è stato promuovere il dibatti­to pubblico sulle questioni di bioetica.  Da un lato pubblicando «pareri aperti», cioè pareri che poteva­no essere modificati e integrati in base ai suggeri­menti di tutti i cittadini interessati alla questione.  Dall'altro avviando due protocolli d'intesa con il Ministero della sanità e con quello della Pubblica istruzione per la formazione bioetica di medici, operatori sanitari e insegnanti.  Il timore che il lavo­ro svolto fin qui venga abbandonato traspare nelle parole di Luisella Battaglia. «Spero che i protocolli d'intesa continuino e che le scuole vengano sempre più coinvolte - dice - i temi da affrontare sono molti, ad esempio abbiamo aperto da poco una discussione sulla bioetica interculturale, vorrei che non fosse abbandonata».  Ha altre speranze per il prossimo Comitato? «Che vi siano per lo meno altrettante donne.  Non dico che dobbiamo seguire il modello danese che prevede che il 50% dei mem­bri siano donne, ma bisogna avere chiaro che sui temi della bioetica le donne sono le protagoniste». E' pessimista Demetrio Neri, docente di bioetica: «Senza una legge il lavoro del Comitato è impossibi­le. Ora c'è una grande confusione su chi deve dire cosa.  Solo sul tema della fecondazione in vitro, ad esempio, esistono tre commissioni nei vari ministe­ri. Chi va ascoltato?  La legge, che al Senato era già stata approvata, dovrebbe mettere ordine e prevede­re che il parere del Comitato (non vincolante) deb­ba essere sentito obbligatoriamente.  Anche se non capisco cosa voglia dire Sirchia quando afferma che "il Comitato deve essere decisionista": le decisioni, in tutto il mondo, le devono prendere i politici.  Noi cerchiamo di radunare le conoscenze».  E Carlo Flamigni, docente di ginecologia a Bologna, lancia un appello: «Ci sono delle cose che in una democrazia non possono essere lasciate come spoglie per il vincitore, ma devono essere Salvaguardate la bioeti­ca è una di quelle cose».
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