![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 DICEMBRE 2001 |
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SU "MICROMEGA" LE RIFLESSIONI DEL FILOSOFO TEDESCO DOPO
L'11 SETTEMBRE
Bisogna superare, sostiene il pensatore, il contrasto tra ragione
e spiritualità
Nel discorso
di accettazione del Premio per la pace, conferitogli a un mese dall'attentato
delle Torri Gemelle, Habermas si è volutamente lasciato strappare di mano la
scelta dell'argomento dall'attualità. Sotto la spinta dei fatti, ha proposto un
ripensamento del rapporto tra ragione e religione nelle odierne società
secolarizzate. Le sue riflessioni, presentate con il celebre titolo hegeliano
Fede e sapere e commentate da Marramao, aprono il nuovo Almanacco di
filosofia di MicroMega dedicato al problema della globalizzazione.
Habermas
introduce un sottile spostamento terminologico. Le odierne società non sono più
soltanto secolarizzate, nel senso che hanno trasferito al "secolo",
alla politica e alla storia, il patrimonio di simboli, concetti e valori della
religione. Esse sono ormai postsecolari. A che cosa allude quel post? C'è stato
in passato un ampio dibattito sulla secolarizzazione, cioè sul moderno
"disincanto" della nostra immagine del mondo. Si delineò allora
un'opposizione tra chi, come Voegelin, interpretava il fenomeno come
immanentizzazione e svalutazione dell'Assoluto, e chi invece, come Blumenberg,
lo salutava come affrancamento dell'uomo dalla teologia. Ci fu anche chi, molto
acutamente, vide una terza possibilità: la secolarizzazione come risultato del tentativo
intrapreso dalla religione di cristianizzare il mondo.
Habermas è
sempre stato dalla parte di Blumenberg. Ha sempre difeso il progetto
dell'illuminismo, anche contro la critica "dialettica" dei padri
della Scuola di Francoforte. Troppo gli stavano a cuore il valore della
tolleranza e l'idea di società che ne è nata, basata sulla separazione di
religione e politica e sul principio della laicità dello Stato. Anche in merito
a questioni personali, come la credenza in Dio o nella vita dopo la morte, si è
sempre professato razionalista e illuminista, traendone le dovute conseguenze,
tra cui un ateismo filosofico di principio.
Oggi ci
invita a pensare in modo diverso la secolarizzazione. Alla luce del trauma di
New York si preoccupa di superare la contrapposizione ostile, "a somma
zero", tra società secolare e valori spirituali, tra una modernità
razionalistica che rigetta le risorse simboliche tradizionali della religione e
una reazione che rifiuta la modernità occidentale come decadenza spirituale. A
che serve procedere se la Grande Marcia dell'Umanità verso il Meglio avanza tra
file di cipressi funebri e se non sa dove andare? Oggi, insomma, gli sta troppo
stretto il razionalismo illuministico con le sue implicazioni atee. Esso
rischia di alimentare la contrapposizione tra società secolare e credo
religioso, facendo il gioco del fondamentalismo. Ed è dunque controproducente
insistere sul primato della ragione occidentale. È più sensato aprirsi alle
esigenze della religione, che sono una componente essenziale del mondo della
vita.
Insomma,
anche quando si prendono le distanze dalla religione in nome della razionalità,
non ci si deve chiudere alla sua prospettiva. Né rinunciare alle sue risorse
simboliche e ai suoi valori. Tanto più che, come vediamo, quando gli altari
vengono abbandonati dagli dei sopraggiungono presto demoni a popolarli.
Rispetto all'illuminismo militante di un tempo, si tratta di una notevole
correzione di rotta. Habermas afferma perfino che una politica liberale,
garante della pluralità delle visioni del mondo, dovrebbe considerare "le
obiezioni di chi si sente ferito nelle proprie convinzioni religiose" come
"una sorta di veto". Cioè: le maggioranze secolarizzate non
dovrebbero prendere decisioni che offendano le minoranze religiose.
Ma che fare quando per prendere una decisione che non offenda una minoranza religiosa se ne offende un'altra o si offendono i diritti della maggioranza secolare? E come dirimere conflitti tra valori, norme, culture e confessioni contrapposte? L'illuminismo dopo le sanguinose guerre di religione è una conquista irrinunciabile della modernità proprio perché ha affermato i principi, primo fra tutti quello della tolleranza, per depotenziare gli elementi conflittuali delle religioni. Ci si chiede: introducendo il "veto" prospettato da Habermas non si rischia di riaprire l'ambito della politica all'influsso di istanze confessionali che generano conflitti? Cioè di far rientrare dalla finestra ciò che fu faticosamente messo alla porta dai Lumi? Su questo punto Habermas si richiama a Kant. Il grande regiomontano fornirebbe l'esempio di un pensiero secolare capace di salvare i contenuti dell'antica fede. Un pensiero che distrugge i dogmi della metafisica ma tiene in piedi le idee di Dio, dell'anima immortale e della libertà. Preso atto di questo rispettabile sviluppo e riconosciuto a Habermas il coraggio di parlare di Dio da filosofo torna alla mente l'impertinente paragone che Schopenhauer apponeva ai difensori di Kant filosofo della religione: "È come uno che a un ballo in maschera danza per tutta la sera con una donna travestita e pensa di aver fatto una conquista, fin che alla fine quella donna depone la maschera e si fa riconoscere come sua moglie".