![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 DICEMBRE 2001 |
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PARLA GIANGIORGIO PASQUALOTTO
Da 20 anni il filosofo si occupa di pensiero orientale: ora esce
un suo nuovo libro, "Yohaku"
A volte sono
imprevedibili le vie filosofiche per l'Oriente. Prendiamo il caso di
Giangiorgio Pasqualotto: professore di storia della filosofia all'università
di Padova, che da almeno vent'anni si dedica al pensiero orientale. Ha da poco
pubblicato Yohaku, l'espressione giapponese indica lo spazio vuoto, il margine
(Esedra editrice, pagg. 157, lire 22.000). A gennaio uscirà la ristampa, per
Marsilio, di Il Tao della filosofia, e sempre all'inizio dell'anno annuncia un
nuovo libro: East & West, anch'esso per Marsilio.
Molte cose
delle quali Pasqualotto si occupa da tempo, sono diventate oggi di un certo
dominio pubblico. Si fa fatica a tenere dietro alle iniziative su un tema vasto
come appunto è l'Oriente: un'espressione che abbraccia troppe cose per essere
ridotta a una sola unità di misura. Ma in fondo non è quello a cui tutti
tendono? Un sano principio unificatore che ci renda tutto più semplice e
ordinato.
"Non
imposterei la questione proprio in questi termini", precisa Pasqualotto.
"Anche perché alla fine è più importante il percorso che il
risultato".
A proposito di percorso il suo è stato lungo e frastagliato.
"Provengo
dalla filosofia analitica. Ma le insoddisfacenti risposte che il pensiero
angloamericano mi forniva, mi ha fatto emigrare verso Hegel e Marx. Credo
di aver vissuto abbastanza drammaticamente il dilemma se dopo Hegel aveva
ancora senso occuparsi di filosofia".
Come risolse la cosa?
"Beh,
c'era pur sempre Nietzsche su cui ho sostato per una decina di anni,
pubblicando un ampio commento allo Zarathustra. Ma l'impresa di andare oltre
Hegel a Nietzsche non è riuscita. Ho palleggiato anche con la Scuola di
Francoforte. Ma anche lì la strada mi è parsa bloccata. Cosa si poteva dire più
di quanto avessero già detto Adorno e Horkheimer?"
E allora?
"A quel
punto ho perfino provato a occuparmi del neoidealismo italiano. Ma anche qui ho
dovuto alla fine ricredermi sul fatto che Gentile avesse capito tutto, e che
il suo radicalismo fosse denso di conseguenze teoretiche. Così è venuta fuori
la vera crisi del pensiero e mi sono arenato".
Non le bastava rimanere un buon professore di storia della
filosofia?
"Se si
lavora sul linguaggio filosofico, ci si deve porre il problema se quel
linguaggio sia davvero in grado di dire qualcosa di nuovo. Quello che conoscevo
non andava da nessuna parte".
C'era pur sempre Heidegger...
"Lasci
perdere: fu un grande amore, seguito da una delusione spaventosa".
Non salva proprio nessuno.
"Mettiamola
in questi termini: dal momento che il linguaggio poetico, filosofico,
letterario ha esaurito la sua funzione, che cosa resta? A me rimaneva il gesto,
l'azione".
Ma è una vecchia storia.
"D'accordo,
sarà pure una vecchia storia, però è quello che restava: né più né meno che un
discorso di tipo artistico. Ho pensato che l'arte, come azione allo stato puro,
dovesse essere ridotta al massimo della essenzialità. E mi sono accorto che soprattutto
il Giappone aveva fatto una riduzione essenziale di tutto ciò che è
artistico".
Quando parla di riduzione essenziale allude al minimalismo?
"No,
intendo il fatto che ci si può accostare a una forma artistica pittura, poesia,
scultura senza un ragionamento preliminare di tipo filosofico, critico, o
metacritico".
Certe cose si imparano sul campo.
"Non
c'è dubbio. Io sono stato a Cylon, in Thailandia, in Giappone. Ho frequentato i
maestri artigiani che facevano calligrafia, ceramica, o che si occupavano di
discipline del corpo. E mi accorgevo che un po' tutte le arti tranne forse
l'architettura cercavano l'azione artistica al suo grado più elementare. Pensi
per intenderci alle ceramiche Raku la cui tecnica è considerata la più povera
tra le arti. Ma è anche quella che fin dal Quattrocento i maestri delle
ceramiche preparavano per la cerimonia del the. I risultati di tutto questo
discorso li ho raccolti in un libro che ha come titolo L'estetica del
vuoto".
Che relazione c'è tra questa idea di vuoto e quella che ha avuto
l'Occidente?
"In
sostanza nessuna. Il vuoto come siamo abituati a pensarlo noi, confluisce nel
nichilismo. Mentre dall'altra parte è la condizione di possibilità di tutti gli
eventi, di tutte le cose. Il vuoto in questo senso è il massimamente pieno.
Questa è la grande idea che ha avuto il buddhismo. È il punto che lo fa
incontrare con il taoismo in Cina e produce lo zen".
Non le sembra eccessivo questo interesse dell'Occidente per le
filosofie orientali?
"Eccessivo
non direi, piuttosto cercherei di evitare due difetti del modo in cui
l'Occidente guarda a Oriente".
E sarebbero?
"Li
riassumerei in due figure. Una è Hegel. Intelligentissimo come pochi e capace
di considerare India e Cina come luoghi importanti, in base alle conoscenze di
allora. Però Hegel dice anche che la Cina è il pensiero primitivo, il fanciullo
inespresso. Ai suoi occhi occorrerà aspettare i Greci per vedere il dispiegarsi
della ragione. Hegel pensa all'Oriente come a uno stadio primordiale del pensiero.
Si tratta come è chiaro di una prospettiva di fuga che approda al cristianesimo
luterano. È una forma di colonialismo soft: non schiaccia l'avversario, ma lo
assume, lo ingloba".
L'altra posizione?
"È
quella che schematicamente si può attribuire a Guenon. Per il quale la
decadenza è l'Occidente, mentre la verità va cercata nelle civiltà dell'India e
dell'Islam. Le quali hanno conservato i principi della tradizione. Entrambi gli
atteggiamenti sono da evitare".
A vantaggio suppongo di una terza via.
"Mi
piace immaginare Occidente e Oriente come i due poli di un campo magnetico.
Nessuno dei due può esistere senza l'altro. È chiaro che la mia storia è quella
di un occidentale che ha un proprio linguaggio, proprie regole. Ma la cosa
importante è che io mi posso aprire all'altro. È chiaro che questa apertura ha
in sé anche dei rischi. Ma è la sola vera possibilità di un arricchimento
reciproco, antiriduzionistico, la sola alternativa al colonialismo aggressivo,
da un lato o al soggiacere interamente a un modello culturale a noi estraneo,
dall'altro".
Sta dicendo che esiste una zona in cui Oriente e Occidente possono
confrontarsi, scambiarsi esperienze e crescere insieme?
"È
così, in fondo anche a livello di pura speculazione ci sono molte cose in
comune. Per esempio il concetto di identità, che in Occidente trova i suoi due
punti più alti nel Sofista di Platone e ne La scienza della logica di Hegel, lo
ritroviamo rovesciato nell'anatta (l'insostanzialità, il non sé) con cui il
buddhismo elabora la sua idea di vuoto. La cui potenza si può vedere
soprattutto nell'arte".
Un esempio di vuoto applicato all'arte, è la tecnica del bonsai.
"È un
aspetto fondamentale di quello che sto dicendo. Un bonsai non è qualcosa di
autonomamente definito, la sua potenza si manifesta grazie alla forma vuota che
gli sta attorno".
Noi occidentali siamo abituati a vedere l'arte del bonsai come una
tecnica costrittiva che modifica la natura stessa dell'albero, qualcosa di
profondamente doloroso.
"È
vero. Ma più che tecnica costrittiva userei il termine disciplinante. Noi
pensiamo che i maestri giardinieri giapponesi massacrino gli alberi. In realtà
la loro è una filosofia dell'autolimitazione. Qualcosa tra l'altro di molto
pratico".
In che senso?
"Nel
senso che il limite cui si può portare la costrizione del ramo è molto preciso,
quasi fisiologico da un punto di vista botanico. Se si eccede nell'intervento
il ramo o si secca o si spezza. È come nell'educazione dei ragazzi: non bisogna
essere né troppo costrittivi né troppo permissivi".
Perché è importante sperimentare il limite?
"Perché
il limite serve a vedere ciò che c'è al di qua e al di là di esso. Serve a
impedire che una di queste due parti prenda il sopravvento".
In qualche modo l'estetica sta alla base dell'etica.
"Assolutamente.
L'opinione comune, come sa, pensa invece che l'estetica sia autonoma
dall'etica".
Ma non trova
un po' pericoloso parlare di estetica legata all'etica?
"Pericoloso perché?"
Per tutto quello che ha significato, poniamo, da D'Annunzio in
poi. O se vuole pensi a Mishima, in cui tutto si riduce a gesto.
"Mishima
mi è sempre piaciuto molto. Però lo trovo anche un classico esempio di
incapacità di vivere il limite. Che poi significa incapacità di gestire la
disciplina, la forma. Mishima è stato travolto dalla forma. Come se un bonsai
si strozzasse con il filo, così Mishima è stato travolto dalla bella
morte".
Una morte per protesta, per sconfitta delle tradizioni, per
eccesso di modernità in cui il Giappone era finito.
"Sì,
diciamo anche un gesto esemplare, per un certo modo di leggere la sconfitta
dell'Oriente".
Di fatto l'Oriente si è adeguato.
"È un
po' paradossale. Ma ricordo che il vecchio Nedham smentì con i suoi studi il
luogo comune che la Cina antica fosse ascientifica, antitecnologica. In fondo
tutta una serie di invenzioni, anche tecniche, nascono a Oriente. Ma lì l'uso
della tecnica era completamente diverso. Pensi alla bussola. Può essere
utilizzata per navigare, per pescare, per non perdersi e può essere usata per
scoprire nuove terre. Noi abbiamo fatto la seconda cosa, loro la prima. Così fu
anche per la polvere da sparo. Loro facevano i fuochi artificiali, noi gli
archibugi".
Fu la forza dell'Occidente.
"Una forza centrifuga che ha portato a invasioni e a scoperte geografiche. Questo è l'Occidente insieme ai monoteismi che ha prodotto".