RASSEGNA STAMPA

8 DICEMBRE 2001
BRUNO GRAVAGNUOLO
Mario Tronti sognando comunismo

Parla l'autore dì «Operai e Capitale», che oggi a Siena dà l'addio all'insegnamento

Dall'operaismo all'autonomia del Politico al tramonto della politica. La parabola di uno studioso figlio del Pci

Alla sinistra manca la capacità di elaborare la sua storia in chiave originale e di legare la sua memoria ai nuovi movimenti

C'era una volta un libro di culto. Che girava non rilegato e a dispense come un samizdat tra i ragazzi del 1968.  E divenne un feticcio per quelli di Potere Operaio: Operai e Capita­le.  Lo aveva scritto un trentenne romano e schivo, Mario Tronti.  Che assomigliava poco all'indole del libro, e oltretutto era un militante del Pci, sezione Ostiense, di cui era stato pure segretario.  L'idea centrale era questa: la classe operaia non reca in sé valori etici, ma è un magma che contra­sta e modernizza il Capitale. Dentro e con­tro, lavoro vivo contro lavoro morto.  Una «rude razza pagana», un Sisifo di massa in perpetua ribellione, che vuol spezzare le catene del lavoro e tiene aperta la breccia potenziale di rivoluzione.  Classe che gioca a rimpiattino con le macchine, plasmando­le col suo antagonismo eterno e irriducibi­le. Oggi Tronti ha 70 anni e la sua parabo­la da allora si è inarcata più volte. Falla classe operaia, all'autonomia del politico, da Marx a Schmitt, dalla rivoluzione al disincanto.  E infine a un'idea di «destino» che recupera la politica come scelta esisten­ziale, sullo sfondo mobile del capitale globale.  Tronti lascia ormai l'insegnamen­to. E stamane sarà all'Università di Siena, per la sua ultima lezione, Politica e destino giustappunto.  Con il Rettore Piero Tosi, Pierangelo Schiera, Rossana Rossanda, Asor Rosa, Alberto Abbruzzese, e tanti al­tri che lo hanno seguito da lontano, o lo hanno fiancheggiato nei pensieri: una due giorni dedicata a lui.  E allora «festeggiamo­lo» anche noi.  Chiediamogli di raccontar­ci la sua storia, oltre il rito accademico. «E' vero - confessa - vivevo la mia fortuna tra le nuove generazioni ribelli come un paradosso.  Uguale alle mie idee però: un contrasto tra nuova radicalità teorica e an­teriore biografia.  Ero un figlio del Pci sin dagli anni '50, di famiglia popolare e anti­fascista.  Tutto comincia con Della Volpe, e il suo marxismo antigramsciano e rigoro­so. Poi vengono Panzieri, i Quaderni rossi, la nuova classe operaia, e poi il 1956, l'Ungheria e il dissenso interno».  Ma come nacquero centralità e mito della Classe Operaia? «Panzieri, Della Volpe.  E il "Marx delle macchine" applicato alla fab­brica neocapitalistica, all'operaio massa».  Già, voi operaisti eravate per lo sviluppo, e contro lo sviluppo. «Sì, ma ci piaceva il Lenin antiromantico che voleva lo svilup­po, per rovesciarlo.  La nostra fu una bella stagione, e anche un'illusione ottica.  In fondo credevamo in una rottura del siste­ma. Un sogno giovanile.  Benché io, a diffe­renza degli altri operaisti, scorgessi nel Pci la guida di quella rottura e di quella nuova classe operaia».  Politica e antagonismo, re­alismo e razza pagana? «Sì.  Non sono mai stato spontaneista, e la coscienza politica doveva venire dall'esterno.  Del resto già alla fine del '60 mi ero staccato dall'operai­smo giovanile, e in seguito non ebbi nulla a che fare con Potere Operaio e i gruppi.

Ero ormai passato all'autonomia del Politico.  Significava: la classe operaia da sola non può sfondare.  In una società articola­ta che non si regge solo sui rapporti econo­mici, e sta dentro una guaina istituzionale e politica che la sostiene.  Decisiva mi sem­brò la macchina statale, e l'intreccio con la società civile.  Perciò a Marx, che mai scrisse una teoria dello stato, affiancai Keynes ». Anni '70 inoltrati.  E arriva la seconda stagione di Tronti: l'autonomia del Politi­co. Ci fu un importante convegno, con Bobbio, poi rifluito in un volume intitola­to a quella nuova «autonomia».  Solo che Bobbio andava in direzione dello stato di diritto.  E delle tecniche liberali, nel revisio­nare Marx.  All'opposto Tronti non incon­tra Kelsen, ma Carl Schmitt, decisionista e reazionario.  Perché, l'apocalitico Schmitt?  E non Gramsci magari, teorico a suo mo­do dell'autonomia del Politico? «Non so­no mai stato con Gramsci, che ho frequen­tato da giovane e ho abbandonato con tutto lo storicismo.  Per quanto poi Gram­sci, sull'etica individuale, rimanga impor­tante.  Schmitt? E' cruciale per il nesso rot­tura-decisione, quel momento apocalitti­co in cui la politica assume su di sé l'onere del novum.  Ancora oggi, da seguace della cultura della Kriss, resto un convinto anti­riformista.  Sebbene pensi ad una politica realista, che aderisca al mondo.  Con gran­de attenzione alla tattica, e un tempo, an­che alla forma-partito».  Insomma, un comunista schmittiano-togliattiano.  Forse anche un po' soreliano? «No.  Me lo hanno rimproverato, ma non ho mai coltivato i miti della violenza e del sindacalismo rivo­luzionario».

Però, rispetto alla tua costellazione teori­ca, il corso del mondo è andato in senso opposto, non ti pare? «Lo ammetto, ma non credo troppo alle repliche oggettive della storia.  In realtà una verifica soggetti­va, del ciclo che immaginavo, è mancata.  La sua possibilità si è eclissata per ora.  Almeno dal dopo-Berlinguer».  Tronti, co­me la metti con il 1989?  Muore il campo socialista e irrompe il neoliberismo.  Ti senti irrimediabilmente spiazzato o rilanci? «Rilancio. E guardo al disordine mondia­le. Dopo l'operaismo e l'autonomia del Politico il movimento operaio avrebbe do­vuto generare un'antropologia oppositiva al capitalismo.  Un'idea alternativa di uo­mo e di donna, dell'essere al mondo.  Inve­ce, scopiazziamo il socialismo liberale, il solidarismo.  Senza autonomia culturale, senza rielaborare la tradizione».  Tu dici: movimento operaio.  Esiste ancora per te? «Vengo di lì.  Ma la centralità politica della classe è finita.  Parlo di un'eredità che, sia pur conclusa, va ripresa.  La sinistra deve portare la sua storia dentro i nuovi movi­menti, non nasconderla.  I soggetti ai quali parlare?  Tutte le figure escluse, schiacciate dall'economia capitalistica.  Dentro la me­tropoli e fuori, nel pianeta.  E ci metto anche le soggettività del nuovo lavoro autonomo.  Senza politica dì massa non contano.  Da sole non incidono.  Sono ostaggio della precarietà flessibile.  Che tutto riduce a variabile del ciclo capitalistico». Scusa però, tu critichi l'anarco-capitalismo.  Ma contrapponi ad esso una visione altrettanto «americana»: differenze, individui, gruppi. E' un circolo vizioso, altro che movimento operaio! «Non sono mai stato alla coda dei movimenti.  I flussi antagonisti - che sono quelli - vanno incanalati: da lavoro al non-lavoro.  Forse non più con la forma-partito, ormai esaurita.  Ma con veri movimenti organizzati».  Non concedi nulla al tentativo socialdemocratico di Fassino? «Frontiera superata.  La fine del movimento operaio travolge riformismo e rivoluzione.  Se quello fosse almeno il riformismo di un ceto politico forte, capace di guidare i processi ... ». Insomma, il vecchio demone del Fine comunista non vuoi mol­larlo.  Lo cerchi ancora nelle pieghe del possibile? «Si, non credo nella scientificità della storia, e metto in conto una buon dose di irrazionalità, dì controfinalità inattese.  E proprio dentro il tramonto della politica».

E la guerra in corso? «Non è evento epoca­le. Mostra ciò che era latente: i contrasti interni di un Occidente che non sa riordi­nare se stesso.  Il che apre nuovi spazi poli­tici.  Dentro il nuovo ordine duraturo, mes­so in campo dagli Usa, esplode l'insicurez­za occidentale.  La sinistra non deve accodarsi al carro trionfante».  E ora Tronti, voglio chiederti una cosa.  Che ne è per te della parola comunismo?  Mito politico?  Ideale regolativo?  Pratica quotidiana?  Og­getto teorico?  Illusione? «Non lo so.  Bloch diceva che comunismo significava la mora­le nel mondo.  Col tempo dobbiamo stac­care quella parola dalla vicenda tragica e fallimentare delle sue applicazioni.  Credo sia qualcosa di analogo al cristianesimo, un ideale umano eterno.  Un'idea regolati­va della convivenza umana.  Non più una forma politica concreta.  Nient'altro che la ragione umana, che non si rassegna al pre­sente».

Il femminismo, altra esperienza che ti ha folgorato.  Perché? «Ho cominciato a pen­sare che l'essere umano era doppio, e che la differenza lo abitasse al massimo grado».  Ci hai visto l'esplosione delle differenze, oltre la gerarchia?  Una liberazione del vi­vente? «Sì, oltre la gerarchia.  Un'irruzione che movimenta il quadro della storia, e libera altre differenze.  Il movimento è tut­to ... ». Altolà, questo lo diceva il revisioni­sta Bernstein, che non dovresti amare af­fatto. «Magari ce ne fossero come lui!  Va rivalutato il vecchio Bernstein.  Perché un'idea di fine, interno al movimento, ce l'aveva.  Non come quelli di oggi.  Lui vole­va il socialismo, non il governo del capitali­smo».  Ma in sezione ci vai ancora, al­l'Ostiense? «Non ci vado più, da qualche anno a questa parte.  Vorrei capire dove vanno a parare questi Ds ... ». E adesso in pensione che farai? «Studierò, e se ne var­rà la pena tornerò anche in sezione».
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