RASSEGNA STAMPA

8 DICEMBRE 2001
editoriale
Severino: "processo" alla Chiesa

Intervista al filosofo bresciano In un libro la verità sul contenzioso che, trent'anni fa, provocò il suo abbandono dell'Università Cattolica

Tutto cominciò nel 1961 con il saggio "Studi di filosofia della prassi". La frattura si allargò con la pubblicazione di "Ritorno a Parmenide" fino allo scontro finale tra il Vaticano e l'"ultimo eretico dell'Occidente"

Anche se qualcuno lo considera l'ultimo eretico della storia dell'Occidente, Emanuele Severino non finirà sul rogo. Né ci finiranno i suoi libri. I quali, anzi, vengono letti e studiati con grande interesse dai più importanti teologi italiani, da Squeri a Barzaghi, anche se le tesi di Severino sono all'opposto di quelle della Chiesa, "incompatibili", come le definì l'ex Sant'Uffizio, con la dottrina cristiana. Il filosofo bresciano, uno dei massimi pensatori contemporanei, negli anni Sessanta ebbe un contenzioso con la Chiesa che si concluse con il suo abbandono dell'Università Cattolica di Milano dove era docente ordinario di Filosofia morale. Il processo durò circa otto anni, con una densa produzione di carte, memorie difensive, chiarimenti, come avviene in tutte le controversie. Ora, a distanza di oltre trent'anni, quei documenti sono stati raccolti, ordinati e pubblicati da Severino nel libro "Il mio scontro con la Chiesa", edito nei giorni scorsi da Rizzoli.

Come mai, professor Severino, ha sentito, dopo tanto tempo, il bisogno di ritornare su quella vicenda e rendere pubblici gli atti del processo?

"A dire la verità, non è che sentissi tanto il bisogno di riaprire quella storia. Da anni mi viene chiesto di rendere pubbliche quelle carte. Fino a ora, non mi ero deciso a farlo a causa dei miei molteplici impegni di studio. E poi mi sembrava giusto lasciar passare il tempo necessario perché tutta quella materia si raffreddasse. Ora, credo che la distanza possa far rileggere tutta la vicenda in maniera più serena".

Tutto cominciò nel 1961, con la pubblicazione del suo saggio "Studi di filosofia della prassi", in cui lei metteva in luce la contraddizione della fede cristiana quando, lei scrive, "assume come verità ciò che verità non è" .

"E' vero. Però, già nel saggio precedente, "La struttura originaria", del 1958, emergeva, anche se ancora sullo sfondo, l'incompatibilità tra il contenuto cui fa riferimento il mio pensiero e il Cristianesimo. Negli "Studi" si dice in maniera più esplicita che il Cristianesimo ha una doppia possibilità: può essere la perdizione della verità, in quanto rifiuto estremo di essa; oppure, al contrario, può essere la salvazione della verità, in quanto ne costituisce il suo volto ultimo".

Nel 1964 lei pubblica "Ritorno a Parmenide", le cui tesi scavano un fossato ancora più profondo tra lei e la Chiesa.

"Con "Ritorno a Parmenide" siamo alla terza tappa di questo conflitto. Lì viene alla luce l'incompatibilità assoluta del contenuto del mio pensiero, non solo rispetto al Cristianesimo, ma anche rispetto alla storia dell'Occidente, alla cui alienazione il Cristianesimo appartiene".

L'alienazione a cui si riferisce Severino, quella che nei suoi scritti definisce "la follia dell'Occidente", è il pensare che l'essere esca dal nulla per farvi ritorno.

La vicenda si conclude nel 1969, quando lei lascia l'insegnamento alla Cattolica. Ma come mai, sapendo che il suo pensiero era in contrasto con la dottrina della Chiesa, lei aveva accettato di insegnare alla Cattolica?

"La questione va inquadrata storicamente. Io mi sono laureato a Pavia nel 1950, sotto la guida di Gustavo Bontadini, che considero il maggiore pensatore cattolico dei nostri tempi. Nel 1951 supero l'esame di libera docenza, ancora a Pavia. Bontadini va a insegnare alla Cattolica e da lì, nel 1954, mi chiama come incaricato. E' il periodo in cui sto scrivendo "La struttura originaria" e in quel momento non vedo il problema dell'urto tra la filosofia e il Cristianesimo. Quindi, quando mi metto a lavorare su "Studi della filosofia della prassi', alla Cattolica ci sono già. Il saggio viene pubblicato da "Vita e pensiero", la rivista ufficiale della Cattolica. Mi ricordo le lunghe discussioni con monsignor Francesco Olgiati, che era stato il fondatore della Cattolica, con padre Agostino Gemelli. Monsignor Olgiati, che era una persona simpaticissima, mi parlava delle perplessità che gli "Studi" avevano suscitato in coloro che lo avevano letto in dattiloscritto e, in particolare, quelle di monsignor Carlo Colombo, che era presidente dell'Istituto di Studi Superiori Giuseppe Toniolo, l'ente fondatore dell'Università Cattolica. Fu poi monsignor Colombo a fare da tramite, nella mia vicenda, tra me e il Vaticano".

La turbolenza ideologica di quegli anni (siamo agli albori del Sessantotto) entrò in qualche modo nello scontro tra lei e la Chiesa?

"Allora feci di tutto per evitare che c'entrasse. Ho evitato che le due cose, la contestazione politica e il mio scontro con il Vaticano, venissero confuse. Non volevo che il problema di carattere filosofico venisse degradato a una questione politica. Il rischio c'era. In quel periodo Mario Capanna, leader del movimento studentesco, si stava laureando con me".

Lei volle che il confronto tra il suo pensiero e la dottrina cristiana uscisse dall'ambito accademico per investire le strutture stesse della Chiesa. Non c'era, in quella scelta, un eccesso di orgoglio da parte sua?

"Chiamiamolo pure orgoglio. Ma la richiesta affinchè la discussione fosse ubicata nell'alveo che le era proprio, io la chiamerei piuttosto volontà di chiarezza. E così la questione, che in un primo momento era stata presa in carico dalla Sacra Congregazione per l'Educaziona Cattolica, viene portata, su mio desiderio, davanti alla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, l'ex Santo Uffizio".

Come si svolse il processo?

"Venni invitato a Roma dove mi fu chiesto di indicare le persone con le quali avrei preferito discutere. Io indicai Karl Rahner e Cornelio Fabro. La richiesta fu accolta. Poi Raner non potè intervenire e venne sostituito da un gesuita tedesco. Nel processo non vi fu nulla di drammatico, anche se esso aveva la configurazione giuridica dei processi celebri che la Chiesa aveva condotto in passato. La conclusione era inevitabile. Ero io il primo a essere consapevole che il mio pensiero non consentiva la mia permanenza all'Università Cattolica".

E così lasciò Milano e andò a Venezia?

"Scelsi Venezia perché è una bella città, ma soprattutto perché si trattava di portare per la prima volta la filosofia in quell'università. A Venezia non c'era, prima di allora, la facoltà di Lettere e Filosofia".

A Venezia la seguirono i suoi allievi...

"Sì, chiamai con me Umberto Regina, Luigi Rugiu, Mario Rugenini, Carmelo Vigna, Italo Valent, Salvatore Natoli, Umberto Galimberti, Luigi Tarca, che ora sono tutti cattedratici".

Nonostante lo scontro filosofico, lei ha continuato ad avere amici nel mondo cattolico. Uno di questi era Bruno Boni, sindaco di Brescia per quasi trent'anni.

"E' vero. Ho avuto un'amicizia fraterna con Bruno Boni. Egli era un cattolico praticante, il quale però credeva che la verità fosse presente in ciò a cui si riferivano i miei scritti".

Questo è così vero che Boni, prima di morire, diede indicazione ai suoi familiari che nella sua bara fosse messo il libro di Severino, "Essenza del nichilismo". E il suo desiderio fu esaudito.

Professor Severino, che effetto le fa essere considerato l'ultimo eretico dell'Occidente, essere messo nella stessa vicenda a cui appartengono Giordano Bruno e Galileo?

"Non parliamo di eresia. Questo poteva valere per Giordano Bruno e per Galileo, i quali erano dei grandi cristiani. Il loro fu uno scontro in famiglia. Il contenuto del mio pensiero sta al di là delle grandi opposizioni della storia dell'Occidente: ateismo-cristianesimo, scienza-non scienza, forza bruta-cultura, capitalismo-comunismo. E poi, a parte la loro grandezza, quelli di Giordano Bruno e Galileo furono dei veri e propri drammi umani, che nel mio caso non ci sono assolutamente stati".
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