![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 DICEMBRE 2001 |
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Nella relazione della Commissione
Dulbecco, incaricata dall'allora Ministro della Sanità Veronesi di
indicare, sulla base del rapporto Donaldson (il primo studio organico sulle
potenzialità terapeutiche delle cellule staminali) quali ricerche si possono
intraprendere in Italia in questo settore, viene indicata nel trasferimento
nucleare una vie innovativa e originale capace di garantire efficacia
scientifica e liceità etica. Il
trasferimento nucleare (TNSA: trasferimento di un nucleo di cellula adulta
prelevata dal paziente in un ovocita privato del proprio nucleo) dovrebbe
consentire di ottenere - escludendo la formazione dell'embrione e passando
attraverso la formazione di corpi embrioidi - cellule staminali da differenziare,
fin dall'inizio, verso le linee cellulari e tessutali desiderate.
Non è neppure il caso di
commentare i vantaggi di questa tecnica: il fatto di poter rinunciare
all'impiego degli embrioni congelati residuali è solo uno di essi.
La TNSA è una strada di ricerca
suggerita dall'analisi della letteratura internazionale e che di ricerca si
tratti è detto chiaramente sul documento Dulbecco che consiglia di investire in
questo settore per essere in grado, in un vicino futuro, di utilizzare, al posto
di ovociti di donne, citoplasti artificiali o citoplasti animali. Chi volesse prendere visione della
letteratura scientifica più recente, può cercare le pubblicazioni di
Julie-anne Lake, di P.J. Otaeo, di Hidefumi Kishikawa, di Tanja Dominko
e da queste prendere spunto per altre importanti letture. Appare comunque chiara l'importanza dei
terreni di coltura utilizzati e delle stimolazioni applicate per prendere una
delle possibili vie di sviluppo cellulare.
La preparazione di terreni di coltura che indirizzino verso le sfere
embrioidi è uno dei settori di maggiore competitività tra i gruppi scientifici,
coperta da segreti e, probabilmente, da brevetti: anche i genetisti del
Dipartimento di Biologia dell'Università di Pavia stanno lavorando alla
possibilità di ottenere riprogrammazioni utilizzando un citoplasto artificiale.
Dunque, non mi pare di
cogliere nel documento Dulbecco alcun tipo di malafede e di superficialità: ci
si è limitati a dire che si tratta di un settore molto promettente e che è
opportuno investire da subito negli studi sul citoplasto artificiale e sulle
colture in miscele utili a sviluppare i corpi embrioidi. Tra l'altro in
questo modo si possono ottenere cellule staminali con le stesse
caratteristiche genetiche del paziente donatore della cellula somatica e
quindi immunologicamente compatibili per autotrapianto.
Conclusi i lavori della
Commissione Dulbecco, il prof. Veronesi
mi propose di dirigere una Commissione per studiare la possibilità di
congelare gameti femminili umani, una tecnica alla quale la mia scuola si è
dedicata per anni con discreto successo.
Il prof. Veronesi aveva in
mente, da oncologo, il problema della conservazione della fertilità per le
donne che debbono essere sottoposte a chemioterapia, certamente fondamentale
per poter curare le malattie neoplastiche, ma disastrosa per gli effetti sul
patrimonio follicolare ovario. Entrambi
avevamo in mente la possibilità di porre fine al congelamento degli embrioni
sovrannumerari, una ragione di sofferenza per il mondo cattolico
italiano. Le conclusioni della
Commissione Dulbecco ponevano poi il problema del reperimento di ovociti umani
sovrannumerari, in attesa di sviluppi nel campo della preparazione di citoplasmi
artificiali. Nella nostra ipotesi di
lavoro, la possibilità di crioconservare ovociti umani avrebbe potuto dare una
risposta positiva ai tre differenti problemi.
Il congelamento degli ovociti
umani è sempre stato considerato con sospetto da biologi e genetisti: la
cellula uovo è molto grande, contiene molta acqua, ed esiste una letteratura
basata su dati sperimentali abbastanza confusi e poco omogenei che attribuisce
al congelamento la responsabilità di danni genetici che potrebbero essere causa
di malconformazioni nei prodotti del concepimento.
In effetti, i 35 bambini nati
(quasi tutti a Bologna) sono belli e sani e non abbiamo sinora alcuna percezione
di problemi malconformativi. 35 bambini sono però troppo pochi per qualsiasi
conclusione, ed è questo che abbiamo detto a Veronesi, proponendogli di
iniziare una ricerca più ampia, con la collaborazione di altri centri. Le difficoltà successive, che esprimono con
molta chiarezza quanto sia improbo il compito dei ricercatori in questo Paese,
fanno parte di un'altra storia. Quello
che conta è il fatto che il congelamento degli ovociti è possibile e che la
ricerca su più ampia scala che stiamo svolgendo dovrebbe confermarlo.
L'uso degli ovociti congelati
residui per i procedimenti di sostituzione nucleare deve invece passare
attraverso una fase sperimentale che non vedo come possa essere rifiutata,
vista la grande utilità che questa tecnica potrà avere in avvenire per molte
categorie di malati. Demetrio Neri
ha riportato recentemente, in un suo documento, un passo del comunicato stampa
rilasciato nell'agosto 2000 da un gruppo di lavoro istituito dalla Chiesa
Scozzese che pone un quesito molto preciso, che vale la pena di riportare:
«poiché la riprogrammazione diretta potrebbe rivelarsi impossibile senza un
limitato numero di esperimenti su embrioni umani, questo pone un importante
dilemma etico: è opportuno autorizzare questi esperimenti per ottenere i dati
necessari per evitare il futuro impiego di embrioni in questo campo?»
Anche a me, come a Neri, piace questo modo di andare alla radice del problema, senza infingimenti. Del resto, la ricerca scientifica ha cessato da molto tempo di essere un occhio che guarda, capisce e impara: oggi è una mano che fruga, e intuisce solo dai mutamenti che il suo gesto produce. Chi guarda con speranza alla riprogrammazione delle cellule adulte differenziate, deve capire che difficilmente questa strada potrà essere percorsa «saltando» la fase della sperimentazione embrionale. A meno che non si pensi che, in questo campo, il tempo non ha valore: cosa che, naturalmente, andrebbe spiegata ai pazienti.