RASSEGNA STAMPA

7 DICEMBRE 2001
CARLO FLAMIGNI
Chi ha paura della via italiana alle staminali

Nella relazione della Commis­sione Dulbecco, incaricata dall'allora Ministro della Sa­nità Veronesi di indicare, sulla base del rapporto Donaldson (il primo stu­dio organico sulle potenzialità tera­peutiche delle cellule staminali) quali ricerche si possono intraprendere in Italia in questo settore, viene indicata nel trasferimento nucleare una vie in­novativa e originale capace di garanti­re efficacia scientifica e liceità etica.  Il trasferimento nucleare (TNSA: trasfe­rimento di un nucleo di cellula adulta prelevata dal paziente in un ovocita privato del proprio nucleo) dovrebbe consentire di ottenere - escludendo la formazione dell'embrione e passando attraverso la formazione di corpi em­brioidi - cellule staminali da differen­ziare, fin dall'inizio, verso le linee cellulari e tessutali desiderate.

Non è neppure il caso di commentare i vantaggi di questa tecnica: il fatto di poter rinunciare all'impiego degli em­brioni congelati residuali è solo uno di essi.

La TNSA è una strada di ricerca sugge­rita dall'analisi della letteratura inter­nazionale e che di ricerca si tratti è detto chiaramente sul documento Dulbecco che consiglia di investire in questo settore per essere in grado, in un vicino futuro, di utilizzare, al po­sto di ovociti di donne, citoplasti arti­ficiali o citoplasti animali.  Chi volesse prendere visione della letteratura scientifica più recente, può cercare le pubblicazioni di Julie-anne Lake, di P.J. Otaeo, di Hidefumi Kishikawa, di Tanja Dominko e da queste prende­re spunto per altre importanti letture.  Appare comunque chiara l'importan­za dei terreni di coltura utilizzati e delle stimolazioni applicate per pren­dere una delle possibili vie di sviluppo cellulare.  La preparazione di terreni di coltura che indirizzino verso le sfe­re embrioidi è uno dei settori di maggiore competitività tra i gruppi scientifici, coperta da segreti e, probabilmen­te, da brevetti: anche i genetisti del Dipartimento di Biologia dell'Univer­sità di Pavia stanno lavorando alla possibilità di ottenere riprogrammazioni utilizzando un citoplasto artifi­ciale.

Dunque, non mi pare di cogliere nel documento Dulbecco alcun tipo di malafede e di superficialità: ci si è limi­tati a dire che si tratta di un settore molto promettente e che è opportuno investire da subito negli studi sul cito­plasto artificiale e sulle colture in mi­scele utili a sviluppare i corpi embrioi­di. Tra l'altro in questo modo si posso­no ottenere cellule staminali con le stesse caratteristiche genetiche del pa­ziente donatore della cellula somatica e quindi immunologicamente compa­tibili per autotrapianto.

Conclusi i lavori della Commissione Dulbecco, il prof.  Veronesi mi propo­se di dirigere una Commissione per studiare la possibilità di congelare ga­meti femminili umani, una tecnica al­la quale la mia scuola si è dedicata per anni con discreto successo.  Il prof.  Veronesi aveva in mente, da oncolo­go, il problema della conservazione della fertilità per le donne che debbo­no essere sottoposte a chemioterapia, certamente fondamentale per poter curare le malattie neoplastiche, ma di­sastrosa per gli effetti sul patrimonio follicolare ovario.  Entrambi avevamo in mente la possibilità di porre fine al congelamento degli embrioni sovran­numerari, una ragione di sofferenza per il mondo cattolico italiano.  Le conclusioni della Commissione Dul­becco ponevano poi il problema del reperimento di ovociti umani sovrannumerari, in attesa di sviluppi nel campo della preparazione di citopla­smi artificiali.  Nella nostra ipotesi di lavoro, la possibilità di crioconservare ovociti umani avrebbe potuto dare una risposta positiva ai tre differenti problemi.

Il congelamento degli ovociti umani è sempre stato considerato con sospet­to da biologi e genetisti: la cellula uo­vo è molto grande, contiene molta acqua, ed esiste una letteratura basata su dati sperimentali abbastanza confu­si e poco omogenei che attribuisce al congelamento la responsabilità di danni genetici che potrebbero essere causa di malconformazioni nei pro­dotti del concepimento.

In effetti, i 35 bambini nati (quasi tutti a Bologna) sono belli e sani e non abbiamo sinora alcuna percezio­ne di problemi malconformativi. 35 bambini sono però troppo pochi per qualsiasi conclusione, ed è questo che abbiamo detto a Veronesi, proponendogli di iniziare una ricerca più am­pia, con la collaborazione di altri cen­tri.  Le difficoltà successive, che espri­mono con molta chiarezza quanto sia improbo il compito dei ricercatori in questo Paese, fanno parte di un'altra storia.  Quello che conta è il fatto che il congelamento degli ovociti è possi­bile e che la ricerca su più ampia scala che stiamo svolgendo dovrebbe con­fermarlo.

L'uso degli ovociti congelati residui per i procedimenti di sostituzione nu­cleare deve invece passare attraverso una fase sperimentale che non vedo come possa essere rifiutata, vista la grande utilità che questa tecnica po­trà avere in avvenire per molte catego­rie di malati.  Demetrio Neri ha ripor­tato recentemente, in un suo docu­mento, un passo del comunicato stampa rilasciato nell'agosto 2000 da un gruppo di lavoro istituito dalla Chiesa Scozzese che pone un quesito molto preciso, che vale la pena di ri­portare: «poiché la riprogrammazio­ne diretta potrebbe rivelarsi impossi­bile senza un limitato numero di espe­rimenti su embrioni umani, questo pone un importante dilemma etico: è opportuno autorizzare questi esperi­menti per ottenere i dati necessari per evitare il futuro impiego di embrioni in questo campo?»

Anche a me, come a Neri, piace que­sto modo di andare alla radice del problema, senza infingimenti.  Del re­sto, la ricerca scientifica ha cessato da molto tempo di essere un occhio che guarda, capisce e impara: oggi è una mano che fruga, e intuisce solo dai mutamenti che il suo gesto produce.  Chi guarda con speranza alla ripro­grammazione delle cellule adulte diffe­renziate, deve capire che difficilmente questa strada potrà essere percorsa «saltando» la fase della sperimentazio­ne embrionale.  A meno che non si pensi che, in questo campo, il tempo non ha valore: cosa che, naturalmen­te, andrebbe spiegata ai pazienti.
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