![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 DICEMBRE 2001 |
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Quel che la psicologia computazionale non può spiegare,
nell'ultimo libro di Jerry Fodor per Laterza
Il sogno che
ha guidato la scienza cognitiva, dalla sua nascita ad oggi, era quello di poter
spiegare la mente mediante l'analogia con il calcolatore elettronico. Secondo
questa analogia il cervello degli animali umani starebbe alla mente - da un
punto di vista logico e funzionale - così come l'hardware di un calcolatore
elettronico starebbe al software che lo fa funzionare. Il fatto è che la
scienza cognitiva ha preso questa analogia alla lettera: il cervello funziona
proprio come un calcolatore elettronico. All'interno di questa macchina tutte
le operazioni che all'esterno assumono una varietà sempre più ampia di forme
(sistemi di videoscrittura, giochi, interviste psichiatriche, disegno assistito
ecc.) si riducono a computazioni, a 'semplici' calcoli. Così, recita il sogno
(o forse l'incubo) del cognitivista, accade esattamente anche nella mente
umana. Più in particolare - ci dice uno dei maggiori sostenitori, oggi critico,
di quel progetto, lo psicologo teorico Jerry Fodor nel suo La mente non funziona
così. La portata e i limiti della psicologia computazionale (Laterza) -
"la scienza cognitiva...era definita...dal progetto di esaminare una
teoria in larga misura dipendente dalle idee di Turing, secondo la quale i
processi mentali cognitivi sono operazioni definite su rappresentazioni mentali
strutturate sintatticamente molto simili a enunciati".
Il cuore
della questione consiste nell'idea che spiegare la mente deve significare
ricondurla a qualcosa di materiale. Ebbene, le rappresentazioni, su cui si
effettuano le computazioni che poi si traducono in azioni, sono appunto
"degli oggetti concreti, e per questo possono avere degli effetti
causali". Le rappresentazioni mentali - quelle che nel comune parlare
chiameremmo idee - avrebbero la forma di frasi scritte in uno speciale
linguaggio del pensiero, il cosiddetto mentalese. Queste frasi si combinano fra
loro secondo le leggi della logica, e il risultato di tali computazioni "è
una istruzione che comunica a opportuni meccanismi effettori di produrre il
comportamento". Fin qui il sogno. E fin qui forse il confine entro il
quale si può essere d'accordo con Fodor, quando sostiene che se si ha di mira
una spiegazione materiale di come sia possibile la mente questa teoria è
l'unica che abbia avuto un qualche successo (tutt'altra questione riguarda
l'interrogativo se una descrizione scientifica della mente debba porsi come
obiettivo di ridurla a qualche entità materiale; personalmente non considero
questo in alcun modo un problema, ma appunto, è un'altra questione).
Il problema
di questa teoria, ed è proprio Fodor a indicarcelo nel suo importante libretto,
è nascosto nelle sue premesse. Torniamo al calcolatore elettronico. Condizione
necessaria perché si possano effettuare le computazioni è che sia ben specificato
l'insieme di istruzioni di partenza e quando quelle computazioni si debbano
fermare. A queste condizioni il calcolo è possibile, ed efficace. In termini
tecnici questo significa - ci dice ancora Fodor - che la mente cognitiva deve
essere organizzata in "moduli". La caratteristica principale di un
modulo è "l'incapsulamento informazionale". L'idea non è complicata:
proprio per garantire che il calcolo sia possibile, ogni modulo deve
specificare in modo rigido di quali informazioni ha bisogno per funzionare. Per
questo il modulo è come chiuso in una capsula, e non ammette al suo interno
altro che quei dati che gli permettono di effettuare le sue computazioni: solo
quelli, altrimenti non è più chiaro cosa si debba calcolare, e quando la
computazione debba avere termine.
Qui
cominciano, ovviamente, i problemi: perché non sembra proprio che la nostra
mente, diversamente da quella del calcolatore elettronico, sia modulare. Il
punto diventa del tutto chiaro quando si capisce che per Fodor l'esempio
migliore di modulo è il riflesso, come ad esempio quello che ci fa scattare in
alto la gamba quando viene colpito il ginocchio. Ci dev'essere qualcosa che non
va, è ovvio, in un sogno (che sempre più velocemente assume i tratti sgradevoli
dell'incubo) secondo il quale la mente umana è, alla fine, un insieme di
riflessi; perché quel che caratterizza la nostra mente è proprio quel che non è
un riflesso: la sorpresa è che ora anche Fodor sembra d'accordo, sebbene ci
abbia incoraggiato per decenni a credere nel sogno.
Torniamo ai
moduli, e serviamoci di un esempio banale. In una ricetta si dice che, dopo
aver aggiunto i pomodori agli spicchi d'aglio e all'olio, si deve mettere
"un po' di sale". Ecco un caso di compito che non è incapsulato
informazionalmente. Perché quanto è un po' di sale? Dipende, da una serie di
variabilii relative ai vostri gusti, alla quantità degli ingredienti, alla
vostra salute, e così via. Il punto è esattamente questo: un modulo è, per
definizione, indifferente al contesto, come appunto un riflesso, che scatta
tutte le le volte in cui viene attivato e solo quelle. Ciò che aspetta è lo
stimolo giusto, il resto, dal suo punto di vista, non esiste. Ma ogni azione
mentale significativa (che cioè non si riduca ad un banale riflesso) è
influenzata da quello che accade, è accaduto e accadrà, in tutto il resto della
mente. La mente non è modulare, è "olistica", ossia agisce come un
tutto. Dunque, se non è modulare ne deriva che non è possibile specificare le
condizioni che permettono le computazioni, quindi la psicologia cognitiva -
secondo la quale il pensiero è computazione - non è una descrizione adeguata
della mente umana. Si può, tuttavia, essere un po' meno pessimisti: la teoria
cognitivista della mente spiega soltanto le parti della mente modulari, ma -
aggiunge sconsolato Fodor - "è quella parte della cognizione che non
funziona così che costituisce l'oggetto delle mie preoccupazioni, dal momento
che vi sono indicazioni che si tratti di una parte considerevole e che in essa
consiste molto di ciò che caratterizza la mente umana".
Siamo d'accordo con lui. E la conclusione è che la teoria cognitiva della mente spiega - non è proprio quello che si dica un successone, tenuto conto delle pretese iniziali - quelle funzioni (probabilmente piuttosto poche) della mente animale che sono modulari, ma non ha nulla da dire sulla mente umana in tutto quello che la rende tale, ossia sull'insieme delle attività mentali non modulari. C'è di più, se si rimane all'interno del modello teorico del cognitivismo il fatto della mente umana rimane propriamente - è la conclusione del libro di Fodor - "un mistero". Ma siamo proprio sicuri che la scienza della mente (non del cervello, che giustamente va lasciato ai neurologi) debba ridurre la mente ad una entità materiale? Se la mente non è modulare, se è olistica, se cioè è uno spazio logico di relazioni, non sarebbe forse meglio cercare di ricondurla - se proprio si vuole ridurla a qualcosa - a ciò che per definizione è relazionale, al linguaggio? Forse la scienza della mente non la dobbiamo cercare nei calcolatori perché ce l'abbiamo già sotto gli occhi. In questa prospettiva le migliori candidate ad assumere la funzione di scienze della mente potrebbero essere le scienze del dialogo. Per non fare che un esempio, forse la psicoanalisi - in quanto "talking cure" - ha molto di più da dirci sulla mente umana di una ingegneria del cervello.