![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 DICEMBRE 2001 |
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Il 5 dicembre del 1901, cento
anni fa, a Würzburg, in Germania, nasceva Werner Karl Heisenberg. Fisico tra i più grandi e controversi del
Novecento. Oggetto, ancora oggi, di
polemiche asperrime. Tra i filosofi e,
soprattutto, tra gli storici della scienza.
Di lui, padre del principio di indeterminazione, si dice che fosse indeciso
a tutto. Un trito luogo comune. In realtà Heisenberg fu un genio della
fisica e una vittima della storia.
Werner, dicevamo, nacque
nella città di Würzburg. La famiglia
apparteneva a quella Bildungsbürger, quella borghesia culturale, ché aveva
un'alta concezione di sé e della Germania.
Che guardava a se stessa come alla classe che ha la missione più alta
nella nazione cui Dio ha assegnato la missione più alta: rendere il mondo più
civile. E' con questo spirito che l'adolescente Werner saluta il padre che
parte, da ufficiale, per la Grande Guerra.
Ed è con composto stupore che se lo vede ritornare indietro, sconfitto
e deluso. Il mondo, dunque, rifiuta di farsi emancipare dalla cultura e dalle
baionette tedesche?
A 17 anni Werner,
trasferitosi a Monaco, si ritrova membro del «Movimento giovanile»,
caratterizzato dalla avversione per il socialismo. Ma lui non partecipa alle tese manifestazioni politiche della
Germania del dopoguerra. Non ama, dice,
la teppaglia armata. E neppure le
«aberranti posizioni» antisemite. Lui
ama la natura. La musica. E la fisica. Quando, nel 1920, si iscrive all'università stringe amicizia con
un giovane di belle speranze, Wolfgang Pauli, e studia con un professore di
grande fama e classe, Arnold Sommerfeld.
Ma l'incontro decisivo avviene nel 1922, a Göttingen, dove per la prima
volta la vicende scientifica e umana di Werner Heisenberg incrocia quella di un
fisico danese molto noto, Niels Bohr. Una decina di anni prima Bohr ha
elaborato il primo modello quantistico dell'atomo. E poi è diventato il capofila di un gruppo di fisici che intende
sviluppare e interpretare il senso di una nuova fisica, quantistica, che
rifiuta di farsi racchiudere in un modello matematico preciso e in un'interpretazione
coerente. A Göttingen l'incontro tra
Bohr e Heisenberg è breve, ma decisivo.
Un anno e mezzo dopo Heisenberg è a Copenaghen presso l'istituto
diretto da Bohr. Il piano di lavoro è
tanto semplice quanto ambizioso, creare una solida teoria per la fisica dei
quanti. Bastano pochi mesi al giovane
Heisenberg per raggiungere il traguardo inseguito per anni da tutti i più
grandi fisici del mondo. Il 25 luglio del 1925 il Zeitschrift für Physik
riceve un articolo con cui Werner annuncia la scoperta della meccanica quantistica. E licenzia quella classica. «Anche per i
problemi teorici più semplici, la meccanica classica non può più essere
considerata valida», scrive lo sconosciuto ventiquattrenne. La fisica dei
quanti ha ora una teoria rigorosa. E
questa teoria comporta addirittura l'abbandono della concezione del mondo che
hanno i fisici da almeno tre secoli.
Non è davvero poco, per un giovane sussiegoso.
Ma di lì a qualche mese un
altro giovane, l'austriaco Erwin Schroedinger, scopre un'altra teoria, meno
astratta ma altrettanto rigorosa di quella di Heisenberg, che ha il pregio,
però, di recuperare almeno in parte la visione «classica» del mondo. Due teorie per una sola fisica sono
troppe. Nel giugno del 1926 un terzo
fisico, Max Born, fornisce la giusta interpretazione di quella strana situazione. Nel mondo dei quanti non possiamo conoscere
lo stato di una particella, possiamo solo conoscere la probabilità che una
particella si trovi in un certo stato.
La visione deterministica del mondo sembra venire meno. E nel 1927 Werner le dà il colpo
definitivo, elaborando il cosiddetto «principio di indeterminazione»: non è
possibile conoscere contemporaneamente e con precisione assoluta la velocità
e, insieme, la posizione di una particella.
Come si affretta a scrivere Heisenberg, con questo principio e con la
meccanica quantistica: «viene stabilita definitivamente la non validità della
legge di causalità» su cui si reggono la meccanica classica e la nostra stessa
percezione del mondo. «Nella formulazione netta della legge di causalità:
"Se conosciamo esattamente il presente, possiamo calcolare il futuro"
è falsa non la conclusione, ma la premessa.
Noi non possiamo in linea di principio conoscere il presente in ogni
elemento determinante». Pochi, a soli
26 anni, possono vantarsi come Werner Karl Heisenberg di aver creato una nuova
fisica e di aver abbattuto un'antica filosofia. Per tutto questo Werner riceverà il premio Nobel nel 1933.
Ma, ormai, il tempo della fisica vissuto da protagonista è quasi finito. Mentre inizia il tempo della storia, vissuto da vittima. Proprio nel 1933 in Germania sale al potere Hitler. I fisici ebrei sono cacciata dalle università e costretti a lasciare la Germania. Werner non è ebreo, ma non è neppure nazista e si chiede cosa fare. Su consiglio di Max Planck, decide di restare in Germania, per preservare quel che resta della cultura fisica tedesca in attesa che passi la buriana della storia. La buriana passa, ma trascinando nel baratro l'intera Europa. E quasi stritolando Heisenberg. Che, riconosciuto come il più grande fisico teorico tedesco, accetta di diventare il capo del «progetto uranio» del Reich per verificare se è possibile ottenere un'arma dalla fissione del nucleo atomico. Werner non riesce nell'impresa. Per incapacità, per impossibilità o per aperto boicottaggio? Forse non lo sapremo mai. Resta il compromesso col nazismo. A dimostrazione che talvolta neppure a un limpido genio della fisica e della filosofia è dato di attraversare senza danno i deserti della storia.