![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 DICEMBRE 2001 |
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Processi di avicinamento alla cultura cinese: ieri, alla casa
delle Letterature di Roma, le novità provenienti dalla "scuola di
Shangai", illustrate da Maria Rita Masci alla presenza degli scrittori
Achen, Mian Mian e Dai Siji. Da Einaudi, una storia del pensiero filosofico
dalle origini a nostri giorni, illustrata da ampi brani di testi classici
Dopo le
sintesi diventate classiche, ma anche un po' datate, di Feng Youlan (in
italiano esiste solo la versione ridotta, Storia della filosofia cinese.
Confucianesimo, taoismo, buddhismo, Milano, 1956) o di Herrlee G. Creel
(Chinese Thought from Confucius to Mao Tse-tung, Chicago University Press,
1953), nessun'altra opera prima di questa Storia del pensiero cinese, uscita da
Einaudi, aveva tentato di tracciare una così vasta sintesi, circa 4000 anni,
che abbracciasse tutta la storia della filosofia in Cina, dalle origini
all'epoca contemporanea. Frutto di un immenso sforzo, chiara e intelligente
iniziazione a un universo mentale che ci resta ancora largamente sconosciuto,
questa opera insieme colta e accessibile è il risultato di quindici anni di
insegnamento di Anne Cheng, la quale si vale dei privilegi di una doppia
cultura: unisce infatti un'educazione cinese tradizionale e la familiarità coi
testi classici a una formazione letteraria e filosofica nelle università
francesi. Il che le permette, dunque, di sposare spontaneamente il pensiero
cinese con i concetti filosofici occidentali, tramite la scelta di vocaboli
moderni e utilizzando sistematicamente un linguaggio filosofico contemporaneo,
chiaro, preciso ed espressivo, ottimamente tradotto e curato da Amina Crisma.
Se ogni pensiero è debitore alla lingua con la quale è scritto, questo è vero
soprattutto per il pensiero cinese, i cui caratteri sono scomposti e analizzati
per il lettore non sinologo in modo da restituire ai pensieri che li
attraversano la loro sostanza e il loro sapore.
Non a caso,
per il titolo del suo libro, Anne Cheng ha optato per il termine pensiero:
quello di filosofia, ha spiegato, dovrebbe essere riservato agli eredi del
logos perché "la filosofia parla greco". Poco importa, infatti, che i
pensatori cinesi non abbiano cessato di discutere su delle nozioni che in
differenti epoche hanno ritenuto cardinali: il fatto è che non hanno mai costruito
dei sistemi filosofici chiusi. Il significato dei testi cinesi "si elabora
nella rete delle relazioni che li costituiscono: invece di costruirsi in
concetti, le idee si sviluppano in questo grande gioco di rinvii che altro non
è che la tradizione, e che ne fa un processo vivente".
E' vero,
infatti, che il pensiero cinese non è dialettico ma cumulativo: da vicino Anne
Cheng disegna i personaggi connotandoli con un pensiero il cui segno distintivo
sembra essere la continuità. L'assenza di ogni ontologia e, soprattutto,
l'interesse per l'azione rendono il pensiero non dialettico e infine non
filosofico, almeno in confronto al paradigma greco. Il pensiero cinese procede
piuttosto "a spirale, delineando il suo oggetto, non una volta per tutte,
mediante un insieme di definizioni, ma descrivendovi attorno cerchi sempre più
stretti". Piuttosto che nel suo contenuto teorico, l'originalità del
pensiero cinese si manifesta dunque in questa sua dinamica, che si sforza di
captare e di restituire il flusso incessante delle trasformazioni. Poiché
l'ordine sociale e quello cosmico si confondono e si riuniscono, si è trattato
per ogni pensatore cinese non di "pensare sempre meglio", ma "di
vivere sempre meglio la propria natura di uomo in armonia col mondo".
Anne Cheng sa
bene che la storia del pensiero cinese è "senza interruzione da rivedere
alla luce del presente", un presente che cambia esso stesso a seconda
degli studi e delle nuove scoperte. Ecco perché fa riferimento non solo alle
opere indispensabili, ma anche a quelle più recenti: la straordinaria
erudizione che sostiene questa Storia non appare che in filigrana nelle note,
strumento di lavoro indispensabile, poiché fa il punto degli studi consacrati
ad ogni aspetto particolare, aprendo tanto al ricercatore che al curioso un
immenso campo di investigazione.
Altra grande attrattiva del libro è la ricchezza di traduzioni dai testi cinesi: quando Anne Cheng evoca Confucio, lo fa mescolando ai suoi commenti le citazioni dai Dialoghi (sola testimonianza autentica del pensiero confuciano che ci resta). Tutta l'opera è concepita, del resto, in modo che a ogni capitolo si accompagnano estratti di testi fondamentali, le cui traduzioni sono vive, ispirate, dense e concise, a formare un complesso tessuto che lascia apparire, nel susseguirsi delle epoche, un fondo comune di idee regolarmente riattualizzate. Se è inevitabile che la trattazione venga presentata in un quadro cronologico - non foss'altro che per tenere conto del peso della storia negli incidenti sociali e politici - tuttavia alla lettura si ha piuttosto l'impressione di una descrizione diacronica, che consente di cogliere meglio le variazioni e le costanti, i salti e i ritorni, i mutamenti di un antico dibattito, il nuovo e il sottinteso. Inoltre, la leggibilità del testo non sacrifica la ricchezza delle analisi, che tentano sempre di circoscrivere ogni autore, ogni corrente, secondo una molteplicità di prospettive, così come fanno i percorsi attraverso i testi che non cedono alla tentazione di restituire un senso totalizzante.