![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 DICEMBRE 2001 |
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Un filosofo americano recensisce un libro sull'etica dei pirati
informatici. Sono portatori di una "controcultura" o vanno perseguiti
legalmente?
Gli hacker,
o pirati informatici, sono esperti di informatica in grado di violare i sistemi
di protezione dei computer ed "entrare" nei nostri pc, nei network
aziendali, nei supercomputer di agenzie governative e istituzioni militari.
Sono simili a ladri scaltri ed esperti, ai quali nessun allarme, antifurto,
lucchetto, serratura, può resistere.
Entrando nei
computer gli hacker possono, in teoria, organizzare truffe finanziarie o
trasferimenti di fondi a conti in banca cifrati, o più semplicemente rubare
banche dati (preziose e rivendibili a qualsiasi istituto di ricerca o
marketing, o ad aziende concorrenti di quella presa di mira) o informazioni.
Ma possono
anche commettere incursioni più goliardiche , anche se comunque non innocue dal
punto di vista economico.
Creare e
diffondere virus, per esempio, è una pratica che può creare enormi problemi a
siti di e-commerce o di servizio. Le vittime degli hacker non si contano più.
Non si tratta solo di "utenti sprovveduti" che aprono messaggi di
posta elettronica e così liberano un virus. Persino Microsoft , che di computer
e di sicurezza dei network dovrebbe intendersi, è rimasta vittima, alla fine
dello scorso anno, di un banda di pirati che tentava di impadronirsi dei
preziosi "codici sorgente" dei programmi. Altre vittime illustri sono
stati siti come eBay, Amazon, Aol e persino la banca dati del World Economic
Forum di Davos.
Gli hacker
quindi possono essere visti come semplici criminali: in fondo rubano segreti
industriali o denaro. Ma non è così facile, perché in molti casi i pirati si
limitano a violare le barriere di sicurezza, senza fare ulteriori danni. E' un
po' come se un ladro riuscisse a entrare indisturbato in un deposito di
preziosi super protetto da allarmi, guardie di sicurezza e sofisticati
antifurti, per poi andarsene senza portare via neppure un anellino.
E c'è anche
un'altra considerazione da fare: gli hacker che si rendono colpevoli di furto,
sono sempre degli esperti di informatica. Hanno cioè un livello di istruzione
"tecnica", e spesso non solo, molto alto. Sono ladri molto
specializzati e "sofisticati", in un certo senso.
Gli hacker
hanno numerosi club, fan club, società più o meno segrete, campionati, gare,
ritrovi, manifesti, riviste, on line e di carta. Per questo spesso si parla di
"cultura hacker" . E sul fenomeno sono stati scritti numerosi libri.
Ha ragione infatti chi vuole punire i crimini informatici, ma ha ragione anche
chi cerca di capire qualcosa di più di quegli hacker che non sembrano
intenzionati all'arriccchimento personale e che a volte addirittura si
definiscono Robin Hood del cyberspazio . Molti hacker infatti dicono di voler
creare (è il caso del sistema operativo Linux) o "rubare" programmi,
dati, informazioni per diffonderle gratuitamente . Un ritorno agli inizi
dell'era dei pc, quando la maggior parte del software circolava liberamente (e
senza l'ausilio di Internet).
Appare
quindi provocatorio il titolo dell'ultimo saggio sulla cultura hacker uscito
negli Stati Uniti da qualche giorno, The Hacker And the Spirit of the
Information Age di Pekka Himanen, (pubblicato dalla "seriosa"
Random House) , ma anche sufficientemente interessante da scomodare Steven Johnson,
filosofo americano, chiamato dal New York Times a recensire il libro per
l'edizione domenicale. Johnson è cofondatore del sito di informazioni on line
Feedmag.com e autore del libro Interface Culture . Il suo prossimo libro
(Emergence ) sarà pubblicato in settembre.
The Hacker
Ethic inizia con la prefazione di Linus Torvalds, l'inventore di Linux, il
sistema operativo "open source", che spiega cosa intenda lui per “Legge
di Linus” (la sua teoria è che le presone sono motivate dal desiderio di
"sopravvivere", da quello di avere una vita sociale di un certo tipo
e dal desiderio di divertirsi). Himanen invece, che si occupa di filosofia
della rivoluzioni tecnologiche e insegna alla università di Helsinki e a quella
della California a Berkeley, cerca di spiegare per il resto del libro (234
pagine in tutto) che cosa intenda lui per "etica degli hacker".
Secondo Himanen è utile confrontarla con l'etica come la intendeva Max Weber.
Al "tecno-sociologo" Manuel Castells è affidata quella che Johnson
con una certa ironia chiama "arringa finale" per spiegare le
differenze tra le "società di reti" di oggi e i sistemi industriali
come erano nati all'inizio del secolo scorso.
Himanen non
è un hacker, ma potrebbe esserlo, nel senso che egli difende ei pirati
informatici e la loro etica, che ha ribattezzato "nethic"
(net+ethic). Johnson ammette che si tratta della spiegazione più completa e
obiettiva di questa "cultura alternativa". L'autore ha intervistato
molti programmatori e monitorato siti e forum di hacker. I tratti principali
della nethic sono: orari flessibili, anche interminabili, ma decisi dal
lavoratore stesso, creatività e passione per quello che si fa. Gli hacker
"veri" non si curano del denaro e delle ricompense economiche per i
loro successi, perché preferiscono quello che in gergo si chiama Egoboo (che
potremmo tradurre con "abbasso il proprio ego") e il rispetto per i
propri pari.
La realtà, sembra concludere Johnson, è che alcuni hacker, forse i più geniali tra loro, sono davvero interessati solo a codici, schemi, crittografie e problemi di programmazione. E non a soldi, potere, fama, immagine. Ma di fatto maneggiano strumenti pericolosissimi , che, come è sempre successo nella storia delle società umane, se finiscono "nelle mani sbagliate", possono creare enormi danni.