![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 NOVEMBRE 2001 |
|
Dieci anni fa moriva il filosofo che
credeva nell'impegno dei ricercatori e
nella divulgazione
Dieci anni fa, il 29 novembre
del 1991, veniva a mancare un personaggio scomodo: Ludovico Geymonat. Padre,
severo, della filosofia della scienza in un paese che non celava e non ama né
la severità né le scienze. Appassionata
coscienza critica della sinistra, in una sinistra spesso insofferente alle
critiche.
Nel decimo anniversario della
morte Ludovico Geymonat viene ricordato con una serie di manifestazioni
piuttosto ampio. Nei giorni scorsi all'Università Statale di Milano. Da giovedì, fino a sabato a Forlì, con un
convegno organizzato dall'associazione Nuova Civiltà delle Macchine e
coordinato dà Maria Luisa Dalla Chiara, Vincenzo Cappelletti e Toraldo di
Francia. Ancora oggi, alla Casa della
Cultura di Milano, con un saluto di Norberto Bobbio. Tutta questa serie di manifestazioni indica che la memoria di
Ludovico Geymonat è sempre viva. Ed è viva
non solo perchè la cultura scientifica italiana è retta, la buona parte,
dai suoi allievi. Ma anche e soprattutto
perché il suo pensiero critico è più attuale che mai. E, quindi, più scomodo che mai. Scomodo per tutti.
Occorre, diceva Ludovico
Geymonat, che il valore culturale della scienza venga finalmente
riconosciuto. Perché l'impresa
scientifica costituisce il prodotto più caratteristico dell'era moderna. Perchè
nessun'altra impresa umana, in questi ultimi quattro secoli, ha contribuito di
più a modificare la percezione che l'uomo ha di se stesso e del mondo che lo
circonda. E nessun'altra impresa umana, in questi ultimi quattro secoli, ha
contribuito di più a modificare la nostra vita quotidiana. La scienza è da almeno quattrocento anni il
fattore culturale più dinamico della società, in un'era, la nostra, che è la
più dinamica nella storia dell'uomo e delle sue relazioni sociali. Non riconoscere l'intrinseco valore
culturale della scienza significa, semplicemente, non capire la modernità.
L'ammonimento di Geymonat era
rivolto, certo, all'accademia. O meglio, a quella cultura idealista di
impronta gentiliana e crociana di cui era (e, ahimè, è tuttora) intrisa
l'accademia e, più in generale, la classe dirigente italiana. Ma l'ammonimento era rivolto, anche, alla sinistra
italiana. Alla sinistra cui Geymonat
faceva riferimento, la sinistra comunista. «Da noi il marxismo non ha mai
avuto interesse per i problemi scientifici», sosteneva. Ed era un'analisi spietata, perché
significava che da noi il marxismo non aveva gli strumenti essenziali per
capire la modernità. Questa analisi fu
causa di polemica tra l'ex comandante partigiano Ludovico Geymonat e il
partito cui fu, per un certo tempo, iscritto: il partito Comunista. Forse era un po' ingenerosa, perché se c'è
stato un partito in Italia sensibile ai «problemi scientifici» almeno nella
loro prassi, questo è stato il PCI. Ma
Geymonat era un analista severo, e richiedeva un interesse teoretico prima e
oltre che pratico.
La sua analisi, dicevamo, è
più attuale che mai. Perché quell'incapacità di afferrare l'intimo e decisivo
contenuto culturale dei «problemi scientifici» non solo perdura, ma per certi
versi si è aggravata. Nell'accademia,
nel corpo della società e, purtroppo, nella sinistra italiana,
Ludovico Geymonat non si
limitava a indicare il problema. Ma
proponeva le sue soluzioni. Ed erano
soluzioni lucide e, appunto, severe.
Per far riconoscere l'intrinseco valore culturale della scienza ruppe con
il neopositivismo logico (con cui aveva bazzicato, da giovane, a Vienna) e
con la sua pretesa di espungere ogni elemento metafisico dalla scienza. Geymonat credeva nell'alleanza tra scienza e
filosofia. Credeva nega necessità di
interpretare con un nuovo razionalismo, un razionalismo critico, le nuove
conoscenze prodotte dalla ricerca scientifica.
Questa nuova filosofia, razionale e critica, della scienza doveva
tuttavia basarsi su un grande rigore.
Il razionalista critico doveva avere le competenze e del filosofo e
dello scienziato. E al più alto livello possibile. Lui stesso se le era date
queste competenze e le aveva pretese, con successo, dai suoi
collaboratori. Geymonat ha contribuito
a fondare non solo la filosofia della scienza in Italia, ma ha contribuito a
riscoprire anche la logica.
Ludovico Geymonat credeva
nella scienza nel suo contenuto di verità, sia pure provvisorie. Ma non
credeva nella neutralità della scienza. La scienza è uno strumento
potente. Il più potente che si è dato
l'uomo. E non è indifferente quale
gruppo sociale la possegga. Se la scienza è appannaggio di quelle che una volta
si chiamavano «le classi dominanti» diventa un potente strumento di
coercizione. Se la scienza diventa
appannaggio anche delle classi subalterne, allora diventa il più potente strumento di liberazione e di progresso
civile.
Questa visione, di classe,
della politica e della scienza aveva, nel lucido e coerente discorso di
Geymonat, due precise conseguenze. La
socializzazione del discorso scientifico, con conseguente attenzione alla
comunicazione della scienza al grande pubblico. E l'«impegno sociale» dello scienziato.
In un articolo scritto il 2
aprile del 1963 sull'Unità a commento della prima della «Vita di Galileo» di
Bertolt Brecht al Piccolo Teatro di Milano, richiama le parole dello scienziato
fiorentino e la
necessità che anche le grandi
masse e soprattutto i giovani scoprano la potenza della ragione. Io ho scritto in volgare, sostiene
Galileo, per farmi capire da tutti, soprattutto dai giovani. Perché Dio ha
dato anche ai giovani del popolo, come a quelli dei ricchi, non solo gli occhi
per vedere la natura e le opere sue, ma anche il cervello «da poterle intendere
e capire».
Ludovico Geymonat non la
pensa diversamente sul valore strategico della comunicazione della scienza «a
tutti». E si impegna dunque a «scrivere
in volgare». Che non è esattamente la
stessa cosa di divulgare. Il suo
impegno editoriale nel campo della comunicazione al grande pubblico è vasto, ma
sempre di grande livello. Basti citare
il coordinamento dell'«Enciclopedia della Scienza e della Tecnica» pubblicata per Mondadori e la «Storia del
pensiero filosofico-scientifico» pubblicata per Garzanti. Sono proposte scomode per il lettore, perché
richiedono serietà e impegno. In
cambio sono proposte che entrano nel vivo dei «problemi scientifici» aperti,
che non possono essere appannaggio dei soli esperti.
Ma Geymonat non è scomodo
solo per gli accademici e i politici. E neppure per i suoi allievi e i suoi
lettori. E' scomodo anche e, forse, soprattutto per gli scienziati. Perché è proprio a loro agli
scienziati, che Geymonat chiede
l'«impegno» più stringente. Riconoscere
che la loro scienza non è neutrale. Che
le conoscenze che essi producono hanno
enormi effetti sulla società. E, pertanto, gli scienziati non possono pensare
di «dedicare tutte le proprie attività alla "ricerca pura" senza venir distratti» da altre preoccupazioni.
Gli scienziati hanno il dovere morale e politico di «puntare il telescopio
sugli "aguzzini" della società» per svelare la verità sociale,
proprio come Galileo aveva puntato il telescopio verso il cielo per svelarne la
verità fisica. Gli scienziati devono
impegnarsi «ad affrontare con la massima serietà il problema urgentissimo di
dare un senso umano, filosofico, etico-politico alla scienza». Perché se la scienza «non riuscirà ad
allargare e approfondire i propri compiti, se non riuscirà ad assumere la
posizione di altissima responsabilità che le compete nel mondo odierno, se non
saprà diffondere ovunque lo spirito critico, finirà per tradire la propria
missione. In tal caso diventerà ben
presto un fattore non di progresso, ma di autentica rovina: di sempre più
pericolosa disumanizzazione della società».
Questo rischio è più attuale che mai. Oggi come negli anni '60 la scienza è sottoposta a grandi pressioni. I tentativi di asservirla a interessi particolari, sia pure con fini e modalità motto diversi rispetto agli anni '60, restano fortissimi. Geymonat indica con grande chiarezza qual'è il compito degli scienziati: evitare che la scienza da fattore di progresso diventi fattore di rovina. Da strumento di emancipazione dell'intera società, diventi strumento di potere per piccole oligarchie. Il compito è immane e oltremodo scomodo. Ma Geymonat non è davvero tenero verso quegli scienziati «qualunquisti» che si sottraggono allo scomodo impegno, perché ritengono di «potersi disinteressare delle sorti dell'umanità». Li chiama, semplicemente, traditori.