RASSEGNA STAMPA

27 NOVEMBRE 2001
BRUNO GRAVAGNUOLO
Con Marx contro Marx

Muore alle terme Lucio Colletti, il filosofo marxista che scelse Berlusconi

La scomparsa dell'intellettuale che aveva dedicato al filosofo di Treviri la sua biografia e che aveva rinnegato il marxismo

Benché la sua scomparsa ci sorprenda e ci addolora profondamente - era un pezzo della nostra biografia generaziona­le - non riusciamo a non pensare che la morte in cui è incappato gli assomigli.  Se ne è andato dopo essersi immerso m un calidario, alle Terme di Venturina vicino Livorno, dove era andato a trascorrere un periodo di vacanza.  Come un acquatico eroe epicureo, sereno e non sfiorato dal pensiero della morte.  Di quelli che con Lucrezio ripetono: «La morte non è nulla per noi.  Quando lei non c'è, noi ci siamo. Quando lei c'é, noi non ci siamo».  Non ci

sembra irriguardosa la notazione.  Che non fa velo all'affetto né alla stima che a Lucio Colletti portavamo, nonostante il dinamen politico che aveva imboccato dal 1994, quando aveva deciso di schierarsi con Forza Italia, milizia che viveva con disagio e irriverenza. Del resto tempo fa lui stesse aveva riconosciuto di possedere una doppia anima.  Quella «romana» irriverente e popolaresca, e l'altra scettico illuminista ostile ai supplementi d'anima filosofici e alle profondità romantiche dell'inconscio.

E ciò nondimeno, Colletti era un filosofo con tutte le carte in regola, intellettuali e accademiche, per nulla in contrasto con le sue doti di polemista lucido.  Capace di rischiarare con nitore i concetti più difficili e di obbligarli a riflettere.  A prendere coscienza delle aporie, dei problemi.  Senza potersi rifu­giare nelle comode uscite di sicurezza dialettico-verbali.  Ecco, per noi Lucio Colletti era stato sin dal primo momen­to questo tipo di metodo.  Quello che ti squaderna davanti un testo filosofico e ti costringe a pensare l'essenziale.  Con il solo ausilio della ragione critica.

Ad assaggiarlo quel metodo, sulle ispide pagine marxiane del primo libro del Capitale, o su quelle un po' barocche della Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico, avevamo iniziato nell'au­la VII di Lettere a Roma, oppure nell'au­la Magna della facoltà. Marx, quindi, e non a caso.  Perché, nel bene e nel male, tutta la vita intellettuale di Colletti muo­ve di là, e là torna.  Nell'apologia, come nella ripulsa.  E anche le altre stazioni che punteggiano l'itinerario collettiano, non sono che parafrasi o divagazioni.  Attor­no al gran problema: Marx, la dialettica, la sua verità e la sua falsità.  Un'ossessio­ne cominciata di lontano, vissuta senza retorica né prometeismi.  E nondimeno ossessione vera e onesta.  Cominciata alla scuola di Ugo Spirito, gran pensatore «problematicista» e dissolutore del gentilianesimo, ottimo stimolo per una mentalità analitica e irriverente come quella del giovane Colletti, che sulle prime si misura con Croce.  Punto di svolta decisi­vo però, quello che illumina avanti e in­dietro tutto Colletti, è l'incontro con Gal­vano della Volpe, marxista anche lui gentiliano in origine.  Poi passato, via Hume e via Croce, ad un originale materialismo scettico-scientifico.  Della Volpe, con­finato a Messina da un'accademia medio­cre e provinciale, è netto su Marx: è fi­glio di Aristotele e Galilei.  E, soprattutto, è figlio ribelle di Hegel, ma in direzione antiplatonica e anti mistica.  Conta il fee­ling nella scienza, così come nell'arte.  Cioè la percezione materiale del «discreto-molteplice», che scienza e arte, con differenti linguaggi, traducono nelle ter­se movenze della ragione illuminista e sperimentale.

Su questa via Colletti si incammina.  Con ricerche su Rousseau e la sovranità popolare, e con pagine energiche e ine­quivoche sul «circolo astratto-concre­to-astratto», ovvero la sostanza del meto­do scientifico, il medesimo mutatis mutandis in Marx e in Galilei.  Come della Volpe, Colletti pensa che tanto le astrazioni del diritto borghese (libertà, egua­glianza, rappresentanza) quanto quelle speculative (Spirito, Assoluto) quanto in­fine quelle economiche( merce, capitale, valore di scambio) siano tutte «viziose» o cattive generalizzazioni, che nascondo­no la logica del dominio dell'uomo sul­l'uomo.  Mascherature di una energia mistica che volatilizza il concreto a finta universalità, e che converte i «predicati umani» (forza, sensibilità, lavoro) in so­stanza trascendente e autosufficiente: la sostantificazione dell'astratto.  Era que­st'analisi il filo che pervadeva opere co­me Ideologia e Società, Il Marxismo ed Hegel, L'introduzione a Ilienkov, quella ai Quaderni filosofici di Lenin, L'introduzio­ne a Bernstein del 1968.  E l'originalità di

Colletti rispetto a della Volpe?  Eccola: l'alienazione capitalistica descritta da Marx non era un mero errore logico.  Bensì un capovolgimento oggettivo della vita reale, che trasformava tutto il mon­do reale in apparenza, e tutta l'apparen­za in mondo reale.  Insomma il feticismo della merce marxiano era la cifra di un mondo feticizzato dall'economia e dai suoi oppressivi sortilegi.

Fin qui il primo Colletti, marxista scientista e ortodosso, ma eretico contro la vulgata storicista e umanista del marxi­smo, in voga in Italia sotto il segno di Gramsci e Togliatti.  Dal 1974 la svolta, preannunciata in qualche modo a lezio­ne in quell'aula VII.  Sotto forma di dub­bi illuministi verso le derive estremiste del marxismo di quegli anni, nonché di perplessità sulla «scientificità» di Marx, le cui tracce dialettico-hegeliane Colletti sentiva di non poter cancellare.  La svol­ta, dunque.  Con l'Intervista politico-fitosofica Laterza, rilasciata a Perry Anderson.  In quel testo Colletti va al fulcro di un dissenso cruciale con Marx, ben deli­neato ormai.  In sintesi, argomenta Col­letti, la dialettica - innegabile in Karl Marx - collide con la «scientificità» del­l'impianto marxiano.  La dialettica presuppone finalismo, filosofia della storia, «magia teleologica».  Non solo.  Presup­pone confusione tra opposizione e con­traddizione. La prima è repugnanza reale tra opposti che non si compenetrano, ma che si respingono vicendevolmente.  Come in uno scontro automobilistico, o in un cozzo tra vettori materiali.  La secon­da invece è un non-senso, oppure impli­ca superamento dialettico dei due opposti in un tertium che li ingloba e li trascen­de. Proprio come nel superamento hege­liano dello Spirito, che tesaurizza - ad esempio nella storia - gli scontri di civil­tà in una forma superiore. O come nella dialettica della natura hegeliane ed englesiana (Engels, la bestia nera di Della Vol­pe-Colletti!)

Dialettica - ripristinata dalla tarda scuola di Geymonat - che ravvisa ovunque nella natura e nella scienza (nella pianta, nel seme o nel pensiero) un pro­cedere per contraddizioni in movimento.  Su questo Colletti era esplicito: il Capita­le di Marx è inficiato dalla dialettica idea­lista.  Da un finto movimento che imma­gina la risoluzione dei conflitti - tra valo­re d'uso e di scambio, capitale e lavoro ­in un illusorio superamento politico e scientifico. E a sostegno Colletti portava le riflessioni di Kant, quelle del 1763 sull'Introduzione delle quantità negative in matematica, volte a espellere la contraddizione dai ragionamenti della scienza.

Di lì in poi comincia il Colletti antimarxista, che pure conserverà sconfina­ta ammirazione per il Marx storico e sociologo, e soprattutto per il Marx esal­tatatore illuminista delle forze produtti­ve e della scienza.  E infatti dopo il 1974, anche in pieno dinamen liberal-moderato, capiterà spesso di leggere elogi collet­tiani controcorrente del Marx del Mani­festo dei Comunisti.  Il Marx che esalta l'apoteosi industrialista della borghesia, destinata ad affondare la tenerezza dei valori preindustriali nella prosa capitali­stica del mondo.  E tuttavia, quanto era efficace e fondata la destructio antimarxi­sta di Colletti?  A guardar bene riposava su un equivoco.  Quello di prendere trop­po alla lettera la promessa di scientificità marxiana, per poi approdare a una disin­cantata apostasia.  La «dialettica» in Marx non era un paradigma duro o sperimentale, bensì un'attitudine critica e fenomenologica.  Visualizzava infatti sul piano simbolico - non senza paradossi e ironia dissolvente - il riflesso dei conflitti sociali del capitalismo fattosi adulto.  Registrandone e demistificandone le contraddittori nella scienza economica.  Nel diritto, nelle forme di coscienza, nella mente degli attori sociali.  Malgrado un certo determinismo tendenziale, Marx non affidava certo alla dialettica la risolu­zione fatale dei contrasti.  Quanto a una serie di «previsioni» più o meno fondate, inficiate dagli stessi contraccolpi del marxismo.  Che intravedevano - nel con­flitto tra forma privata di appropriazio­ne e sviluppo generale delle forze produt­tive - un possibile rivolgimento politico.  Era un accumulo di condizioni positive ­descritte certo con metafore dialettiche ­a decretare il processo rivoluzionario, in ­teso come «espropriazione degli espro­priatori».  E non una bronzea legge dialet­tica.  Quale quella propagandata dai divulgatori positivisti (Engels incluso) con­tro cui Colletti aveva buon gioco.

Come che sia la critica di Colletti era suo modo acuta e rigorosa, in coerenza con la sua mentalità dellavolpiana.  Pun­tava al cuore di Marx, anche se non riu­sciva a smontarne gli impulsi critici.  Pro­va ne sia che a Marx tornava sempre anche il Colletti disincantato e liberale (tanto liberale da attaccare negli anni no­vanta i referendum come forme di «de­mocrazia soviettista»).  Liberale, ma inca­pace di liberarsi di Karl Marx, sul quale aveva costruito il suo profilo intellettua­le in Italia e all'estero.  E altresì, freddo dinanzi a tutto il resto, che pure sembra­va appassionarlo (Kant, Popper, We­ber).

Quasi che del filosofo di Treviri non potesse psicologicamente fare a meno.  Per pensare, polemizzare, ragionare.  Pur dopo averlo clamorosamente rinnegato
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