![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 NOVEMBRE 2001 |
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Se credete che il revisionismo storico sia una vicenda
dell'ultimo decennio, i cui artefici sono degli intellettuali schierati
apertamente a destra, epigoni più o meno autorevoli di Renzo De Felice, questa
è la volta buona per ricredervi. Il merito del convegno in corso a La sapienza
di Roma su Carl Schmitt (1888-1985), organizzato dalla Regione Lazio, è di
dare molto spazio alla "storia della fortuna" dell'eminente filosofo
del diritto tedesco. Si scopre così che, a cavallo fra gli anni '70 e gli anni
'80, del tutto sprezzanti dell'ortodossia ancora dominante nella nostra
cultura, un gruppo di giovani intellettuali di sinistra italiani, rileggeva e
quasi flirtava con il Grande Tedesco, che fu addirittura presidente, negli anni
di Hitler, dell'associazione dei giuristi nazionalsocialisti.
I più agguerriti fra questi uomini di cultura, tutti con qualche chilo in meno
e qualche capello in più, operavano a Napoli e a Roma. Nella città partenopea
faceva scuola la rivista "Il Centauro", su cui affinavano le idee gli
uomini dell'Orientale: il già allora "politico" Biagio De Giovanni,
il non ancora "impolitico" e il non ancora calvo Roberto Esposito, l'allora
"napoletano" Giacomo Marramao. A Roma invece, attorno alla rivista
"Behemot" dell'irruento e passionale Antonio Caracciolo (uno degli
organizzatori del convegno odierno) si ritrovavano ancora in meno teste d'uovo,
ma fra di loro spiccava quella di Angelo Bolaffi. Che, in quell'ansia di
rinnovamento radicale, propagandava le nuove idee politicamente scorrette dalle
pagine di un giornale di massa ma modernizzante (sulle sue copertine venivano
sdoganati anche i seni e le natiche di allegre maggiorate) come
"L'Espresso" (che, ricorda Caracciolo, uscì per primo con un lungo
articolo revisionistico sul non più esecrando autore della Teologia politica).
I romani avevano uno stretto rapporto con una strana figura di poligrafo
austriaco, anch'egli relatore nel convegno romano, che era stato fra l'altro il
piccolo editore di alcuni testi schmittiani: Gunther Maschie. Gunther, in
verità, aveva compiuto una strana parabola: era stato il capo della
contestazione studentesca austriaca; era quindi partito per Cuba e vi aveva
soggiornato due anni in estatica simbiosi con il Leader Maximo; era infine
tornato in Europa profondamente trasformato e aveva intrapreso un cammino a
Destra che lo avrebbe portato in pochi anni a ritrovare in Schmitt, con
maggiore consequenzialità, ciò che prima aveva cercato in Castro. E cioè,
nell'ordine, la critica spietata al liberalismo, al parlamentarismo e
all'americanismo.
Ad Habermas, che aveva sprezzantemente ridotto il suo iter intellettuale ad
un trasferimento di libido, a una questione ormonale, Maschke rispose con un
piccolo saggio memorabile: San Jurgen e il drago. Ove il drago è in qualche
modo, ci dice oggi, il luogo comune, il riflesso pavloviano che ti porta a
dire: Schmitt è stato nazista, Schmitt non può aver detto nulla di
culturalmente significativo. La cosa più interessante è, tuttavia, che Mashke
ha un' idea precisa del perché tanti intellettuali rifiutino a priori Schmitt
senza ritenere di dover confrontarsi con il suo pensiero. Il fatto, a suo dire,
è che ”la sinistra di oggi non pensa in grande come quella di un tempo: parla
di diritti umani ed è diventata la puttana dell'Unesco, fa l'amore in modo
adulterino col capitalismo. Non ha più il gusto per la profondità delle cose e
quindi è costretta a semplificare". Mentre, sempre a suo dire, i marxisti
di un tempo sapevano che la vera differenza è fra chi pensa e chi agisce di
riflesso (sui rapporti di Schmitt col marxismo parla stamattina Ernst Nolte,
mentre la parte del leone l'ha fatta ieri con un intervento sulla ricezione
francese di Schmitt il teorico della "Nuova Destra" d'oltralpe Alain
De Benoist)
Sarà! Fatto sta che il revisionismo storico e filosofico avviato allora dalla
sinistra intellettuale italiana presto abortì, nel decennio successivo la palla
fu quasi sempre in mano a intellettuali ormai apertamente schierati a destra e
solo oggi è possibile anche da sinistra riascoltare qualche voce più equanime
sugli errori uguali e contrari commessi dall'una e dall'altra parte nel
"secolo breve".
Quanto ai protagonisti di allora, sembrano ora tutti su un altro pianeta: alla
riscoperta della Comunità originaria; o impegnati in politica (Cacciari, ad
esempio, che dallo studio della "crisi" è passato a quello degli
angeli); o a discettare (Bolaffi e Marramao) sulle sorti prossime venture
nientemeno che del "sistema-mondo" (nel recente Frammento e sistema,
da Donzelli). E d'altronde, a ben vedere, nemmeno lo Schmitt teorico dello
Stato sovrano ha molto ancora da dirci. La stessa rigida distinzione che
secondo lui fonderebbe il Politico, la distinzione fra amico e nemico, è stata
contraddetta dai fatti. Dopo l'11 settembre il nemico, lungi dall'essere
l'Altro, come era nella modernità studiata e amata dal giurista tedesco, è
sempre più all'interno del nostro mondo e di noi stessi. E, inoltre, non
possiede nemmeno più in territorio saldo (il "nomos") da cui
esprimere potere assoluta e terribile giurisdizione.