![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 NOVEMBRE 2001 |
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Il filosofo e il cristianesimo: un dialogo impossibile?
Ricostruita la vicenda che lo portò alla rottura con la Chiesa
Nel nuovo
volume di Emanuele Severino (Il mio scontro con la Chiesa, edito da Rizzoli)
rivivono le vicende che, nel decennio 1961-1971 e soprattutto verso la fine
degli anni Sessanta, videro in crescente contesa la gerarchia ecclesiastica e
Severino, che allora insegnava filosofia morale presso l'Università Cattolica
di Milano. Erano gli anni in cui divampava la contestazione studentesca e la
Cattolica stava, come si sa, al centro della tempesta.
Ma il
dissidio severiniano, sebbene condiviso da molti giovani, andava ben al di là
della querelle sessantottesca: era una questione di dottrina e di compatibilità
fra le tesi del maestro bresciano e quelle che la tradizione cattolica raccomandava
alla cultura dei credenti. Chi ricorda il crescendo di quella vicenda, ne sente
anche oggi, a distanza, il peso e la sofferenza: s'era aperta una ferita non da
poco nel cuore della cultura cattolica ed era una ferita che avrebbe lasciato a
lungo le sue tracce. Poteva essere evitata? Gli elementi di contesa c'erano,
senza dubbio, ma forse correvano ad un tempo anche impazienze e fraintendimenti
reciproci. Se lo chiedono ancora oggi quanti - ed io sono uno di quelli -
furono testimoni del dibattito.
E tanto più
ce lo chiediamo ripercorrendo ora la documentazione che Severino raccoglie, col
garbo ed il rispetto che non gli sono mai mancati. Allora, come oggi, Severino
pensava sul filo della grande tradizione parmenidea. E, con la buona memoria
del maestro di Elea, insegnava l'eternità dell'essere, del primo Principio, e
dunque l'impossibilità che, in un senso o nell'altro, il nulla e la morte
potessero darsi nel corpo dell'esistenza: tutto è da sempre e da sempre sta
nella custodia dell'infinito Principio. Ma allora poteva aver senso ancora il
pensiero di una creazione che dal nulla trae tutte le cose e al nulla le
destina? Aveva senso ancora l'asserto che dice del divenire? Come affermare che
quanto appare e scompare nel mondo viene dal nulla e ritorna poi nel nulla? In
breve, poteva ancora valere il dogma della creazione ex nihilo sui? O questa
dottrina andava riformulata e riletta secondo moduli ben diversi da quelli
tramandati dal pensiero greco e da quello scolastico? Non era scritto, ad
esempio, che il destino di ogni cosa sta da sempre nel cuore di Dio e che Dio,
appunto, è "amante della vita" (Sap., 11,26)? E, ancora, non era
scritto che persino "i capelli del vostro capo sono tutti contati"
(Mt 10, 30; Lc 12, 7), sicché di nulla si può dire che sia destinato alla
perdizione?
La proposta
teoretica di Severino mirava dunque ad un ripensamento degli stilemi culturali
della fede o indicava, alle radici, una contraddizione intrinseca nella
dottrina cristiana della creazione? Il pensiero di Severino sembra oggi suonare
chiaramente nel secondo senso. E tuttavia ci si può anche chiedere se la cosa
discenda propriamente dai primi pensieri, dalle tesi portanti della sua
filosofia prima. Alla fine degli anni Sessanta, la domanda restava sospesa e
l'asserto della fede non pareva all'autore necessariamente contraddittorio,
come lo stesso Severino ricorda (p. 8).
In una
lettera inviata a monsignor Carlo Colombo, suo principale interlocutore, il
nostro filosofo scriveva infatti che per una "ragione purificata, la creazione
libera non è né inconcepibile, né assurda" (p. 40). Si doveva, dunque,
costatare l'esistenza del contrasto "tra la verità dell'essere e
l'interpretazione ontologica della Rivelazione", ma si doveva ad un tempo
ritenere che era pur sempre possibile una "solidarietà tra la ragione
purificata e la Rivelazione" (p. 43).
Cosa pensare
di questa prospettiva, ora che lo stesso Severino sembra rifiutarla? Allora fu
rifiutata nettamente da alcuni dei suoi censori, in particolare da padre Cornelio
Fabro, che giunse a coinvolgere nella condanna lo stesso maestro Bontadini,
dalla cui dottrina Severino avrebbe tratto le proprie conclusioni. Si ricordi,
però, che non tutti i "lettori", designati dalla Congregazione per la
dottrina della fede, erano stati dello stesso avviso. Il professor E.
Nicoletti, uno dei tre "esperti" interpellati dalla Congregazione,
era stato di ben altro parere, notando che la posizione di Severino non
escludeva "una certa apertura alle verità della fede". Sembrava,
dunque, opportuna - così scriveva il Nicoletti - "una comprensiva
valutazione dei problemi e dello sforzo che un autore, per non dire una scuola,
sta facendo in sede teoretica per l'approfondimento critico del discorso
metafisico in un'epoca assai diffidente per ogni forma di metafisica e di
speculazione" (pp. 103-104).
Il discorso
poteva restare aperto, ma non fu così. Severino fu indotto a lasciare la
Cattolica e, come si sa, dedicò i suoi anni all'Università di Venezia. La sua
posizione critica verso la tradizione del cristianesimo si sarebbe aggravata,
com'è del resto ricordato ancora una volta nell'Introduzione a questo volume.
Di lì a poco sarebbe venuto in chiaro, nei suoi scritti, "che la fede
cristiana è contraddizione non solo come fides qua creditur, ma anche come
fides quae creditur, ossia per il contenuto in cui si crede" (p. 8).
Resta il
rimpianto per un dibattito che avrebbe richiesto, da ambo le parti, una
riflessione più serena, ben altrimenti disposta ad intendere i diversi piani e
i diversi significati delle parole in gioco. Sarebbe stato un guadagno per la
Chiesa e per la stessa filosofia italiana.
Potrebbe mai
riaprirsi, e in termini nuovi, quel dibattito? Nelle conclusioni dello stesso
Severino sembra infine trapelare una sorta di nostalgia e quasi un'attesa:
"...il cristianesimo potrebbe avere un alleato e non un avversario... nel
contenuto dei miei scritti..., solo se manifestasse un volto radicalmente
diverso da quello che gli compete in quanto germinazione del nichilismo
dell'Occidente, cioè solo se si rinnovasse in modo essenzialmente più radicale
di quello che per esempio ha portato il cristianesimo a un diverso
atteggiamento verso la scienza moderna. Ma, distolto dal nichilismo in cui è
andato manifestandosi, il cristianesimo ha ancora qualcosa da dire? Ha ancora
un volto?" (p. 22).
Sono domande che potrebbero riaprire un nuovo percorso di riflessione.