RASSEGNA STAMPA

24 NOVEMBRE 2001
NORBERTO BOBBIO
GEYMONAT Il pensatore che cambiò l'accademia

Fu il primo docente in Italia a ricoprire la cattedra di Filosofia della scienza. A dieci anni dalla morte lo ricordiamo con le testimonianze di un compagno di studi e di un allievo

Sono tanto avanti negli anni che ho visto morire gran parte dei miei amici, miei coetanei. Ludovico Geymonat aveva un anno più di me. Avevamo frequentato scuole diverse. C'eravamo conosciuti all'università e fra di noi si era stabilita un'amicizia fraterna, così come fraterne erano le nostre litigate sulle convinzioni ultime e sulla visione politica. Lui era un estremista, e lo faceva notare con una certa forza, io sono sempre stato un moderato, ma le nostre litigate non diminuivano per nulla la fraternità della nostra amicizia. Avevamo in comune un atteggiamento polemico nei riguardi del fascismo. La sua avversione al regime che esprimeva senza reticenze, con grande libertà, gli aveva spesso procurato dei guai all'inizio della sua carriera, che aveva superato con spavalderia. Avevamo passato un'estate, insieme con Renato Treves, in Germania. Allora la conoscenza del tedesco era indispensabile per chi si avviava alla carriera degli studi. Lui era stato per un certo periodo di tempo a Gottinga, in cui c'era una celebre scuola matematica. Poi c'eravamo riuniti con Treves a Heidelberg, dove eravamo ospiti di una vecchia signora, i cui non lauti pasti ci costringevano a ricorrere a supplementi durante la giornata. Ricordo ancora il suo nome: si chiamava Frau Deussen. L'abbiamo spesso ricordata tra noi. Geymonat era sin d'allora comunista e si godeva la libertà e il piacere di comprare ogni giorno il giornale del Partito Comunista, Die rote Fahne (la bandiera rossa), un piacere che in Italia sotto il tallone fascista gli era precluso e che in Germania se pur per poco tempo ancora era possibile soddisfare. Eravamo nel '32 e già le nuvole erano in cielo ma la tempesta non era ancora avvenuta.

Ho partecipato con grande gioia al fidanzamento prima e al matrimonio poi con la cara Virginia, figlia di un alto magistrato che aveva trascorso per missioni speciali alcuni anni in Cina, di cui lei raccontava volentieri i bei ricordi. L'amicizia è durata tutta la vita. Lui era almeno in apparenza un giovane robustissimo. Io ero al suo confronto un mingherlino, ma il destino ha voluto concedermi questa lunga vita e lui fece morire molti anni fa. Il ricordo è ancora vivo.

Esprimeva con forza la sua personalità fiera e l'espressione delle sue convinzioni era focosa sino a suscitare avversione da parte di persone meno concitate. Ma la sincerità era una bella caratteristica del suo animo. Nella libera manifestazione delle sue idee era tanto sicuro di sé da mettere in soggezione gli avversari. Impossibile tenergli testa quando s'impuntava. Lo ricordo come uno degli amici da cui ho appreso ad apprezzare uno stile di vita che era tanto diverso dal mio, più moderato e timorato. Ora lo ricordo con commozione e rimpianto.
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Storia della filosofia