RASSEGNA STAMPA

23 NOVEMBRE 2001
GIAN GUIDO VECCHI
"L'uomo, re eterno. Ma non lo sa"

     Il filosofo Severino spiega la sua teoria del divenire. Partendo dal libro del cardinale Martini

Professor Severino, scusi se faccio la parte della serva tracia che ride di Talete caduto nel pozzo, il senso comune che prende in giro il filosofo: però l'appuntamento era alle tre del pomeriggio, fossi arrivato alle tre di notte magari si sarebbe arrabbiato, eppure lei nega il divenire delle cose...

"Ma io mica lo nego, il divenire come variazione è l'evidenza innegabile! Tempo fa mi criticavano, quasi non m'accorgessi che il mondo cambia... Come quando Antistene gironzolava intorno a Zenone, per confutarlo, e Zenone gli diceva: tu fai come i cani, che invece di parlare dimenano la coda! Ecco, pure io vedo le code che si agitano, è chiaro, il problema è capire cos'è questo dimenarsi...".

E cos'è? Che cos'è il tempo?

"Vede, noi siamo abituati a degradare l'uomo. La nostra cultura si liscia i baffi, è contenta di parlare della finitezza dell'uomo, la sua destinazione alla morte, il sein zum Tode di Heidegger. Eppure no, l'uomo è un re che si crede mendicante. Perché il tempo è il cammino degli eterni. È l'apparire, il farsi progressivamente innanzi degli "essenti", le cose che sono. E questo orizzonte totale, eterno, è ciò che propriamente siamo. Ora mi spiego...".

Dolcevita bordeaux, giacca miele di velluto, gli occhi vivaci che si socchiudono appena mentre, la mano sulla fronte, parla piano, staccando le parole a una a una, Emanuele Severino, 72 anni, il filosofo del ritorno a Parmenide, siede nel salotto della sua casa bresciana. Intorno una libreria che riveste tre pareti, sul tavolo un'edizione delle opere di Platone, il "parricida" che tentò di confutare il "terribile e venerando" filosofo di Elea, e il libro di Carlo Maria Martini sui Figli di Crono (Raffaello Cortina editore), la riflessione sul tempo che ha visto confrontarsi scienziati, filosofi e narratori alla XI "Cattedra dei non credenti" voluta dal cardinale. È da questo libro che trae spunto il dialogo con l'autore de L'essenza del nichilismo .

Lei scrive da anni della "follia dell'Occidente" riguardo al divenire, e quindi anche al tempo. Parla di nichilismo. Ma quando è cominciato, e in che consiste?

"Da sempre l'uomo pensa il divenir altro, consideriamo ad esempio l'importanza dell'idea di metamorfosi nella cultura mitica. Ma c'è un momento in cui questo divenire viene pensato come il divenire assolutamente altro. Se l'uomo diventa un leone diventa altro, chiaro. Però a un certo punto, con i greci, si dice molto di più: si dice che l'uomo diventa niente . E nasce perché molto di ciò che lo costituisce era niente . Niente! Ecco la follia: la persuasione che qualcosa non sia ciò che essa è. Si dice che c'è un divenire annientante, che l'essere viene dal nulla e nel nulla naufraga".

E questo cambia anche il senso del tempo...

"E certo. Con i greci si comincia a nascere e morire in modo diverso da come si nasceva e moriva prima. Il morire è rapportarsi alla fine di ogni possibilità. Invece l'uomo mediterraneo arcaico, pregreco nel senso di prefilosofico, in concordanza con gran parte dei popoli della Terra, pensa alla morte come a un viaggio lungo un cammino che consente il ritorno. È vero che Kronos divora i propri figli ma il mito, nella sua completezza, dice anche che li rivomita: è il concetto dell'eterno ritorno, dei cicli stagionali che riguardano pure l'uomo".

Nel suo libro il cardinale Martini elenca le "tentazioni del tempo" per un cristiano: compreso il "tempo che si chiude, il tempo negato". Il cristianesimo dà una prospettiva, non crede che le cose finiscano nel niente, eppure lei lo comprende nel nichilismo occidentale. Perché?

"Perché alla base della teologia cristiana c'è l'ontologia greca: il cristianesimo vuole e deve parlare con la lingua dell'Occidente. Così nella teologia cristiana, quando Dio dice ad Adamo "polvere sei e polvere tornerai", vuole dire: tu eri niente e tornerai ad essere niente. Di per sé l'uomo è nulla, e non è che in quanto uomo abbia diritto d'essere immortale: è Dio che gli dà il dono dell'immortalità, la vita futura poggia sull'intervento libero e gratuito di Dio che impedisce questa catastrofe dell'umano. La resurrezione della carne, un concetto grandioso, presuppone l'annientamento di ciò che risorge. Non è che rivenga fuori come il sole la mattina".

E quindi?

"Tutta la tradizione occidentale, dai greci a Hegel, ha tentato di rimediare all'annientamento e in genere il rimedio è proprio l'eterno, l'immutabile che sta oltre il divenire. Finché la filosofia contemporanea ha detto no, il rimedio fallisce, non c'è più nessun eterno, tutto diviene: ha dimostrato l'impossibilità di Dio, di-mo-stra-to! E chi l'ha detto meglio di tutti è stato Leopardi, l'ultimo approdo del divenire, la follia che si fa assolutamente rigorosa. Se ci sono Platone e Aristotele non si può che arrivare a Leopardi. Come Nietzsche e Gentile, mostra l'assurdo che si produrrebbe se ci fosse Dio: perché avrebbe già previsto tutto, riempito tutto il "non ancora". Se c'è l'eterno, non ci può essere il divenire".

E la scienza? Einstein ha congedato l'idea di un tempo e uno spazio assoluti. Nel libro di Martini i fisici dissertano sulla possibilità di viaggi nel tempo...

"Sì, è notevole che Popper attribuisse alla fisica contemporanea una tendenza antidiveniristica. Quando si rivolgeva ad Einstein lo chiamava Parmenide! Però è una tendenza apparente: mi piacerebbe annoverare Einstein tra i miei alleati, ma alla base resta sempre il concetto greco di divenire. Tanto che la tecnica approfitta di questa vocazione ultima della fisica teorica e tira le ultime conseguenze: cioè la conquista totale dell'essere".

E lei come pensa la sua morte?

"Non come un finire nel niente, è chiaro. Solo l'eterno può camminare, divenire. E il tempo, come dicevo, è il cammino degli eterni: non c'è un nulla che diventa essere, non c'è un essere che diventa nulla, non ci sono un Signore e dei servi. Il mondo è un farsi progressivamente innanzi degli essenti: le parole della madre, il latte, gli oggetti visibili, un mondo sempre più concreto, sempre più articolato. L'apparire del corteo degli eterni è esso stesso eterno. E la morte, in questa prospettiva, è un evento interno alla luce sempre accesa in cui noi consistiamo".

E la coscienza di sé?

"Eh, il problema della consapevolezza, in quanto proprietà delle cose diverse dell'apparire, resta aperto. Anche una nube può essere cosciente, per non parlare degli animali. In ogni caso, la mia morte è il permanere dell'apparire, il sempreverde, pensiamo a un bosco che permane nonostante la senescenza e lo svanire delle vegetazioni effimere non perché finiscano nel niente, ma perché dimenticate. Gli eterni sono i presenti e i dimenticati. Ora noi vediamo che gli eventi della nostra giovinezza non ritornano, ma in una visione globale questo può essere il segmento di un percorso circolare quindi ripetitivo. Non siamo un occhio che s'accende a un certo momento dell'evoluzione del cosmo: siamo la luce all'interno della quale si fa avanti l'evoluzione dei cosmi, finiti o infiniti che siano".
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