![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 NOVEMBRE 2001 |
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JUNG A QUARANT'ANNI DALLA MORTE/Si apre oggi a Milano un convegno
dedicato alla "funzione paterna" A organizzarlo sono i seguaci del
grande antagonista di Freud
Da una critica agli sviluppi teorici della psicologia analitica
alle patologie dei ragazzi Ne parliamo con alcuni relatori
A
quarant'anni dalla morte di Carl Gustav Jung, i suoi epigoni del Cipa (il
Centro italiano di psicologia analitica) si danno appuntamento a Milano, da
oggi a domenica, per un convegno sul tema cruciale del Padre, della funzione
paterna, cioè su un asse portante del pensiero psicoanalitico e della cultura
occidentale con un sottotitolo appena un po' ermetico che recita "Parola
Silenzio Trasformazione".
Ecco, la
trasformazione è forse la questione che intriga di più quando si parla di
psicologia del profondo e in particolare di junghismo che ai critici più
impudenti appare addirittura come un pensiero premoderno e, nelle sue forme
deteriori, una forma di religiosità neopagana. Del resto non sono molti gli
junghiani che hanno la spregiudicatezza di "rileggere" il maestro
svizzero valorizzando la parte più promettente, quella davvero attuale del suo
pensiero: lo Jung empirista, critico, ermeneutico, probabilista; lo Jung dell'arte
di essere sé stessi, dell'individuazione contro il temibile "mondo del
sì" heideggeriano, a favore di una metodologia che promuove il pluralismo
o anche dello spostamento radicale della psicologia da scienza della natura
come volevano il Positivismo e lo stesso Freud a scienza della cultura.
A prevalere
è invece il fascino che esercita il profeta oscuro e misticheggiante,
l'entusiasmo fideistico per nozioni suggestive ma vaghe se non proprio
infondate come l'inconscio collettivo o anche l'anima mundi tanto cara a James
Hillman, un concetto del "Sé" dal peso metafisico in quanto elemento
originario e fondante, gli stessi archetipi, quelle immagini enigmatiche che si
rintraccerebbero nei miti e nelle fiabe... E' così che la letteratura psicoanalitica
può davvero rischiare di diventare chiacchiericcio, babillage, come amava
liquidarla Jacques Lacan con una delle sue battute a effetto.
Questo
convegno milanese non ha però l'aria di risolversi in un'esperienza
manieristica utile solo agli analisti per la riconferma della propria identità.
C'è chi non è incline ad assecondare il conformismo intellettuale, quella
tendenza a ripetere certi saperi come ritornelli (auto)rassicuranti, senza
cogliere la necessità vitale di ripensarli se non di ricrearli.
"La verità
è ciò che ad ognuno occorre per vivere, ma non la si può ricevere, né
acquistare da nessuno. Ogni uomo deve produrla continuamente dal suo intimo,
altrimenti perisce". Paolo Francesco Pieri ricorre a Kafka per
riassumere il senso del suo intervento intitolato "L'altro maestro",
in programma per il pomeriggio di oggi. Analista di prestigio e allievo di un
intellettuale come Mario Trevi, Pieri insegna Psicologia analitica
all'università di Firenze, è l'autore del Dizionario junghiano uscito tre anni fa
da Bollati Boringhieri e sta scrivendo un'Introduzione a Jung che Laterza
pubblicherà l'anno prossimo. Ha insomma tutte le carte in regola per
pronunciare il suo "j'accuse" che investe il rapporto tra maestro e
allievo, ma anche tra analista e paziente o anche, più semplicemente, tra padre
e figlio.
"Un
sapere forte rigido chiuso dà più sicurezza, ci permette un'autocontemplazione
narcisistica, ma non è questa la strada da seguire": è così che la pensa
Pieri. "Al contrario bisogna definitivamente spezzare quei cerchi di
identità e di impermeabilità all'esterno che nutrono bisogni nevrotici,
estranei alla conoscenza... Io parlo di un "altro maestro" come di
una figura non più solo carismatica, potente e lontana, ma di un uomo
"saggio" che sa di non sapere e dal suo allievo non si aspetta una
caricatura di sé stesso ma il gusto della creatività e del senso critico.
Quello che anche per un figlio dovrebbe essere un "buon"
padre...".
Quello che
dovrebbe essere, se invece la rovina ormai storica della figura paterna non
costringesse a fare i conti con un'assenza che non è di oggi ma che oggi
diventa radicale. E magari di andare "oltre", come suggeriscono la
junghiana Carole Beebe Tarantelli e la freudiana Manuela Fraire. Senza
rimpianti per il nostro recente passato, per aver abbattuto ruoli vuoti che
producevano solo infelicità, e tenendo conto che la crisi del patriarcato è
dovuta a tante ragioni, ma non alla centralità delle donne che non c'è, forse
piuttosto al discorso sulla centralità delle donne che senz'altro influenza
l'immaginario maschile.
"Il
patriarcato è in totale decadenza nella nostra civiltà, e neppure è un caso che
in altre culture ci siano colpi di coda di un patriarcato arbitrario tirannico
inaccettabile...": Carlo Melodia lavora a Padova, è un quarantunenne
brillante, e al convegno milanese tiene un intervento sulla "ricerca del
padre". Da analista junghiano, colloca i padri sullo sfondo di una memoria
che resiste nelle profondità della psiche, anche quando sembra vanificata dai cambiamenti
culturali. Interessato ai simboli collettivi, non trova tanto decisivo il padre
in carne ed ossa quanto la presenza di un principio psichico che educhi al
rapporto con la società, con il mondo dei valori.
Melodia:
"In termini simbolici, la madre è una sola ma i padri sono più di uno...
Nel corso della vita è possibile incontrare padri "adottivi",
"spirituali", "culturali", come un insegnante un sacerdote
un guru oppure, che so, un istruttore di arti marziali... E tanto più è attiva
la ricerca del paterno, di figure maschili che costituiscano una guida per la
crescita emotiva e intellettuale, più è possibile l'acquisizione di uno status
autonomo, creativo, responsabile".
Qui si tocca
un punto molto delicato: la ricerca del paterno si può anche intuire come un
tentativo del bambino di sfuggire all'incredibile overdose di femminile che
contraddistingue la prima infanzia: con la mamma, la maestra, la baby sitter, e
magari nessuna figura maschile significativa. Ora, certe madri presumono di
essere abbastanza maschili, o anche per rubare il gergo agli analisti di
coltivare un buon principio psichico paterno interiore, che consentirebbe di
ovviare alla latitanza o all'assenza del padre.
Su questo
punto Carlo Melodia ha però qualche riserva che ferirà una certa onnipotenza
femminile, ma sembra fondata: "In genere le donne svolgono una funzione
paterna molto primitiva, la loro normatività risulta rigida secondo
un'ispirazione ideale estremistica, incarnano insomma un paterno arcaico in una
direzione di controllo ferreo più che di guida... ". Del resto, qualcosa
di simile succede anche ai "nuovi padri", giovani e soavemente
maternizzati, comunque incapaci di restituire un'immagine autorevole, quando
con l'entusiasmo dei neofiti riscoprono e scimmiottano un codice femminile che
appare altrettanto arcaico.
Rimane il
dubbio che in questa confusione di ruoli, per essere "normali", quasi
a dispetto dei genitori, ai bambini tocca fare ricorso solo alle proprie
risorse che non mancano. E' per i più fragili che si spalancano le porte di uno
sviluppo distorto se non della patologia.
Di bambini
"strani" Magda Di Renzo ne vede tutti i giorni, come analista e
responsabile del servizio di psicoterapia dell'età evolutiva all'Istituto di
Ortofonologia di Roma. A Milano, con una relazione su "Il preadolescente e
il padre che non c'era", spiega come intorno ai dieci anni gli ex bambini
non ancora ragazzi possano vivere disagi anche gravi, dissimulando la
sofferenza nelle forme più bizzarre.
"La
prima media dice è diventata una classe critica, in cui può risultare
disastroso il confronto con regole decise e con la necessità di essere più
autonomi. Questi ragazzini, che non hanno fatto i conti con il senso del limite
né mai si sono misurati con la più piccola frustrazione, non riconoscono
l'autorità dell'adulto. Nessuno li ha "contenuti", e quindi anche
protetti dall'onnipotenza... I disturbi si osservano in età molto precoce, a
quattro anni possono essere già dei casi clinici, con problemi seri legati
all'alimentazione, al sonno, a forme di iperattività... In genere si tratta di
bambini narcisisti, idoleggiati più che amati, con genitori che colmano
l'assenza concedendo sempre di più. Il gioco al massacro di questi bambini
diventa quello di conquistare un potere sempre più tirannico e desolante. Sono
irritanti, ma soprattutto infelici. E solissimi. Possono anche avere un padre
in casa, ma il discorso non cambia".
A cambiare decisamente rotta sono invece gli sviluppi teorici della psicoanalisi che riconsidera l'importanza della funzione paterna, dopo averla lasciata sullo sfondo, privilegiando almeno nella seconda metà del Novecento la relazione madre-figlio. E' quanto segnala Concetto Gullotta, una "testa pensante", il direttore della rivista Studi junghiani, ospite particolare del convegno milanese nella sua qualità di presidente dell'Aipa, l'Associazione italiana di psicologia analitica fondata da Ernst Bernhard nel 1961. Dopo qualche anno, un gruppo capeggiato da Mario Trevi ne uscì dando vita al Cipa. Una divisione ormai storica, e allora motivata. Oggi invece non si capisce perché gli junghiani italiani non superino quell'antica scissione, in assenza di differenze teoriche e cliniche di rilievo. Gullotta accenna a "nodi istituzionali non facilmente risolvibili", a problemi di ordine burocratico. Vista dall'esterno, con qualche disincanto, la faccenda non sembra granché interessante.