RASSEGNA STAMPA

22 NOVEMBRE 2001
ALESSANDRA IADICICCO
A Pavia un convegno sul pensiero di Wittgenstein

Chiudeva in un cerchio quasi perfetto la linea della sua vita morendo 62enne il 29 aprile 1951, tre giorni dopo il suo compleanno.  Malato ma ancora lucido, Ludwig Wittgenstein lavorò fino all'ultimo e, a Cambridge, due giorni prima di morire, era ancora impegnato nella redazione delle Osservazioni sui colori e degli appunti raccolti poi in Della certezza.  La continuità del suo percorso biografico (e teorico) aveva però incontrato tra la nativa Vienna fin de siècle e la Cambridge degli anni Cinquanta, tra l'Austria di Brahms, Schönberg, Musil e Kokoschka e l'Inghilterra dei logici e dei matematici, di Moore e di Russell una serie di deviazioni e di interruzioni.  Tanto che, di Wittgenstein, i filosofi ne conoscono almeno due.

Il primo, da volontario dell'esercito austriaco, aveva completato l'opera di esordio, il Tractatus logico-philosophicus, tra i combattimenti della Prima guerra mondiale e il campo di prigionia di Monte Cassino. E lo aveva concluso con la celeberrima, citatissima proposizione: "Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".  Poi, coerentemente, si era chiuso nel silenzio.  Pubblicato nel '21, dopo la fine del conflitto, il Tractatus sarebbe diventato il testo filosofico più famoso (e frainteso: a partire dai logici del Circolo di Vienna) del Novecento.  In nemmeno cento pagine vi era definito una volta per tutte il confine tra il dicibile e l'indidbile, tra le proposizioni logicamente sensate e le domande insensate della filosofia.  Toccato questo limite, tracciato il contorno del territorio entro cui si fa della parola un uso lecito e, soprattutto, indicati i punti in cui le "zufolanti" pseudo-proposizioni della filosofia sfondano quel recinto, Wittgenstein abbandonò il lavoro teorico e tacque.

Si incide qui la cesura più profonda della sua linea di destino che, dall'inizio degli anni Venti, appare spezzata in una sequenza di segmentini.  Per circa un decennio Wittgenstein si dedica alle attività più diverse.  Insegna nella scuola elementare di un paesino della Bassa Austria.  Lavora come giardiniere nel convento di frati ospitalieri di Hütteldorf, vicino a Vienna.  Nella capitale austriaca collabora, da architetto, alla progettazione di una casa per la sorella Gretl (dando peraltro una prova felice di senso dello stile).

Per lui che così aveva scelto di dare un'immagine pubblica alla paradossale estraneità del filosofo, alla sua esteriorità rispetto ai circuiti "normali" e sensati della comunicazione, e si era sottratto agli ambienti filosofici istituzionali, la lontananza dalla vita accademica non sarebbe durata a lungo.  A Vienna frequenta i futuri membri del Circolo di Carnap (Moritz Schlick, Friedrich Waismann) che lo convincono a tornare alla filosofia.  Data alla fine degli anni Venti l'inizio del

suo cosiddetto "secondo periodo".  Quello in cui, ripreso l'insegnamento a Cambridge (e divenuto dal 1938, dopo l'Anschluss dell'Austria al Reich tedesco, cittadino britannico) approfondisce le analisi del linguaggio di cui le postume Ricerche filosofiche sono il precipitato.

Oggi, a cinquant'anni dalla morte, Wittgenstein, che ha impresso alla filosofia novecentesca la torsione decisiva verso la critica del linguaggio, continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile.  Non solo nell'ambito della linguistica. A riprova dell'attualità del suo pensiero si terrà oggi e domani (per informazioni: 038237861) al Collegio Ghisleri di Pavia un convegno internazionale nel corso del quale saranno toccati tutti gli aspetti della sua opera.  Dalle implicazioni logiche (ne parleranno il suo traduttore, Amedeo G. Conte, François Clémentz e Luigi Perissinotto) a quelle ontologiche (ne dirà Pasquale Frascolla).  Dalle derive estetiche Jean-Pierre Cometti, dell'Université de Provence, e Giuseppe di Giacomo, della Sapienza di Roma) alle ricadute etiche dell'opera di chi anche biograficamente aveva assunto su di sé il destino "Eccedente", paradossale dell'essere filosofo.
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