![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 NOVEMBRE 2001 |
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Uno scontro senza limiti: parla il filosofo Esposito
"Una soluzione viene dall'idea di comunità" Da domani se
ne parla a Napoli
I recenti,
drammatici avvenimenti terroristici e le conseguenti azioni militari hanno
indotto riflessioni profonde sui concetti stessi di guerra e di pace. La guerra
oggi, paventabile e ipotizzabile dentro ed oltre l'odierna vicenda bellica in
Afghanistan, si configura diversa da quelle statuali, ma altresì dalle guerre
mondiali (che pure per la loro vastità di coinvolgimenti avevano generato
confusione tra guerra civile e guerra esterna, tra civili e militari, tra armi
e ideologia, tra nemico e criminale) e sembra assumere connotati nuovi ed
oscuri, intimamente legati ai fenomeni della globalizzazione. Sul tema della
"Guerra globale" si terrà domani e dopodomani, a Napoli, presso
l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, un incontro di studi, a cui
parteciperanno, tra gli altri, Carlo Galli, Biagio De Giovanni, Alessandro Dal
Lago, Piero Craveri, Vittorio Emanuele Parsi, Vittorio Dini e Roberto Esposito,
a cui abbiamo rivolto alcune domande.
Professor Esposito, quali sono i paradigmi e le prospettive
della "guerra globale"?
"Con la
globalizzazione si assiste alla caduta dei confini tra sovranità nazionali:
oggi il mondo, unificato a livello socio-culturale e antropologico, si
configura in una forma che in qualche modo sta cancellando l'idea stessa di
limite, e non soltanto di limite territoriale, ma anche tra le sfere religiosa,
giuridica, politica, tecnologica. Conseguentemente la guerra sembra uscire
persino dal rapporto elementare amico/nemico ed anche dalle teologie politiche
della modernità. Ecco quindi l'impressione che la guerra entri nella psiche
stessa degli uomini".
Dunque, all'origine della nuova fisionomia di guerra sembrano
esserci i fenomeni e i processi di mondializzazione. Hanno ragione coloro che
si oppongono a essi tenacemente?
"Coloro
che si scagliano contro i processi di globalizzazione assumono le stesse
tecniche e gli stessi linguaggi dei media che contestano. Non è un caso che
Benladen adoperi l'intervista televisiva come mezzo di propaganda militare.
Sicché i conflitti sociali e politici del nostro tempo paiono essenzialmente
intermediatici. Ciò non significa una valutazione totalmente negativa dei mezzi
di comunicazione di massa, che hanno una funzione del tutto necessaria di
informazione, pure in essi il positivo e il negativo non sono divisibili da
linee nette, si sovrappongono continuamente l'uno all'altro. Per altro verso,
il processo di globalizzazione è tendenzialmente integrale e irreversibile,
perché non riguarda solo l'aspetto economico o tecnologico, ma anche quelli
"ontologico" e "illogico" che ha assunto il mondo, ossia le
dimensioni spazio-temporali, il rapporto mente-corpo, la questione della
comunicazione in tutte le sue pieghe. D'altra parte, se la globalizzazione
appare un processo irreversibile, ciò non significa che non si possa esprimere
un giudizio sulla sua forma attuale: una forma che talora assume un volto
violento".
Da dove trae origine tale violenza? Come è collegabile la guerra
con le crisi e le tensioni della società e della cultura contemporanee?
"Credo
che ci sia qualcosa, una categoria che lega la violenza esplicita,
immediatamente visibile, con la violenza più sottile, psicologica, legata a
tutte le forme di rapporto. Tale categoria è quella di "tecnica". Non
l'applicazione pratica dei valori scientifici, quanto quella mentalità che
proporziona ogni atteggiamento, ogni azione al controvalore mercantile di una
acquisizione: quell'atteggiamento mentale che condiziona in ultima analisi il
fine al mezzo. Non so se in questo sia leggibile quel filo sottile che lega le
piccole violenze implicite, interne al mondo del lavoro, della produzione, dei
rapporti umani, con la violenza esplicita dell'esclusione o addirittura con la
violenza della guerra, ma è certo che il margine di separatezza tra interno ed
esterno dell'uomo si è complicato, con la globalizzazione, ha assunto una
spesso oscura fisionomia".
Dinanzi ai nuovi modelli di società e ai nuovi pericoli che ne
minacciano la sicurezza e il progresso, la stessa idea di pace sembra assumere
connotati diversi, implicare nuove strategie.
"Non
v'è dubbio che i processi di globalizzazione di cui siamo testimoni possano
essere escludenti: il mondo viene unificato in una forma che si basa su un
ordine fondato su una sostanziale diseguaglianza, in cui una piccola porzione è
privilegiata e la più parte è condannata alla fame, alla guerra, alla malattia.
Quindi la pace non può essere sconnessa da un profondo processo di
trasformazione, che, innestato sul piano politico, deve comprendere anche
l'orbita tecnologica e giuridica. In realtà, si è ancora lontani dall'applicare
il diritto come qualcosa che attenga all'essere umano in quanto tale, piuttosto
che facente parte di un gruppo, di un'etnia o di uno Stato. Sul piano
tecnologico, ad esempio, siamo ancora dentro una prateria in cui sono possibili
tutti i tipi di scorrerie, tutti i tipi di attacchi informatici, di monopoli,
di barriere. Sotto il profilo medico-biologico, ancora esistono brevetti che
impongono a Stati poveri oneri pesantissimi per avere medicinali che altrimenti
essi stessi sarebbero capaci di produrre a costi infinitamente più bassi,
salvando un'infinità di vite umane. Tali argomenti appaiono empirici, eppure da
essi dipende la possibilità stessa della pace".
Cosa si può fare, dunque? Quali sono le vie d'uscita?
"In un mondo che manifesta oggi una generale "crisi immunitaria", unificato da un lato da un economia ridotta a finanza e dall'altro dalla tecnica nel senso negativo che si diceva, credo che l'unico punto di passaggio, che possa portarci al di là di questa configurazione, vada ricercato nella politica e in tutto ciò che unisce, relaziona, supera il rischio della chiusura difensiva e offensiva entro i propri confini. In definitiva io vedo nella categoria, nel lessico, nel linguaggio della "comunità", intesa come ciò che lega in una stessa relazione elementi differenti, una direzione da sperimentare per un mondo nuovo, non meno unito, ma unito più giustamente, una comunità universale che non schiacci le differenze".