RASSEGNA STAMPA

21 NOVEMBRE 2001
CARLO MARIA GUERCI
Innovazione, un Paese fuorigioco

Ancora una volta l'Italia è una grande assente.  Non è una novità, quando si parla di tecnologia, di innovazione, di capacità di perseguire le, strade della competizione.  E così, mentre si affrontano a fatica i temi delle vecchie riforme che avrebbero dovuto essere acquisite da decenni, la politica economica sembra incapace di diventare concreta politica industriale.  L'ultimo esempio è venuto dal Wall Street Journal Europe che ha appena pubblicato i nomi dei vincitori della prima edizione del premio relativo alle migliori innovazioni tecnologiche europee. Un premio importante per la  cui disputa si sono presentate 220 imprese e che è stato presidiato da una Giuria con nomi di prestigio. 

Tre premi sono stati assegnati per le migliori innovazioni in assoluto, tre per le tecnologie di base, tre per le biotecnologie e il medicale, tre per la tecnologia generale e due per le tecnologie di reti di telecomunicazione e Internet, in tutto quattordici premi. Purtroppo, ancora una volta, l'innovazione e la tecnologia italiane sono del tutto assenti, mentre si nota la presenza massiccia del Regno Unito e poi della Svizzera, della Francia, della Germania, dell'Olanda.

Per capire meglio alcune cause della povertà tecnologica e innovativa del nostro Paese è utile esaminare le caratteristiche dei vincitori e degli ambienti culturali, formativi e industriali in cui le innovazioni sono nate.

Un primo criterio di base seguito dalla giuria è importante in questo senso, quello di premiare non solo le invenzioni che hanno avuto già un certo successo sul mercato - ciò che a rigore si chiama innovazione - ma anche le invenzioni pure, sempre che queste siano state invenzioni di rottura e non semplici miglioramenti e evoluzioni delle conoscenze esistenti.

Si tratta di un criterio a mio avviso corretto, in quanto tra l'invenzione e l'innovazione di mercato possono passare anche molti anni, come a esempio è accaduto per Internet e per la stessa telefonia cellulare. Inoltre è indispensabile produrre molta invenzione affinché tra le tante idee innovative qualcuna possa ottenere il successo economico.

Un secondo aspetto è che la maggior parte delle invenzioni e innovazioni premiate sono state originate da piccole imprese, spesso da start up costruite da pochissime persone o da un solo leader.  E queste imprese minori hanno avuto successo su tecnologie "difficili", dove sono fondamentali le conoscenze di base e la capacità di pianificazione operando in ambienti fortemente competitivi.

Un altro aspetto è il ruolo importantissimo che hanno avuto le strutture universitarie.  Infatti, a volte i fondatori delle imprese innovative erano ricercatori universitari, altre volte le imprese hanno comunque utilizzato intensamente la collaborazione di ricercatori e di strutture universitarie, sia per sinergie di conoscenze sia per l'aiuto che importanti laboratori potevano fornire nei test e nelle prove.

Infine, un quarto aspetto.  Quando l'invenzione/innovazione è sorta nelle imprese minori il ruolo del venture capital è stato determinante per consentire la sopravvivenza delle iniziative e poi il loro progressivo sviluppo.

Se utilizziamo la griglia offerta da questi quattro punti per esaminare la situazione italiana è inevitabile provare un certo senso di scoramento, che trova piena conferma - più che dalla solita citazione della bassa quota di R&S sul Pil dai dati sui brevetti italiani, dalla scarsità delle nostre, esportazioni nei settori e segmenti più tecnologici, e per contro dall'elevatissimo numero di pubblicazioni dei nostri ricercatori, tra i più verbosi del mondo ma anche tra i meno citati. Il giudizio cambia solo per merito di poche imprese come STmicroelectronics, Pirelli, Olivetti, Fiat, Ausimont, Cselt (Telecom), ma torna negativo. se penso che il Cnr in 25 anni ha registrato 127 brevetti presso lo United States Patent  Office, circa 5 all'anno, occupando migliaia di persone, performance irrisoria se la si confronta, a esempio, con il Fraunhofer Institut tedesco.

Le nostre imprese minori sono spesse volte molte competitive, ma ottengono il vantaggio comparato su nicchie particolari, sfruttando adattamenti e miglioramenti di tecnologie più o meno note.  La struttura produttiva italiana è quella che è e i grandi settori di sviluppo tecnologico dell'informatica, della microelettronica, della chimica, della farmaceutica, dei materiali innovativi sono stati decimati da iniziative avventate o da cessioni premature o da gravissimi errori di pianificazione tecnologica.  Nella cultura della nostra impresa minore la tecnologia - ovviamente vi sono splendide eccezioni - non è ancora divenuta una leva competitive prioritaria.

Tra i fattori di stimolo dell'innovazione ho anche ricordato l'importanza dell'ambiente competitivo e declinando tale elemento per l'Italia vengono in mente le molte situazioni di monopolio che ci stiamo ancora trascinando dietro, non solo tra le grandi imprese, ma anche a livello municipale, o le culture poco orientate al mercato che ancora percorrono imprese che definirei "ibride".  La mente corre, a esempio, alle recentissime dichiarazioni di Tesauro su Enel e Eni in materia energetica.

Si è pure rammentato il ruolo strategico delle Università e in proposito è evidente che, se pensiamo alle nostre migliori Università siamo in fase di avvio, ma complessivamente la trasformazione non è mai iniziata.  Eppure strutture come il Politecnico di Milano, quello di Torino, la scuola Sant'Anna e pochissime altre sono centri di eccellenza che possono svolgere opera fondamentale di generazione imprenditoriale, di collaborazione e di stimolo innovativo.  Ma la cultura di mercato dei ricercatori è ancora scarsa almeno quanto lo è la sensibilità delle imprese a queste forme di collaborazione. Infine il Venture capital.  Il Venture capital italiano ha finanziato le idee più assurde quando era di moda la New economy ma è restio a assumersi i rischi di iniziative tecnologiche, che conosce e forse ama poco, anche se aspirerebbe a farle proprie.

Insomma un'altra delusione, questo premio del WSJ, sul quale si dovrebbe riflettere di più e rapidamente.  I precedenti governi hanno ampiamente ignorato il tema dell'innovazione e quello attuale ha ancora poco tempo per affrontarlo con alcune iniziative di fondo, che inneschino il cambiamento.
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