![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 NOVEMBRE 2001 |
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Ancora una
volta l'Italia è una grande assente.
Non è una novità, quando si parla di tecnologia, di innovazione, di capacità
di perseguire le, strade della competizione.
E così, mentre si affrontano a fatica i temi delle vecchie riforme che
avrebbero dovuto essere acquisite da decenni, la politica economica sembra
incapace di diventare concreta politica industriale. L'ultimo esempio è venuto dal Wall Street Journal Europe che ha
appena pubblicato i nomi dei vincitori della prima edizione del premio relativo
alle migliori innovazioni tecnologiche europee. Un premio importante per
la cui disputa si sono presentate 220 imprese
e che è stato presidiato da una Giuria con nomi di prestigio.
Tre premi
sono stati assegnati per le migliori innovazioni in assoluto, tre per le
tecnologie di base, tre per le biotecnologie e il medicale, tre per la
tecnologia generale e due per le tecnologie di reti di telecomunicazione e
Internet, in tutto quattordici premi. Purtroppo, ancora una volta,
l'innovazione e la tecnologia italiane sono del tutto assenti, mentre si nota
la presenza massiccia del Regno Unito e poi della Svizzera, della Francia,
della Germania, dell'Olanda.
Per capire
meglio alcune cause della povertà tecnologica e innovativa del nostro Paese è
utile esaminare le caratteristiche dei vincitori e degli ambienti culturali,
formativi e industriali in cui le innovazioni sono nate.
Un primo
criterio di base seguito dalla giuria è importante in questo senso, quello di
premiare non solo le invenzioni che hanno avuto già un certo successo sul
mercato - ciò che a rigore si chiama innovazione - ma anche le invenzioni pure,
sempre che queste siano state invenzioni di rottura e non semplici
miglioramenti e evoluzioni delle conoscenze esistenti.
Si tratta di
un criterio a mio avviso corretto, in quanto tra l'invenzione e l'innovazione
di mercato possono passare anche molti anni, come a esempio è accaduto per
Internet e per la stessa telefonia cellulare. Inoltre è indispensabile produrre
molta invenzione affinché tra le tante idee innovative qualcuna possa ottenere
il successo economico.
Un secondo
aspetto è che la maggior parte delle invenzioni e innovazioni premiate sono
state originate da piccole imprese, spesso da start up costruite da pochissime
persone o da un solo leader. E queste
imprese minori hanno avuto successo su tecnologie "difficili", dove
sono fondamentali le conoscenze di base e la capacità di pianificazione
operando in ambienti fortemente competitivi.
Un altro
aspetto è il ruolo importantissimo che hanno avuto le strutture
universitarie. Infatti, a volte i
fondatori delle imprese innovative erano ricercatori universitari, altre volte
le imprese hanno comunque utilizzato intensamente la collaborazione di
ricercatori e di strutture universitarie, sia per sinergie di conoscenze sia
per l'aiuto che importanti laboratori potevano fornire nei test e nelle prove.
Infine, un
quarto aspetto. Quando
l'invenzione/innovazione è sorta nelle imprese minori il ruolo del venture
capital è stato determinante per consentire la sopravvivenza delle iniziative e
poi il loro progressivo sviluppo.
Se
utilizziamo la griglia offerta da questi quattro punti per esaminare la
situazione italiana è inevitabile provare un certo senso di scoramento, che
trova piena conferma - più che dalla solita citazione della bassa quota di
R&S sul Pil dai dati sui brevetti italiani, dalla scarsità delle nostre, esportazioni
nei settori e segmenti più tecnologici, e per contro dall'elevatissimo numero
di pubblicazioni dei nostri ricercatori, tra i più verbosi del mondo ma anche
tra i meno citati. Il giudizio cambia solo per merito di poche imprese come
STmicroelectronics, Pirelli, Olivetti, Fiat, Ausimont, Cselt (Telecom), ma
torna negativo. se penso che il Cnr in 25 anni ha registrato 127 brevetti
presso lo United States Patent Office,
circa 5 all'anno, occupando migliaia di persone, performance irrisoria se la si
confronta, a esempio, con il Fraunhofer Institut tedesco.
Le nostre
imprese minori sono spesse volte molte competitive, ma ottengono il vantaggio
comparato su nicchie particolari, sfruttando adattamenti e miglioramenti di
tecnologie più o meno note. La struttura
produttiva italiana è quella che è e i grandi settori di sviluppo tecnologico
dell'informatica, della microelettronica, della chimica, della farmaceutica,
dei materiali innovativi sono stati decimati da iniziative avventate o da
cessioni premature o da gravissimi errori di pianificazione tecnologica. Nella cultura della nostra impresa minore la
tecnologia - ovviamente vi sono splendide eccezioni - non è ancora divenuta una
leva competitive prioritaria.
Tra i
fattori di stimolo dell'innovazione ho anche ricordato l'importanza
dell'ambiente competitivo e declinando tale elemento per l'Italia vengono in
mente le molte situazioni di monopolio che ci stiamo ancora trascinando dietro,
non solo tra le grandi imprese, ma anche a livello municipale, o le culture
poco orientate al mercato che ancora percorrono imprese che definirei
"ibride". La mente corre, a
esempio, alle recentissime dichiarazioni di Tesauro su Enel e Eni in materia
energetica.
Si è pure
rammentato il ruolo strategico delle Università e in proposito è evidente che,
se pensiamo alle nostre migliori Università siamo in fase di avvio, ma
complessivamente la trasformazione non è mai iniziata. Eppure strutture come il Politecnico di
Milano, quello di Torino, la scuola Sant'Anna e pochissime altre sono centri di
eccellenza che possono svolgere opera fondamentale di generazione
imprenditoriale, di collaborazione e di stimolo innovativo. Ma la cultura di mercato dei ricercatori è
ancora scarsa almeno quanto lo è la sensibilità delle imprese a queste forme di
collaborazione. Infine il Venture capital.
Il Venture capital italiano ha finanziato le idee più assurde quando era
di moda la New economy ma è restio a assumersi i rischi di iniziative
tecnologiche, che conosce e forse ama poco, anche se aspirerebbe a farle
proprie.
Insomma un'altra delusione, questo premio del WSJ, sul quale si dovrebbe riflettere di più e rapidamente. I precedenti governi hanno ampiamente ignorato il tema dell'innovazione e quello attuale ha ancora poco tempo per affrontarlo con alcune iniziative di fondo, che inneschino il cambiamento.