![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 NOVEMBRE 2001 |
|
L'incontro tra Gesù e il pubblicano nella "lettura" di
Massimo Cacciari ieri ai "Pomeriggi in San Barnaba"
Sala gremitissima, studenti e suorine seduti sui pavimenti, molta gente in piedi per Massimo Cacciari, intervenuto ieri ai "Pomeriggi in San Barnaba". Il filosofo veneziano ha "riletto" il brano evangelico di Zacchèo (Luca 19, 1-10), sottolineando la "rivoluzione" di Gesù, che si mescola con i pubblicani e i peccatori, che non ne teme il contagio, che non è venuto per giudicare ma per salvare. Cacciari è pensatore impegnato soprattutto sul rapporto tra la filosofia contemporanea e la tradizione metafisica classica, ma noto anche per il suo impegno politico e amministrativo (è stato deputato, parlamentare europeo e sindaco di Venezia). Introdotto dal sindaco Paolo Corsini, il filosofo ha fatto una puntigliosa analisi del passo evangelico in questione (è quello del pubblicano che sale su un albero per vedere Gesù, il quale subito va in casa sua), soffermandosi dapprima sulla distanza tra l'atteggiamento di Gesù e la tradizione del giudaismo rabbinico, che considerava detestabile la figura del pubblicano, l'odiato appaltatore delle tasse, mestiere considerato turpe in quanto tale. Ma per il Vangelo non ci sono mestieri impuri: anche i pubblicani chiedono il battesimo di Giovanni, il quale non impone loro di cambiare lavoro, né lo impone Gesù. Per tutti c'è dunque la possibilità di conversione, del profondo cambiamento di vita operato dalla parola. Più volte il Vangelo evoca la possibilità che pubblicani e prostitute possano superare, nel Regno dei Cieli, i farisei, osservatori solo formali della legge. Fondamentale è anche l'episodio del confronto tra il fariseo e il pubblicano che pregano insieme nel Tempio: solo quest'ultimo ne uscirà giustificato. Poi Cacciari accomuna l'episodio di Zacchèo a quello di Levi raccontato da Luca (chiamato da Gesù mentre è al suo banco delle imposte, il pubblicano Levi subito lo segue e gli prepara un grande banchetto in casa sua) e a quello della chiamata di Matteo, esplicitamente qualificato come pubblicano: un pubblicano tra gli apostoli. E' questa la rivoluzione del Vangelo: Gesù non fa esami, non giudica, gli basta la risposta alla sua chiamata. Non giudicare significa non opporsi al male, sottolinea l'oratore, "non fronteggiarlo militarmente opponendo male al male". Al banchetto preparato da Levi c'è una folla di pubblicani e di peccatori, racconta Luca; ma Gesù non teme alcun contagio, anzi è venuto per loro: è questo lo scandalo che risulta insopportabile per i farisei. Poi Cacciari segue passo passo il brano di Zacchèo - brano di "perfetta semplicità" dice - traendone succhi e sottolineando particolari difficili da cogliere per l'ascoltatore comune che ascolti distrattamente il Vangelo in chiesa. Zacchèo sale sul sicomoro (un fico, albero spesso connesso a divinità della fecondità nelle civiltà antiche, dunque un albero della vita). Il pubblicano non riesce a vedere Gesù finché resta confuso nella turba, schiavo dell'opinione dominante; lo vede quando "sale" sull'albero, quando trasgredisce e si eleva sulla turba. Secondo commenti medievali, egli addirittura "si mette in croce" per vedere il Signore. Dunque Zacchèo si alza, ma poi scende dall'albero, si umilia perché Gesù possa venire a casa sua, entrare in lui. Ma per questo egli deve liberarsi dai suoi beni, quei beni che sono impedimento all'uomo ("do la metà dei miei beni ai poveri..."). Gesù non sa nulla del suo interlocutore, non chiede nulla, si è solo accorto di essere stato guardato: il Signore è attratto irresistibilmente da chi lo cerca. E da parte sua non ci sono comandamenti: solo una richiesta di apertura, di trasgressione, di liberarsi dagli impedimenti. Poi l'oratore riacquista il linguaggio del filosofo: Gesù è entrato in Zacchèo; sempre l'identità di Gesù non si definisce autonomamente, ma chiamando in sè l'opposto, accogliendo l'altro. E' questa una misura umana? E' qualcosa che si può imitare? Possono gli uomini essere perfetti come lo è il Padre? Le cristianità che si sono storicamente costituite, conclude Cacciari, non sono certo concepibili senza questi paradossi; ma la tensione che da essi nasce resta costantemente inappagata.