RASSEGNA STAMPA

21 NOVEMBRE 2001
MASSIMO CARBONI
Antigone, una tragedia del linguaggio

Una antologia curata da Pietro Montani per Donzelli raccoglie e commenta alcune celebri letture dell'opera di Sofocle. Testi di Hegel, Kierkegaard, Hölderlin, Heidegger, Bultmann, Lacan, Nussbaum, Zambrano, Ricoeur, Derrida e altri devoti a questa tragedia esemplare dell'intreccio tra politico e ontologico

Pochi testi come l'Antigone di Sofocle appartengono con indiscussa legittimità al "canone occidentale". Sottoposto per due millenni ad un infinito esercizio interpretativo, solo nel secolo scorso l'opera è stata ripresa "riscritta" a teatro da Anhouil, da Brecht, dal Living. E il rifiuto da parte di numerose città tedesche, nel 1977, di dar sepoltura ai corpi dei detenuti "suicidati" del gruppo Baader-Meinhof, non è forse la "ripetizione" - fattuale e non testuale - del kerygma di Creonte, il bando con cui si vietavano le onoranze funebri a Polinice caduto attaccando Tebe? Opera davvero iniziale, modello, paradigma, fonte di regole: basta rileggerla per "riscoprire" - qualora ve ne fosse bisogno - la sua istitutività.

Antigone e la filosofia (Donzelli, pp. 334, L. .38.000) è un libro-seminario a cura di Pietro Montani ricco di materiali. Sono antologizzati lunghi brani dei maggiori filosofi (Hegel, Kierkegaard, Hölderlin, Heidegger, Bultmann) che hanno meditato intorno al testo sofocleo, ognuno seguito dal saggio di uno specialista. Poi è la volta delle "altre Antigoni" su cui fanno il punto altrettanti studiosi: quella di Lacan e quella di Martha Nussbaum, quelle femministe (Zambrano, Irigaray, Cavarero: e qui Katrin Tenenbaum, l'autrice dell'intervento, poteva forse tener conto del bel saggio che Rossana Rossanda scrisse quindici anni fa, pubblicato con la traduzione di Luisa Biondetti) e quella di Ricoeur e di Derrida, ripercorse da Edoardo Ferrario.

E' l'inespugnabile amore per i phìloi, per i familiari, per i medesimi di stirpe, che dà la forza ad Antigone di portare fino in fondo, fino all'estremo sacrificio, la sua radicale disubbidienza al nomos, alla legge-norma della città-stato. Seppellire il fratello Polinice significa rispettare il suo ghenòs, la sua genìa cromosomica. All'interno del mondo etico come primo stadio dell'itinerario dello spirito per giungere a se stesso, alla propria assolutezza, la famiglia - rappresentata tradizionalmente dal "carattere" femminile - in quanto coscienza immediata della consanguineità, si contrappone allo Stato - configurabile ovviamente nell'uomo - e alle sue leggi superiori ormai emancipate dai legami naturali con l'oikos, con la casa in cui la linea familiare si è tramandata nel tempo i propri valori.

E' l'interpretazione di Hegel (qui ripercorsa con chiarezza da Paolo Vinci), inaggirabile ed eccessivamente polarizzata al contempo, fulcro più o meno esplicito (a partire da Kierkegaard, qui riletto da Ettore Rocca) su cui si innestano per due secoli, fino a noi, tutti gli sforzi ermeneutici sull'opera. Antigone rappresenta così per la filosofia una esemplare, mirabile càvea teatrale in cui far risuonare l'efficacia della propria strumentazione teorico-interpretativa, la scena sulla quale il tragico e il filosofico in generale possono genuinamente confrontarsi, lo spazio che si tende tra specificità e complessità degli interrogativi sollecitati, tra ripensamento e vicinanza al testo-base.

La tragedia scompare alla nascita della filosofia. La logica platonica dell'Uno, del Vero, non poteva non censurare l'uomo tragico, l'uomo dei dissoì lògoi, dei discorsi ambigui, doppi, anfibi. Ma se così stanno le cose, tanto più si comprende come della tragedia - una delle forme di ciò che dà da pensare - tutto sembra già sia stato detto e tutto resta ancora da dire. Così che per molti versi è difficile scollegare il testo-base dalle sue interpretazioni. E tornare "alla lettera" è più un'illusione che altro, tanto si fa sentire - e in special mondo nell'Antigone - il filtro pre-giudiziale delle diverse, numerosissime traduzioni.

Nell'interpretazione di Lacan (ottimamente restituita dallo psicoanalista Alberto Luchetti) Antigone - ultima componente della sventurata stirpe dei Labdàcidi - incarna il puro e semplice desiderio di morte come tale. Nel serrato dialogo iniziale con Ismene, afferma che deve piacere "più a lungo a coloro che stanno sotto terra che a quelli quassù". Se il desiderio è connesso ad una mancanza fondamentale non rimpiazzabile da un oggetto reale, allora il desiderio sarà sempre desiderio d'assenza, di nulla, di quell'estremo nulla che è la morte. La sorella lo sa, lo capisce: "tu vuoi l'impossibile", le dice, e tenta invano - "non conviene dar la caccia all'impossibile" - di allontanarla da quella forza selvaggia per la morte perfetta che la abita. Antigone si vota all'Ade, alla Dike-Giustizia infera, proprio a ciò che suo padre-fratello Edipo escludeva nella sua foga razionalistico-indagatrice verso un sapere certo e inoppugnabile che si rivelerà poi tragicamente fallace, o meglio lo condurrà a dover rivolgere su se stesso uno sguardo fin troppo radicale ("La Bestia che cercate voi/ voi ci siete dentro", scrive Caproni forse echeggiando il mito).

I phìloi di Antigone sono tutti già discesi nelle tenebre, quindi per lei l'amore per Ade, per il mondo invisibile, si identifica con l'amore per il suo ghenòs; cioè per lo stesso, mai per l'altro: non c'è traccia di eros nell'inflessibile fanciulla (ragazza, figlia, piccola, così la chiama il Coro) che si è data come principio l'ineseguibile stesso, che muore letteralmente disperata, priva anche del conforto di quegli dèi dei morti ai quali si sacrifica. Dunque in bilico sulla soglia: "né tra i mortali, né tra i morti, straniera agli uni e agli altri". Sul limite: quel limite, argomenta Lacan, che origina l'esperienza del bello come "sfavillìo scintillante" che acceca, che storna lo sguardo; quel bello che, cantava Rilke all'inizio della Prima elegia, "è l'inizio del Tremendo", e che, figurato nell'Iconologia del Ripa, ha letteralmente la testa nelle nuvole. Lato in ombra e improferibile del bello, che tuttavia l'arte deve saper proferire, comunicare, misurare. E' questo il punto nevralgico, e di enorme fascino, della lettura di Hölderlin (ripercorsa da Andrea Mecacci) del testo sofocleo. In Antigone vive l'elemento selvaggio, orientale, aorgico - cioè illimitato, al di là della forma; ma proprio rispetto a questo indicibile, Hölderlin si accorda al compito che i greci si erano dati di esprimere l'ignoto, di dire l'impensato. Essi avevano creato una tecnica per la produzione del bello, a cui la poesia moderna che difetta di "scuola" e di "mestiere" deve riallacciarsi per seguire un "procedimento sicuro" basato sul "calcolo delle leggi" che si esprime essenzialmente nel ritmo (al contrario dell'Edipo re, nell'Antigone, afferma il grande lirico tedesco, la cesura sta più alla fine del verso).

L'abisso, l'indicibile rimane vana chiacchiera e innocua tentazione quando non si sanno percorrere logicamente le vie per riconoscerne la potenza sacra. La parola pronunciata e scritta deve saper fare eco alla voce insondabile della natura che reca in sé lo strazio e lo smisurato dolore incisi sul fondo della vita, perché - come ricorda il Coro dei tebani - "nulla di grande nella vita degli uomini s'insinua senza sventura". Dimensione dunque antisimbolica, antinostalgica della tragedia, che è coerenza, comprensibilità, formulabilità, spietatezza del dover dire l'indicibile nella macchina del linguaggio: ciò che per sua natura non può essere calcolato deve porsi in relazione con la legge calcolabile. Vivere significa difendere una forma. Si può ben capire come questo Hölderlin "antiromantico", "anti-idealista" abbia tanto attratto Anton Webern, che in una lettera del 1944 scopre come da sempre propria l'aspirazione all'attendibilità e alla coerenza della composizione (nel suo caso, musicale) di cui il poeta parla nelle note alla sua traduzione dell'Edipo e dell'Antigone. Traduzioni estreme, di inaudita forza espressiva, che "fisicizzano" la parola sofoclea riportandola alla potenza nuda della lettera, a cominciare da quella "testa" (Haupt di Ismene cui nel verso iniziale si rivolge Antigone, comunemente tradotto con "caro volto" o addirittura "anima" (di gran lunga fraintendendo perché, come bene ha visto Cavarero, mai di psyche si fa menzione nell'Antigone ma sempre di corpo, e Creonte disprezza i nemici della patria anche come ormai inoffensivi cadaveri).

Traduzioni che inorridirono (e divertirono) Goethe, Schiller, Schelling, ma che un secolo dopo diventarono un modello del tradurre per Benjamin. Dunque Antigone come tragedia, anche, del linguaggio. All'interno di quella presenza ossessiva negli autori tragici dell'allora nascente vocabolario tecnico-giuridico, si apre uno spazio di ambiguità e di oscillazione, di incertezza e di irreprocità, per cui gli eroi si servono delle stesse parole ma dando loro un senso affatto diverso, così che termini-chiave come nomos e phìlia rimbalzano da Antigone a Creonte senza che l'uno comprenda - né si sforzi di farlo - ciò che l'altro vuole significare: inutile continuare a parlare; lo riconosce, anzi lo rivendica la stessa figlia di Giocasta dinanzi a colui che ella ironicamente chiama lo "stratega" di Tebe. Uno "stratega" ammalato di hybris, di colpevole arroganza, dimentico dell'irriducibilità di Ade (unica cosa cui l'uomo non trova scampo, secondo il Coro nel primo stasimo: la morte) alle leggi della polis.

E' la lettura del grande teologo Bultmann - commentata da Gaetano Lettieri - affidata a un breve saggio del 1936 che ha finito per assumere un significato politico-testimoniale nel contesto della lacerazione della Chiesa tedesca all'ascesa del nazismo. Antigone incarna l'estrema fedeltà a quella potenza del sacro, a quel valore trascendente che limita l'azione umana ma dal quale Creonte (riducendo al principio di efficacia anche l'animo umano: "Non ci sono strumenti per conoscere a fondo l'indole, i sentimenti e il pensiero di un uomo, se questi non si rivela nell'esercizio del potere e nelle leggi", sentenzia) si ritiene scelleratamente libero.

Seguire le leggi "non scritte", promulgate in tempi preumani, contro quelle "scritte" della polis, fondare la propria eticità sul rito della sepoltura dei consanguinei, significa in Antigone non solo esorcizzare l'orrore della decomposizione del cadavere ma anche cercare di acquietare o "far proprio" con un'azione umana l'inappropriabile stesso. D'altronde Antigone e Creonte non ascoltano, non tengono conto l'uno delle ragioni dell'altro, ma applicano al caso singolo - seppellire o no Polinice - leggi universali, schemi inflessibili. Mancano di phronesis (è la chiave di lettura di Martha Nussbaum illustrata da Daniele Guastino), di quella saggezza pratica che va oltre l'orizzonte ontologico approfondito dall'interpretazione heideggeriana (qui percorsa da Adriano Ardovino), e che permette - per non soccombere ai colpi del Fato - di assecondare flessibilmente la porosità, la contraddittorietà del reale, la singolarità della contingenza, così come vanamente consigliano ai protagonisti le figure intermedie della tragedia, il Coro e il messaggero, la guardia e Tiresia, Emone (il promesso sposo di Antigone, figlio di Creonte, che si suiciderà abbracciando il cadavere della fanciulla) e la stessa Ismene. Saper cogliere il kairòs, l'attimo propizio, prevedere in qualche modo l'incalcolabile tyche, il caso, la fortuna cui in ultima istanza sono affidate le azioni umane: questo è imparare a ben vivere, questo è ciò di cui si mostra incapace chi pretende - negando il punto di vista altrui - di affermare la purezza del principio astratto nei casi della vita. La "disubbidienza civile" di Antigone non è negoziabile, ella non viene propriamente sconfitta poiché non ha mai preteso il potere: resta il fatto che è una creatura più della morte che della vita, perciò letteralmente intrattabile. Il deinon cantato nel primo stasimo, il terribile e il mostruoso, il perturbante e il misterioso, di cui l'essere umano rappresenta la massima e più violenta espressione, è così condizione inaggirabile entro la quale l'esistenza viene sperimentata.

La tragedia sofoclea ("una delle opere d'arte più eccelse e per ogni riguardo più perfette di tutti i tempi", scrisse Hegel nell'Estetica) si colloca allora mirabilmente su una linea in cui si incrociano e dialogano due orizzonti: da un lato è la matrice sulla quale sembra modellarsi ancora (e oggi più che mai?) qualsiasi conflitto tra persona, individuo e società, stato; dall'altro, è pensiero poetante sull'essere e sui destini cui siamo via via epocalmente rimessi. Come mette bene in luce Montani nella "presentazione" del volume: sommo ed esemplare intreccio del politico con l'ontologico. Da questo punto di vista, non è affatto eccessivo affermare che l'Occidente è così come lo conosciamo - e come ci viviamo dentro - anche a partire da Antigone. Perché i percorsi - metafisici e politici - che vi si sono tracciati, si inscrivono tutti nello spazio che si apre tra che cosa significava stato e legge, corpo e individuo nel 442 a.C. - l'anno della prima rappresentazione del testo - e che cosa significano oggi. E' per questo che l'inflessibile ragazza tebana interroga ancor oggi il pensare e l'agire fin dalle loro fondamenta.
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