![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 NOVEMBRE 2001 |
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Oggi si fa un uso abnorme del concetto di
«identità» con il rischio di aumentare esclusioni e conflitti
L'ossessione moderna è quella di rafforzare il
Noi contro gli Altri, tentando di costruire un'immagine di se stessi pura e
incontaminata
Remoti,
professore ordinario di Antropologia Culturale all'università di Torino, è
autore di un forte e fortunato pamphlet, Contro
l'identità, uscito in una prima edizione, per Laterza, nel '96. Cinque anni fa il bersaglio polemico del suo
libro erano la Lega Nord sul fronte interno e, sul fronte esterno, il conflitto
nella ex-Jugoslavia come gli eccidi in Ruanda.
Ma in queste settimane l'editore rilancia Contro l'identità tra i «libri-guida» per chi cerchi una bussola
anche per l'attuale conflitto. Il pamphlet
processa una parola che sembra la più naturale di tutte, «identità,
appunto. A suo tempo, attraverso questo
processo ci ha svelato la fragile e criminale insensatezza del linguaggio della
«milizia padana», come della «pulizia etnica» serba, come - la ricordiamo?
visto che appartiene all'Africa e quindi ci sembra lontana anni luce della
spaventosa guerra tra Hutu e Tutsi. Oggi ci aiuta a destrutturare le parole
d'ordine del fondamentalismo islamico.
Ma, per converso, anche certe sconclusionate affermazioni sulla
superiorità del Cristianesimo e dell'Occidente. Ricercatore sul campo e responsabile della Missione Etnologica
Italiana in Africa Equatoriale, Remotti ha la
capacità di farci scendere dallo scranno di figli settentrionali della Ragione,
del Progresso e dell'Industria, e di farci capire molto di noi parlandoci del
popolo Banande dello Zaire, come dei guerrieri cannibali Tupinamba che vivevano
nei secoli scorsi sulla costa atlantica del Brasile.
La parola «identità» sembra alludere a una realtà lampante, la usiamo di continuo: carta d'identità, carta d'identità, crisi d'identità... Cos'è che
invece induce in lei il sospetto?
Se
ne fa abuso: negli ultimi decenni è diventata un passepartout utilizzato a
tutti i livelli, anche da parte di forze politico-sociali che tendono a
imporsi o che, comunque, vogliono difendere
le loro posizioni. Il termine
«identità» viene utilizzato soprattutto allo scopo di rivendicare il diritto di
riconoscimento. Fare ricorso all'identità
è come dire «ci siamo anche noi», significa sostenere che anche noi, nei
confronti degli altri, abbiamo dei diritti.
In primo luogo il diritto al riconoscimento. Ci siamo, siamo diversi dagli altri, e in questo risiede la nostra
identità. Ma questo uso del concetto,
secondo me, porta a situazioni di chiusura. E' un modo di tirar su delle
barriere, allenta la possibilità di comunicazione. Il concetto sembra, sì,
innegabile, ma contiene delle insidie.
L'interpretare se stessi, il «noi» - la nostra tradizione, storia,
cultura - come un patrimonio integro che va difeso e protetto nel tempo contro
eventuali contaminazioni, significa entrare in una logica di purezza. Gli Altri si configurano allora come una
sorta di minaccia, non per forza armata, non per forza sotto forma di eserciti
o terrorismo. Ma, comunque, come una
minaccia verso il nostro patrimonio culturale. Quando si prende la strada
della «purezza» si commette il più delle volte un errore storico madornale. Qualunque cultura è frutto di ibridazione,
tradizioni pure non ne esistono. Le tradizioni pure sono puramente inventate,
perché le culture nascono dagli scambi. Io sono io, noi siamo noi: questa è la
formula dell'identità. Ma è un concetto molto problematico.
Nel '96 la riscossa identitaria sembrava circoscritta ad alcune situazioni locali: Padania, Balcani, alcuni paesi africani, alcune aree dell'India. Oggi sta contagiando le maggiori potenze e, di conseguenza, il pianeta. Che cosa sta cambiando in queste settimane, rispetto al globo diviso dalla Guerra Fredda?
Ai tempi della Guerra Fredda
c'erano due blocchi contrapposti, divisi in base a criteri politici, oggi si
parla di scontro tra civiltà. Sullo scenario ci sono entità maggiori, l'Islam e
la Civiltà Occidentale. L'uso politico
di queste espressioni indica appunto che si va in questa direzione: verso la
Rivendicazione. Ora, il «pretendere» può tradursi solo in un appello
intellettuale. O può arrivare al terrorismo. Il terrorismo è appunto un
tentativo di turbare un ordine che, fino a quel momento, non aveva riconosciuto
la presenza di determinati gruppi. Ora quando si parla di «noi occidentali», e
di Islam dall'altra parte, si fa un discorso identitario per affermare alcune
caratteristiche peculiari.
L'antropologia usa piuttosto in senso positivo il termine opposto, «ibridazione»:
Uls Hannerz, Jean-Loup Anselle parlano esplicitamente di meticciamento,
creolizzazione, ibridazione, sostenendo che da sempre società, culture, lingue
sono frutto di ciò. Sarebbe un guaio
abbandonare tutto questo, in nome della separazione. Ma il problema è capire come proseguire la strada della
comunicazione. Possiamo immaginare un
mondo fatto di tanti blocchi, ognuno chiuso nelle sue caratteristiche particolari. Possiamo immaginare un mondo, invece, in cui
la comunicazione interculturale sia considerata auspicabile e necessaria. O, in
modo più radicale, immaginare un mondo in cui l'ibridazione non sia solo
considerata una conseguenza degli scambi, ma sia considerata la base stessa di
tutte le culture. Anche se,
illusoriamente, esse rivendicano la propria purezza.
Ma identità e diritto di riconoscimento non sono alla base anche della più recente battaglia democratica combattuta in Occidente, quello per l'affermazione dei diritti particolari di sessi, gruppi religiosi, etnie in nome della «politically correctness»?
Il
tema dell'identità viene fuori quando vanno in crisi pensieri di tipo
universalistico, o che si pretendavano tali.
Guardi, anche per l'identità femminile a me la questione da tempo sembra
mal posta: anche lì, in realtà, è una questione di relazioni. Diciamo pane al pane e vino al vino,
parliamo piuttosto di diritti. Parlare di identità del genere femminile non fa
che creare una sorta di fantasma.
Nel suo libro lei dedica alcune pagine intense ai riti cannibalici dei Tupinamba, un'antica popolazione del Brasile. Secondo lei i selvaggi Tupinamba hanno qualcosa da insegnare a noi abitanti della Terra che secoli dopo ci scanniamo in massa, però con tecnologica eleganza?
Noi
pensiamo che il cannibale sia uno che considera gli altri come un animale da
mangiare. In realtà il cannibalismo rituale dimostra il contrario: manifesta,
sì, il disprezzo per il nemico, ma anche il bisogno di cibarsi di esso. E' un'ammissione, insomma, della propria
incompletezza. I cannibali Tupinamba sono un esempio emblematico di molti
temi: dell'incorporare l'Alterità, ma non solo, questo cannibalismo è importante
anche dal punto di vista passivo, perché il guerriero Tupinamba sa che lui
stesso finirà per essere mangiato dagli altri, e la sua ideologia gli dice che
questa è la «morte degna». Non morire
nelle amache, come le donne, o imputridire sotto terra, ma raggiungere la
completezza venendo ingoiati dall'Alterità.
Gli altri sono le tombe di noi. E' un tema splendido e vertiginoso: i
primi osservatori del Cinquecento parlavano di una «tanto strana
tragedia». Tant'è che il guerriero, una
volta fatto prigioniero, viene lasciato libero di muoversi nel villaggio, ma
non ne fugge. Perché insegue il suo
sogno: la Bella Morte.
La Bella Morte è stata la molla anche per Atta e gli altri kamikaze che si sono schiantati sulle Torri. Dov'è la differenza tra i suoi cannibali e i kamikaze islamici?
Qui,
entriamo nella dimensione delle religioni monoteiste. E delle religioni della parola scritta. Monoteismo
e parola scritta richiedono un'adesione talmente forte da ammettere che si
possa uccidere, e sacrificare anche se stessi.
In Africa ci sono tuttora molte religioni che non hanno nome ma
aderiscono al flusso della vita. L'esistenza del Libro sacro, invece, crea
spaccature spesso rimediabili: i Libri ichiodano le diversità e le rendono
insuperabili, benché queste religioni siano geneticamente collegate e benché il
Dio sia lo stesso. Ora non c'è un
termine che racchiuda le tre religioni monoteiste e basate sulla parola
scritta, sul Libro, e questo ci deve far riflettere. La divisione prevale sull'unità: il dio, si chiami Jahvé, Dio,
Allah, è lo stesso, ma non è abbastanza potente da renderle unite. Il cannibalismo Tupinamba è molto intriso
del senso della propria incompletezza.
Mentre tra noi monoteisti prevale l'idea che siamo in possesso di un
messaggio ormai completo. La parola pleroma, che significa in greco
pienezza, si trova per esempio spesso in San Paolo. «Noi stiamo vivendo la
pienezza dei tempi» dice. E la
completezza ci dà il diritto-dovere di catechizzare, anche con la violenza.
Non che i suoi cannibali non fossero sanguinari...
La loro è una violenza controllata. Il conflitto c'è, ma è posto sotto controllo. Nella nostra cultura manca la capacità, invece, di sottoporre a conflitto a norme. Ci illudiamo che le società possano convivere senza. E ci lasciamo andare a conflitti sregolati: stiamo usandone forme terribili, da un lato gli aerei dirottati, dall'altro i bombardamenti, una violenza spropositata. A torto o a ragione si riversano tonnellate di male sui nostri Nemici. Questo è un problema che dovrebbe interessare gli organismi sovranazionali. Ma questi latitano.