![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 NOVEMBRE 2001 |
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Come la schizofrenia possa far nascere
opere incomparabili: così Jaspers «leggeva» Van Gogh, Strindberg e Hölderlin
Karl Jaspers, "Genio e
follia", trad. di Brigitte Baumbusch e Mario Gandolfi, Cortina, pp.
214, L. 36.000
La schizofrenia è diventata,
nel tempo, il «mito» della psichiatria.
Intendo dire che un particolare avvaloramento positivo le ha conferito la
dignità di una condizione sacrificale, nella quale il malato rende tragica
testimonianza a un aldilà negato ai comuni mortali. Una metafisica della reminiscenza di ascendenza romantica sì è
innestata sulla spiazzante oscurità dei messaggi trasmessi dalla malattia e ne
ha colto le allusioni a un mondo non più accessibile alla condizione normale,
il mondo delle parole aurorali, incorrotte, «la realtà rischiosa e tipica - ha
scritto Antonin Artaud dove i principi, come i delfini, una volta mostrata la
testa, si affrettano a reimmergersi nell'oscurità delle acque». E certamente non vi è altra modalità di
esistenza che, come la schizofrenia, si sottragga alla convenzione culturale e
all'ordine stesso della ragione che racchiude e protegge la nostra vita
quotidiana.
Una considerazione più
attenta permette tuttavia di distinguere situazioni in cui l'individuo è
semplicemente sommerso dalla potenza degli archetipi, come da un temporale i
cui fulmini alla fine lo inceneriranno, e situazioni privilegiate m cui
l'individuo diventa per così dire un ponte tra i mondi: egli si pone al
servizio dell'ignoto sino al sacrificio di sé, ma dì là riporta schegge,
visioni che arricchiscono la condizione umana dì sensi ulteriori,
potenzialmente illimitati. E' il modo
simbolico, insieme pregnante ed elusivo, che si instaura nel linguaggio e lo
apre a echi inesauribili.
E' questo il caso dei grandi
artisti che hanno incontrato la schizofrenia. Ad essi, e dunque al nesso di Genio e follia, è dedicato
l'intenso saggio di Karl Jaspers che, apparso per la prima volta nel 1922,
viene solo ora tradotto in italiano. Il
grande psichiatra e filosofo prende in esame la biografia e le opere di
scrittori e pittori - Strindberg, Swedenborg, Hölderlin, Van Gogh - e ne
ricostruisce l'itinerario all'interno della follia e il senso che in
quell'itinerario sì è andato formando, il mito cui essi hanno dato voce. Mentre
per certi autori, come Strindberg, è più facile associare la storia della
follia alla biografia, per altri, come Hölderlin e Van Gogh, la storia
personale sembra diventare poco importante, quasi cancellata dalla potenza
delle immagini, da quella intuizione del sacro che, prima di devastare
definitivamente la personalità, si mostra per un attimo senza veli. Sono questi gli autori di quelle opere che
Jung, nei suoi scritti sull'arte, definisce «visionarie».
Il confronto tra geni folli e folli non geniali porta
Jaspers ad affermare che la schizofrenia non è creativa in sé; tutto dipende
dal terreno su cui essa si impianta. I
germi spirituali preesistono alla malattia, e questa è piuttosto la condizione
perché la profondità si schiuda. Kant ha scritto: «Non si saprebbe
acquisire la conoscenza intuitiva di un altro mondo senza sacrificare una parte
della ragione che ci è necessaria a questo mondo». Ebbene, la schizofrenia consente questa rinuncia e apre le porte
della notte, da cui fanno irruzione quelle voci originarie di cui non può dirsi
che siano sane o malate, perché la loro verità preesiste ai giudizi di valore.
«Così come una perla nasce
dal difetto di una conchiglia - scrive Jaspers - la schizofrenia può far
nascere opere incomparabili. E come
non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di
fronte alla forza vitale di un'opera non pensiamo alla schizofrenia che forse
era condizione della sua nascita».
Paradigmatico è il caso di
Hölderlin, il quale in tanti modi ha descritto l'intensità di questo anelito e
il rischio cui esso espone. Egli
scrisse: «Cercheremo quello che è nostro, per quanto lontano occorre andare»,
ma anche: « ... non sempre il debole vaso potrà contenerla. / Solo di rado
l'uomo sopporta la pienezza divina». La
metafora dell'Aperto è quella che meglio esprime, nel rapimento di tutta
l'anima, la regione straniera non ancora recintata: «Il fuoco divino ci spinge
e di giorno e di notte / a rompere e a slanciarci. Vieni dunque! Che noi
vediamo l'Aperto ... ». Ed è in Hölderlin che si manifesta in tutta la sua
drammaticità la tensione quasi insopportabile tra «lo scuotimento del caos,
la potenza dell'immediato» é l'esigenza di dargli forma. E' questa tensione che rende possibile la
visione del poeta, il sogno di una pienezza armoniosa in cui l'uomo naturale
non sia separato dall'assoluto, dal divino.
L'oltrepassamento dei limiti ha un prezzo altissimo e, come dirà Van
Gogh, «...io so che la guarigione viene, se si è coraggiosi, dal di dentro, con
la rassegnazione alla sofferenza e alla morte, con l'abbandono della propria
volontà e dell'amor proprio».
Di
ogni cosa si danno surrogati, e Jaspers lo sottolinea quando addita nella
follia recitata, nel gusto del sensazionale, nell'intenzionale primitivismo,
nel rifiuto della cultura, così spesso presenti nell'arte di oggi, una sorta di
caricatura di quella interrogazione radicale che la follia ci rivolge con
profonda autenticità.
Il
saggio di Jaspers, di cui qui si è dato conto solo minima parte, riconnetté la
malattia mentale a un mondo di significati, che vanno molto al di là della
«concezione filistea» che riconosce nella psicosi soltanto una
diminuzione. Sempre accurata e spesso
molto viva è la descrizione del ricco materiale biografico degli autori
trattati, nonché delle correlazioni tra stadi della malattia e produzione
artistica.
Il genio psicotico attraversa come una meteora il nostro orizzonte e ci lancia messaggi in codice che non è bene tentare di interpretare in modo esaustivo. Essi ci chiedono però di essere presi sul serio e ci invitano ad affacciarci ad una finestra aperta su di un cielo oscuro e profondo.