![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 NOVEMBRE 2001 |
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Si è svolto ieri a torino un convegno sulla sua figura
Un dibattito nato dalla raccolta di articoli che l'economista
scrisse tra il 1943 e il 1947
Gli hanno
appiccicato addosso, sbrigativamente, l'etichetta di conservatore. In realtà,
però, Luigi Einaudi era un innovatore che concepiva la vita come lotta e
predicava la libertà in una nazione in cui vi è da sempre
"repugnanza" ad essa. Sono alcune delle riflessioni emerse durante la
presentazione tenutasi ieri a Torino, presso la Fondazione Luigi Einaudi, del
volume Riflessioni di un liberale sulla democrazia, nel quale Paolo Soddu ha
riunito scritti editi e inediti, tra il 1943 e il 1947, del primo presidente
della Repubblica Italiana.
Pubblicato
dall'editore fiorentino Leo S. Olschki e dalla Fondazione Einaudi, con il
contributo della Cariplo, il libro è uscito a pochi giorni di distanza dalla
commemorazione del quarantesimo anniversario della scomparsa dell'autore delle
Prediche inutili. E precede la visita in Piemonte del capo dello Stato Carlo
Azeglio Ciampi, che lunedì renderà omaggio a Cavour e quindi ad Einaudi
recandosi nel suo amatissimo paese Langarolo di Dogliani, dove il presidente è
sepolto.
Ma torniamo
al dibattito di ieri che ha raccolto in una sala del palazzo che appartenne a
Massimo D'Azeglio, il primo a voler tentare la difficile impresa di "fare
gli italiani", studiosi come Andrea
Manzella , Nicola Tranfaglia
e Gustavo Zagrebelsky, e l'ex segretario del partito liberale Valerio Zanone.
Se è quasi scontato affermare che il pensiero einaudiano è tanto moderno quanto
inascoltato, lo è meno ribaltare il luogo comune che iscrive tra i conservatori
tout court lo statista piemontese. Lo ha fatto Manzella, riferendosi proprio
agli articoli dell'Einaudi "costituente": in particolare agli inediti
Contro la "resa incondizionata" (della fine del '43), Della libertà
(del 1945) e al lungo articolo su Adriano Olivetti, Letteratura politica,
apparso nel marzo 1946 sulla rivista Idea.
Qui il suo
europeismo convinto, così come la battaglia contro "la sovranità assoluta
dello Stato" in nome delle autonomie locali, ma anche la decisione di
votare monarchia al referendum (come simbolo della "unità della patria e
della concordia tra i cittadini"), si sposano con la lettura del fascismo
visto quale scelta di "quiete" rispetto alle tempeste cui la libertà
espone. "Per non avere voluto riconoscere la verità che la vita è lotta
continua", scrisse su un giornale luganese, nel novembre del '44, con lo
pseudonimo di Junius, "per aver voluto quasi unanimi sottrarsi alla lotta,
che abbatte i deboli ma innalza i forti, gli italiani furono condotti a un
porto di pace. Pace sì, ma quella che regna a Varsavia. Fu la pace del
reclusorio".
Tanti altri sono gli spunti interessanti offerti dalla raccolta di testi curata da Soddu, che tra l'altro, come ha ricordato Tranfaglia, dimostra che la conoscenza degli scritti del Presidente del Buongoverno non era affatto completa. L'originalità del pensiero di Einaudi, la sua cultura profonda incardinata sull'economia e sulla storia, vengono evidenziate anche da considerazioni apparentemente secondarie, o quantomeno passate in sott'ordine in confronto ad altri argomenti. Può essere l'individuazione della banda partigiana come prototipo di comunità che rifà dal basso lo Stato ("chissà che cosa ne penseranno i revisionisti...", ha commentato Manzella). E può passare per un'annotazione amara compresa nell'articolo su Olivetti: "Ahimè! che i politici sono sempre in arretrato, almeno di una generazione, sulla realtà del loro tempo". Un giudizio, questo, che è purtroppo di una attualità esemplare.