RASSEGNA STAMPA

15 NOVEMBRE 2001
LUCA PAOLAZZI
Finita l'euforia hi-tech, resta la vera innovazione

Intervengono a Milano Paul David e Hal Varian, i due più autorevoli studiosi di information technology

Aumentate le potenzialità di sviluppo e con Internet è cresciuta l'efficienza nella gestione delle aziende

Maggiori infrastrutture tecnologiche dei Pvs per migliorare il reddito

La nuova economia non è morta e sepolta. E' solo finita l'euforia finanziaria che l'ha circondata, bruciando capitali e lasciandosi alle spalle macerie di illusioni.  Non ci sarà più la contrapposizione, divenuta parossismo nell'estate del 1999, tra aziende. della new e aziende della old economy.  Ma resta l'arricchimento enorme di capitale umano e rimango­no le profonde innovazioni tecnologiche che hanno reso il mondo ancora più piccolo, dato una spinta potentissima alla circolazione di idee e informa­zioni, rivoluzionato il modo di fare impresa e i consumi.  Perciò, quando la ripresa partirà, la crescita economi­ca americana sarà superiore alla me­dia di lungo periodo, seppure minore di quella degli ultimi anni 90.

Paul David e Hal Varian sono fidu­ciosi: l'innovazione portata dall'infor­mation and comunication technology (ICT) ha innalzato le potenzialità di sviluppo.  Restano, però, tra i due eco­nomisti considerati tra i maggiori stu­diosi della rivoluzione tecnologica in corso, divergenze su alcune sue impli­cazioni.

«Non è mai stato chiaro cosa si volesse etichettare con il termine nuova economia" - sottolinea Da­vid - ma alcuni cambiamenti legati alla digital economy sono destinati a durare».  Cita i profondi mutamenti avvenuti nel mercato del lavoro, dove con i databank utilizzati dalle agenzie di collocamento si sono ridotti i costi di assunzione e si è coinvolta nell'oc­cupazione una forza lavoro prima esclusa; e gli incrementi nell'efficien­za della gestione aziendale arrivati con l'informatica e Internet.  E' perples­so, invece, per gli strascichi che l'eu­foria ha lasciato nella finanza e nel mondo del lavoro: ci vorrà tempo pri­ma che le ferite nel venture capital vengano sanate e in chi ha perso il posto perché specializzato nell'idea­zione e nel marketing di imprese web. «Ma anche se molte idee imprenditoriali sono andate male, e non è pos­sibile in alcun modo recuperare i co­sti degli investimenti sbagliati - ri­batte Hal Varian -, rimane la cono­scenza incorporata nelle persone, il maggior capitale umano pronto a esse­re utilizzato in altre attività, magari in città lontane dalle capitali della nuova economia».  La mobilità resta un pun­to di forza e superiorità del modello statunitense rispetto a quello europeo: il capitale umano viene più rapidamente reimpiegato e la produttività complessiva è così più elevata.

Per questo Varian è ottimista sulle prospettive di crescita degli Usa: la dinamica della produttività, che è una delle due componenti che formano il potenziale di crescita di un'economia, tornerà a espandersi al 2,5%. «I gua­dagni di produttività sono stati notevo­li anche in questa fase ciclica così difficile e questo fenomeno è promet­tente».  Se poi aggiungiamo l'altra componente, l'espansione della forza lavoro (1% annuo negli Usa), arrivia­mo a un 3,5% di crescita potenziale, la stessa stima effettuata dalla Fed.  Niente male per un'economia matura.

E' però davvero difficile, come rico­nosce David, misurare la dinamica della produttività: «è, un concetto in­gegneristico: quanto output fisico per unità di input.  Un problema con una soluzione apparentemente semplice, anche se può essere complicato dai mutamenti di qualità del prodotto. Ma quando si considera l'economia nel suo complesso entrano nel calcolo aspetti non misurabili, come la soddi­sfazione dei consumatori per un au­mento della qualità che non è legata alle semplici prestazioni di un prodot­to».  Poi, per avere davvero una stima attendibile sul cambio di velocità del­la produttività bisogna depurare l'ef­fetto del ciclo sull'intensità di utilizzo dei fattori produttivi, che quando sa­le, nelle fasi di maggior forza espansi­va, incrementa l'efficienza.

Varian insinua un dubbio: quanto della maggiore produzione portata dal­le nuove tecnologie nasce dalla loro pervasività nel tempo di vita, che con­duce a superare la netta separazione tra tempo di lavoro e tempo libero. «Basta pensare al tempo che si impie­ga la sera per rispondere da casa alle e-mail».  Questo effetto può presentar­si come aumento della produttività, perché le ore di lavoro non salgono mentre cresce la produzione, ma non lo è. Ed è un effetto una tantum che non innalza durevolmente il tasso di crescita.

C'è poi la questione, caldissima nel dibattito attuale, dei valori cultura­li che meglio consentono di mettere a frutto il progresso tecnologico.  Di nuovo, emerge un vantaggio america­no sull'Europa: «Siam o liberi di falli­re - ricorda Varian - una, due, tre volte e sempre c'è qualcuno disposto a finanziare la nostra iniziativa».  Per­ché nel modello statunitense «la promozione del proprio stato sociale ed economico è considerata meritoria e non è percepita come qualcosa che può avere un costo sociale», ricorda David.

Il punto è molto importante: in generale, alcune istituzioni che rego­lano la vita sociale nel Vecchio Continente sono il lascito di epoche in cui c'era un reddito basso e l'errore compiuto da un individuo poteva ave­re ripercussioni negative su tutta la collettività. «Una maggiore ricchez­za consente di tollerare meglio il ri­schio», afferma David.  Soprattutto, in un'economia contemporanea ci so­no i meccanismi per distribuirlo meglio, ribatte Vatian, perché in realtà chi ha acquisito un elevato benessere teme di perderlo: «La globalizzazione fa più paura a Piacenza che nel Pakistan».

Ecco un altro attore che interagisce in molte direzioni con l'ICT: la globalizzazione è stata intensificata dalle nuove tecnologie e allo stesso tempo le esalta, consentendo di sfrut­tare economie di scala e mettendo 'm moto più concorrenza e creazione di idee. «Una volta si parlava di fuga di cervelli; adesso la gente ha più possibilità di muoversi e rimanere in contatto, migliorando i prodotti e i modi di produrre», è la tesi di Varian. «Ma chi si sposta è gente ricca», ri­sponde David.  Questo è un altro aspet­to-causa dell'aumento del gap distri­butivo tra le nazioni?

Varian ritiene che i nuovi prodotti accrescono il benessere dei consuma­tori ad ogni latitudine: «Un telefonino non si sa come funziona ma si usa pure in Bangladesh».  Ma David ricor­da che: «La capacità di usare non significa libertà di accesso a un prodotto: più del 70% della popolazione mondiale non ha un telefono per ca­renza di infrastrutture».

Dunque, nel nuovo mondo post 11 settembre, una migliore distribuzione del reddito globale passa attraverso una maggiore dotazione di infrastrut­ture tecnologiche dei Pvs.  Non è una panacea contro tutti i mali e le cause del sottosviluppo, ma un progetto su cui non sarà difficile mobilitare le risorse dei Paesi industrializzati.
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