![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 NOVEMBRE 2001 |
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Da Bobbio a Eco discutendo di illuminismo
Avrei voluto
intervenire nel dibattito sull'Illuminismo lanciato da Eugenio Scalfari su
queste pagine circa un anno fa e poi proseguito per vari mesi con autorevoli
interventi. È perciò con piacere che prendo ora al volo l'occasione che si
presenta grazie alla pubblicazione in volume dell'intera discussione (Attualità
dell'Illuminismo, a cura di Eugenio Scalfari, Laterza, pagg. 130, lire 18.000,
euro 9.30). Ricordo che oltre al nominato vi prendono la parola in ordine
alfabetico: Carlo Bernardini, Norberto Bobbio, Giancarlo Bosetti, Rafl
Dahrendorf, Umberto Eco, Roberto Esposito, Umberto Galimberti, Sergio Givone,
Sebastiano Maffettone, Sergio Moravia, Gianni Vattimo, Lucio Villari e Franco
Volpi. Ricordo anche che il sasso gettato da Scalfari aveva il nome di Isaiah
Berlin. Da che parte stava - era la provocazione - il cuore di Berlin
considerate le sue costanti simpatie per pensatori antiilluministi?
Leggere un
libro è un'esperienza molto diversa dal leggere singoli articoli su un
quotidiano. Siamo di fronte a un evento culturale di natura differente; lo si
gode in un altro modo e se ne ricavano altri effetti di comprensione. Per
esempio si vede bene che l'episodio Berlin è solo una narrazione interna:
Berlin, in definitiva, era illuminista e ci ha detto, da illuminista, che
l'uomo è un "legno storto" e non una bella essenza metafisica. E, per
esempio, prende evidenza il fatto che la cornice narrativa di tutto il
dibattito si identifica con l'affermazione: non possiamo non dirci illuministi.
Cornice
dalla quale non vedo proprio come e perché dovremmo uscire. Non è tutto, ma è
molto importante sottolinearlo. Dunque: non possiamo non dirci illuministi
(come, secondo me, non possiamo non dirci figli di Marx, ma questo a un altro
dibattito che spero prossimo). C'è l'Illuminismo come grande evento storico e
c'è il nostro attuale illuminismo. In proposito osservo, o ripeto, che
l'Illuminismo storico, quello di Voltaire e Diderot ma anche di Hume e di
Kant, non è un sistema di pensiero, anzi, semmai è un antisistema che tenta
di mettere fuori gioco ogni assoluto metafisico. Assomiglia a un
"viaggio" (come dice in conclusione Scalfari) con tanti sentieri e
peripezie, ed è piuttosto (come nota Umberto Galimberti) un "esercizio del
pensiero", una pratica di vita più che una filosofia contemplata. Dal che
ricaviamo anche che i philosophes (e i loro amici inglesi e tedeschi) ci
suggeriscono uno stile di pensiero e un modo di fare filosofia. Già questi sono
buoni motivi per dichiararci oggi illuministi, e per non potere non dirci tali.
Motivi ai quali si aggiungono naturalmente l'affidamento alla ragione (intesa
come ragionevolezza) e il fatto che non possiamo (né dobbiamo) rinunciare allo
strumento della critica. L'espressione completa potrà sembrare usurata ma suona
proprio così: ragione critica.
La quale, se
presa in parola, produce una quantità di effetti. Ne enumero alcuni. Che la
ragione non può essere divinizzata né scritta con la maiuscola, e che dunque
confina subito con le ragioni al plurale e sostiene un'idea di verità non
violenta né unica, implicando un'etica della tolleranza senza condizioni. Che
la ragione è perciò impura (corrispondente al "legno storto" che
siamo) e chiede ogni volta che si ripeta il gesto kantiano di una critica della
ragione pura con l'evidenziazione dei suoi limiti. Che questa ragione non può
essere possesso di alcuni, ma deve essere pratica di tutti, pubblica,
conflittuale, sottoposta alle regole e ai limiti dell'intesa e quindi anche
ogni volta revocabile. Sono punti sui quali dovremmo essere tutti d'accordo:
"dovremmo". Punti ovvi ma non scontati e che in realtà pratichiamo
con fatica, talvolta solo come ideologie di facciata.
Perciò non
possiamo non dirci illuministi. E sarebbe buona cosa che andassimo a leggere
gli Illuministi, che crediamo di avere già letto e che poi non sono così facili
da leggere con il dovuto rispetto. Scoprendo magari che anche Nietzsche non
poteva non dirsi illuminista. E Heidegger? Insomma, ripercorrendo una pista
culturale che è impossibile denegare, e sulla quale si innestano quasi tutte le
altre piste, all'apparenza anche opposte. Naturalmente, poiché l'Illuminismo
apre l'orizzonte degli intendimenti e lo scenario dei rischi che sono
intrecciati alla pratica radicale della ragionevolezza, esso è stato caricato
di fraintendimenti e fin da subito esposto alle scorciatoie dell'irrigidimento.
Ogni volta quella "r" rischia di diventare una "R", ed è su
questo confine assai mobile e spesso elusivo che dobbiamo esercitare il massimo
di vigilanza critica. Il libro di cui sto parlando mi pare molto utile proprio
per l'esercizio di questa vigilanza.
Freccia o
bersaglio? Direi che il nostro illuminismo è sia il bersaglio sia la freccia.
Bersaglio perché è vero che in fatto di ragionevolezza versiamo in una
situazione parecchio deficitaria, ed è dunque su un plus di ragione che
dobbiamo puntare. Ma anche freccia, perché soltanto con il veicolo e la punta
della critica possiamo contenere il margine di errore e limitare gli effetti
collaterali. Il bersaglio non può essere colpito una volta per tutte, la
ragionevolezza non ha un compimento, è semmai un compito infinito. La freccia è
la consapevolezza di questo limite necessario e non potrà che essere a sua
volta un'arma limitata e continuamente messa in discussione.
Ma è
un'arma. E questo ha molto a che fare con il nostro illuminismo come esercizio
e pratica. Ai tanti nomi di pensatori evocati dal dibattito vorrei aggiungere
quello di Michel Foucault, il quale a un certo punto ha riflettuto a fondo su
Kant, l'Illuminismo e la critica (cfr. Illuminismo e critica, Donzelli)
introducendo questi temi nella sua preziosissima ricerca sull'assoggettamento.
Richiamo Foucault perché ha evidenziato con particolare vigore il carattere
"politico" della critica appunto come arma. La critica
(illuministica) non è mai un semplice atto di tipo intellettuale ma mette in
gioco il governo di sé e degli altri. Con la critica, gli assoggettati (come
tutti noi siamo) producono, o comunque tentano di produrre, una resistenza e
uno spazio di autodeterminazione nel tessuto del potere.
Nel nostro non potere non dirci illuministi si disegna così meglio un ruolo intellettuale e insieme una responsabilità. Certo etica, ma anche e soprattutto politica.