![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 NOVEMBRE 2001 |
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Mai
si è sentita come oggi la necessità di definire cos'è «Occidente». Prendiamo il movimento no global, che del
tutto legittimamente si oppone all'intervento militare in Afghanistan. A ben vedere il contenuto più radicale di
quello stesso movimento, e cioè la cittadinanza universale, l'idea kantiana ed
«etnocentrica» che esistono uguali diritti in qualsiasi parte del globo, se
non porta alla «guerra di civiltà» certo si mostra pochissimo conciliante verso
ciò che non è occidentale! Forse prima
ancora di stabilire se la nostra civiltà sia superiore alle altre, occorrerebbe
capire di cosa è fatta, quali sono le sue radici, come convivono o confliggono
le sue molte contraddizioni (e, come per il socialismo, esistono un Occidente
dei valori e un Occidente reale ... ). Proviamo a farlo con l'aiuto di un grande
storico delle idee, Isaiah Berlin (vedi il recente Le radici del romanticismo, Adelphi, pagine 257, lire 55.000) e
partendo dal cuore stesso del relativismo culturale, che, a differenza di quanto
ritiene Panebianco, non deriva da un inconfessato nichilismo. Montesquieu sosteneva - in modo per tutti
scandaloso che aveva ragione Montezuma a spiegare a Cortés che la religione
cristiana andava benissimo per la Spagna ma quella atzeca era la migliore per
il suo popolo. Questo tra l'altro
apprendiamo da Berlin, il quale ci invita a riflettere sulle due figure
centrali, di «Padri del romanticismo», di Herder e Kant, figure anche molte
diverse ma tra loro complementari.
Per
Herder ogni cultura è egualmente incantevole: Babilonia, la Grecia, l'Egitto,
l'India, il Medioevo, e anzi «vuole che ogni cosa sia, per quanto possibile,
ciò che può essere». Per lui «la
varietà e la differenza non sono soltanto un fatto, ma uno splendido
fatto». Da allora, secondo Berlin, il
razionalismo europeo, con la sua idea di vita perfetta per tutti gli esseri
umani, non si è più ripreso. Kant
invece «era virtualmente intossicato dall'idea della libertà umana». Tanto che, pur essendo un professore di
vecchio stile, molto convenzionale e molto metodico, applaudi alla rivoluzione
francese (Terrore compreso) e a quella americana. In un certo senso va considerato come «il padre della nozione che
lo sfruttamento è un male», una nozione quasi inesistente prima di lui. Certo, Kant resta un figlio dell'illuminismo
nella convinzione che a tutte le domande la ragione deve dare necessariamente
la stessa risposta, universalmente valida.
Ma quest'idea assoluta di libertà, di volontà incoercibile e creatrice,
ha conseguenze incalcolabili; e ci ricorda Berlin, trova una sua perversa
realizzazione quando all'individuo vengono sostituite entità collettive
(nazioni, stati, classi, partiti ... )
Ora,
il romanticismo si può ovviamente definire in molteplici modi, anche opposti:
attrazione per i fantasmi e le tenebre, ma anche amore verso ciò che è
familiare e verso la semplice umanità rurale.
E probabilmente tutto il bene e il male dell'Occidente derivano proprio
da lì, dalla stessa fonte. Eppure il
romanticismo, sempre secondo Berlin, coincide con un'idea assolutamente
eversiva, che cioè non esiste una e una sola risposta vera alle molteplici
domande umane, ma tante risposte egualmente vere e soprattutto non
vicendevolmente compatibili. Non si dà
insomma alcun universo armonioso nel quale ideali umani diversi tra loro
potrebbero convivere. Ma vorrei ora
soltanto sfiorare due aspetti fondamentali del discorso di Berlin, pur
articolatissimo, che mi sembrano di rovente attualità. Innanzitutto l'ammirazione - tutta romantica
- per ciò che è eroico, per il martirio in sé, per l'autosacrificio e la
dedizione a un ideale. Proprio sulla
figura di Maometto si scontrarono alla fine del '700 le due opposte versioni,
di Voltaire e Carlye, il quale ne ammirava la incandescente «forza elementare»,
la capacità di avere molti seguaci.
Come sappiamo e come onestamente ha scritto Susan Sontag i kamikaze di
New York possono essere accusati di tutto (ferocia, follia distruttiva,
disumanità) ma non di viltà.
Cosa dobbiamo fare? Restare affascinati, magari per un istante, dalla loro «purezza» e intrepida dedizione? No, credo che invece dobbiamo riformulare questo motivo tipicamente romantico e ammirare un eroismo che non sia separato dalla pietas, da una elementare umanità, dal senso della nostra fragilità (come ci mostra in fondo la grande tradizione epica): proviamo ad immaginare l'epopea anonima, silenziosa, certo poco spettacolare e poco «televisiva», di vigili del fuoco e soccorritori. Quanto all'idea che non esiste un'unica risposta agli interrogativi umani, un'unica forma di conoscenza (acquisita la quale si vivrebbe tutti felici), credo che la coscienza tragica di questa pluralità «ontologica» costituisca la premessa per un saggio ridimensionamento della politica stessa. Soltanto se siamo convinti che i valori più alti sono perlopiù incompatibili tra loro potremo convertirci ad una politica pragmatica del compromesso. Non so se ci salveranno, come auspica Berlin, i «romantici moderati», contrapposti a quelli sfrenati. Ma certo la sua tendenziosa «lettura» del romanticismo, e soprattutto quell'incrocio prezioso tra il relativismo di Herder e l'universalismo di Kant (entrambi indispensabili), potranno utilmente ispirare la discussione sulla nostra civiltà.