RASSEGNA STAMPA

10 NOVEMBRE 2001
FILIPPO LA PORTA
MILLE RISPOSTE ALLE MILLE DOMANDE UMANE

Mai si è sentita come oggi la necessità di definire cos'è «Occidente».  Prendiamo il movimento no global, che del tutto legittimamente si oppone all'intervento milita­re in Afghanistan.  A ben vedere il contenuto più radicale di quello stesso movimento, e cioè la cittadinanza universale, l'idea kantiana ed «etnocentrica» che esistono uguali diritti in qualsia­si parte del globo, se non porta alla «guerra di civiltà» certo si mostra pochissimo conciliante verso ciò che non è occidentale!  Forse prima ancora di stabilire se la nostra civiltà sia superiore alle altre, occorrerebbe capire di cosa è fatta, quali sono le sue radici, come convivono o confliggono le sue molte contraddizio­ni (e, come per il socialismo, esistono un Occidente dei valori e un Occidente reale ... ). Proviamo a farlo con l'aiuto di un gran­de storico delle idee, Isaiah Berlin (vedi il recente Le radici del romanticismo, Adelphi, pagine 257, lire 55.000) e partendo dal cuore stesso del relativismo culturale, che, a differenza di quan­to ritiene Panebianco, non deriva da un inconfessato nichili­smo.  Montesquieu sosteneva - in modo per tutti scandaloso ­che aveva ragione Montezuma a spiegare a Cortés che la religio­ne cristiana andava benissimo per la Spagna ma quella atzeca era la migliore per il suo popolo.  Questo tra l'altro apprendiamo da Berlin, il quale ci invita a riflettere sulle due figure centrali, di «Padri del romanticismo», di Herder e Kant, figure anche molte diverse ma tra loro complementari.

Per Herder ogni cultura è egualmente incantevole: Babilonia, la Grecia, l'Egitto, l'India, il Medioevo, e anzi «vuole che ogni cosa sia, per quanto possibile, ciò che può essere».  Per lui «la varietà e la differenza non sono soltanto un fatto, ma uno splendido fatto».  Da allora, secondo Berlin, il razionalismo euro­peo, con la sua idea di vita perfetta per tutti gli esseri umani, non si è più ripreso.  Kant invece «era virtualmente intossicato dal­l'idea della libertà umana».  Tanto che, pur essendo un professo­re di vecchio stile, molto convenzionale e molto metodico, applaudi alla rivoluzione francese (Terrore compreso) e a quella americana.  In un certo senso va considerato come «il padre della nozione che lo sfruttamento è un male», una nozione quasi inesistente prima di lui.  Certo, Kant resta un figlio dell'illumini­smo nella convinzione che a tutte le domande la ragione deve dare necessariamente la stessa risposta, universalmente valida.  Ma quest'idea assoluta di libertà, di volontà incoercibile e creatri­ce, ha conseguenze incalcolabili; e ci ricorda Berlin, trova una sua perversa realizzazione quando all'individuo vengono sostitu­ite entità collettive (nazioni, stati, classi, partiti ... )

Ora, il romanticismo si può ovviamente definire in molteplici modi, anche opposti: attrazione per i fantasmi e le tenebre, ma anche amore verso ciò che è familiare e verso la semplice umanità rurale.  E probabilmente tutto il bene e il male dell'Occidente derivano proprio da lì, dalla stessa fonte.  Eppure il romanticismo, sempre secondo Berlin, coincide con un'idea assolutamente eversiva, che cioè non esiste una e una sola risposta vera alle molteplici domande umane, ma tante risposte egualmente vere e soprattutto non vicendevolmen­te compatibili.  Non si dà insomma alcun universo armonioso nel quale ideali umani diversi tra loro potrebbero convivere.  Ma vorrei ora soltanto sfiorare due aspetti fondamentali del discor­so di Berlin, pur articolatissimo, che mi sembrano di rovente attualità.  Innanzitutto l'ammirazione - tutta romantica - per ciò che è eroico, per il martirio in sé, per l'autosacrificio e la dedizio­ne a un ideale.  Proprio sulla figura di Maometto si scontrarono alla fine del '700 le due opposte versioni, di Voltaire e Carlye, il quale ne ammirava la incandescente «forza elementare», la capa­cità di avere molti seguaci.  Come sappiamo e come onestamente ha scritto Susan Sontag i kamikaze di New York possono essere accusati di tutto (ferocia, follia distruttiva, disumanità) ma non di viltà.

Cosa dobbiamo fare?  Restare affascinati, magari per un istante, dalla loro «purezza» e intrepida dedizione?  No, credo che invece dobbiamo riformulare questo motivo tipicamente romantico e ammirare un eroismo che non sia separato dalla pietas, da una elementare umanità, dal senso della nostra fragili­tà (come ci mostra in fondo la grande tradizione epica): provia­mo ad immaginare l'epopea anonima, silenziosa, certo poco spettacolare e poco «televisiva», di vigili del fuoco e soccorritori.  Quanto all'idea che non esiste un'unica risposta agli interrogati­vi umani, un'unica forma di conoscenza (acquisita la quale si vivrebbe tutti felici), credo che la coscienza tragica di questa pluralità «ontologica» costituisca la premessa per un saggio ridi­mensionamento della politica stessa.  Soltanto se siamo convinti che i valori più alti sono perlopiù incompatibili tra loro potre­mo convertirci ad una politica pragmatica del compromesso.  Non so se ci salveranno, come auspica Berlin, i «romantici moderati», contrapposti a quelli sfrenati.  Ma certo la sua tenden­ziosa «lettura» del romanticismo, e soprattutto quell'incrocio prezioso tra il relativismo di Herder e l'universalismo di Kant (entrambi indispensabili), potranno utilmente ispirare la discussione sulla  nostra civiltà.
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