![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 NOVEMBRE 2001 |
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tre diritti fondamentali in questa epoca di scontro di civiltà: libertà civili
e politiche, diritto al lavoro e all'autorealizzazione
Bolaffi
e Marramao: due filosofi si confrontano sulla nuova rotta da seguire
Metti che due filosofi
politici, suppergiù coetanei, decidano di sedersi a un tavolo con un registratore. Per raccontare la loro parabola generazionale, cosi come s'è
dipanata negli ultimi decenni. E per tentare di aggiornare la rotta,
riassestando le idee sul corso del
mondo. Potrebbero venirne fuori
sproloqui. O confessioni reducistiche, specie se i due si sono formati in pieno
sessantotto. In passato è già accaduto,
e con interlocutori illustri. E il tentativo
non ha lasciato tracce, se non fiumi di inchiostro malinconici. Invece, nel caso di Angelo Bolaffi e
Giacomo Marramao, il tandem ha funzionato.
E il verbale merita di essere conservato: Frammento e sistema (Donzelli, pagine 173, lire 18.000). Conservati
dai più giovani e anche da quelli - che immersi nella medesima temperie -
volessero capire quel che hanno pensato, lungo gli anni, due ex giovani
neo-marxisti di fine anni sessanta. I
quali, pur senza essere «pentiti», han mutato a fondo il loro modo di pensare.
Bolaffi e Marramao sono due
filosofi politici, entrambi legati in origine all'«impero filosofico del
Reich», alla Germania. Studioso di
Weimar e di Weber, il primo. Direttore
della Fondazione Basso il secondo: ermeneuta del «tempo» e del nesso
«potere-secolarizzazione», studioso di Mondolfo. Allievo di Colletti, il primo.
Di Eugenio Garin il secondo.
Due
marxisti inizialmente, autori vent'anni fa su Rinascita di un articolo intitolato «Chi, ha paura di Bad Godesberg?», che suscitò reprirnende. Oggi
approdati a un pensiero di sinistra democratica, che fa perno sui diritti in
era di globalizzazione. E
sull'universalismo in era di differenze ed «etiche in conflitto.
Frammento e sistema sono i due corni del dilemma ricorrente nel
libro. Quello profilatosi con la crisi
del marxismo già negli anni settanta. E
che vedeva il nichilismo decostruttivo opporsi alla grande sintesi ideologica
incrinata. Sino al dilemma attuale,
che vede sul pianeta lo scontro/incontro tra dimensione globale e dimensione
locale (il «glocale»). Con l'avvertenza
però che non di topografia si tratta.
Bensì di «sinergia-allergia».
Compenetrazione tra simultaneità dell'economia mondiale, e «reazione
allergica» di identità culturali attivate e schiacciate dal global-market. Prima di entrare in questa sindrome
d'epoca, sprigionata dal 1989, soffermiamoci sul cammino anteriore dei due studiosi. E' la crisi del marxismo e
del comunismo lo snodo. E poi, in
entrambi, la scoperta di alcune questioni capitali. La crisi di rappresentanza democratica. I divieti dei corporativismi
incrociati. La paralisi della
decisione. Lo svelarsi nichilistico
della politica «infondata», dissolte ormai le filosofie della storia. E perciò, Schmitt e Kelsen. Nietzsche e Heidegger. E la tragedia di Weimar, laboratorio di una
democrazia avanzata che collassa, plebiscitariamente, per eccesso di domande
nel 1933. Ma il tutto ben dentro lo
scontro Oriente-Occidente, nel cuore d'Europa.
Notazione interessante a due: il totalitarismo è frutto dell'esplosione
moderna del pluralismo. In una realtà
«massificata dalla tecnica» (Marramao).
E senza più il freno del «diritto naturale» e dello «Ius pubblicum europaeum» (Bolaffi). Cruna d'ago per scorgere il futuro cioè l'oggi - è così il balzo
nel passato della democrazia, «prima» della catastrofe continentale del '900.
Gli addentellati a ritroso?
Ben prima del fascismo e del comunismo, stanno in due modelli: lo stato
nazione «tellurico-continentale», e lo «stato «oceanico» di tipo
anglo-americano. Sovranità territoriale
e arcipelago sovrano, secondo la vecchia profezia di Karl Schmitt. E arriviamo all'altro fulcro della
discussione. Si è eclissato il Leviatano,
sia nella forma territoriale che in quella «transmarina»? Marramao propende per il sì, come pure
Bolaffi. E qui forse esagerano, benché poi il primo scorga nuovi «Microleviatani»
sulla mappa del dopo '89. Infatti, non
solo ci sono le nuove entità nazionaliste, attivate dal crollo comunista. Ci sono anche gli Usa, rimasti unici
arbitri. E quanto all'Europa, ci son
gli stati-guida al suo interno, per nulla intenzionati a rinunciare al loro
«direttorio». Poi c'è la Russia,
neo-stato nazionale, in lizza geopolitica.
E la Cina. E i fondamentalismi a
base etnico-nazionale. Vince un nuovo
bellum omnium contro omnes, per
giunta planetario? Bolaffi ne è
preoccupato. Al punto da rivalutare
l'istanza del «diritto naturale» -
contro il decisionista Schmitt e contro il relativista Kelsen - come garanzia
cosmopolita armata di forza. Marramao al contrario diffida di ogni «etica
normativa», da imporre con i ragionamenti duri del «contratto sociale», e della
filosofia analitica anglosassone (John Rawls). E quindi con l'imperium degli
stati più forti, bardati di tornado e «diritto positivo». E allora? Qui la
filosofia sconta il suo limite sugli scogli del mondo. Come convincere un
Talebano ha gli stessi
diritti dell'uomo? Che l'« Altro» ha gli stessi diritti
dell'islamico? E viceversa, come
convincere un «leghista», a dismettere la sua intolleranza? Insomma, siamo tutti «stranieri morali» nel
mondo che ci divide, e che però ci avvicina in tempo reale e simultaneo. Può bastare, come suggerisce Marramao, lo
scambio di reciproche narrazioni tra «diversi»? O una «fusione di orizzonti»,
basata sulla medesima «capacità simbolizzante» che tutti ci accomuna sotto
ogni latitudine? Forse no, senza arene
internazionali del diritto, legittimate da forza e da consenso.
Altra questione, molto
dibattuta nel dialogo: il nesso «interessi- valori-identità». Ebbene, è giusta la proposta di una
«politica universalista delle differenze» avanzata da Marramao, inclusiva di
una «Magna carta dei diritti biologici».
Ma perché il tutto non si risolva in un «elegante escamotage» o in «deregulation morale» - come teme Bolaffi - non
basta denunciare le opposte prigioni del «comunitarismo» e
dell'«individualismo». Occorre invece
isolare un serie di valori davvero portanti e irrinunciabili. A far da filtro, al di sopra delle
«differenze» individuali e di gruppo. E
perciò, libertà politiche e civili. Diritto
all'« autorealizzazione», inclusa l'attuazione della propria specificità
culturale. Diritto alla fecondazione
assistita, nel rispetto dei nascituri. Limiti alle manipolazioni genetiche del
vivente. E diritti economici: lavoro,
bisogni di base, welfare. In tal senso
è ben vero che l'«interesse economico», senza «forme simboliche», non si
esprime (Marramao). E' cieco ed afono.
Ma non per questo il «conflitto distributivo» finisce. Al contrario, proprio l'esplodere delle
«differenze» segnala l'irruzione dell'«economia-mondo-ineguale», che
acuisce il conflitto di
culture. E impone quindi politiche
economiche post-liberiste, per sedare lo «Scontro di civiltà» che insidia dal
di dentro e dal di fuori l'Occidente (e Huntington non ignora le «faglie
interne» all'Occidente!).
Il capitolo finale del libro porta impressa l'eco delle Twin-Towers. E vi rimbalzano tutti i temi precedenti. Per Bolaffi e Marramao è ormai fine del «Secolo americano» e unipolare. Una fase che impone di rilanciare il dialogo inter-culturale. Assieme a una nuova geopolitica a più attori. A partire - con Walter Benjamin - dall'«infelicità degli ultimi», non dal Bene come «Virtù occidentale». Nondimeno, per capire la tragedia, non basta dire che il primum movens del fondamentalismo è la «nevrosi identitaria» di un certo Islam subalterno (Marramao). La domanda è: da chi, e perché, quell'Islam radicale, povero e ricco, è stato eccitato? Per quale disegno geopolitico ed economico? Per uscire dal nuovo luttuoso disordine mondiale - oltre la guerra al terrorismo - dobbiamo continuare a chiedercelo. Malgrado gli inviti patriottici al silenzio del professor Panebianco.