RASSEGNA STAMPA

5 NOVEMBRE 2001
FRANCESCO D'AGOSTINO
Violata l'etica, questa è una manipolazione

Cominciamo con una piccola storia, che non vuol essere (troppo) irriverente.  Si racconta che un giorno venne narrata Voltaire la pia leggenda del martirio del vescovo Dionigi.  Caduto nelle mani dei persecutori, Dionigi venne condannato a morte per decapitazione.  Subita la pena, si sarebbe rialzato, avreb­be raccolto con le mani la propria testa e se ne sarebbe tornato a Parigi, girando per tutta la città, tenendola sotto il brac­cio.  Il commento di Voltaire: in questi casi, ciò che conta è il primo passo.  Qualcosa del genere potremmo dirla a proposito delle notizie sulla clonazione di un embrione umano che ci giungono dagli Usa e che è facile prevedere ­si moltiplicheranno ben presto.  Del resto è dal 1997, da quando fu clonata la peco­ra Dolly, che scienziati e bioeticisti di tutto il mondo si aspettavano un annun­cio come quello della scorsa domenica, l'annuncio del superamento di quell'ulti­ma frontiera, assieme biologica e simboli­ca, che è la clonazione umana.

Le prime reazioni a questo annuncio sono state genericamente negative, ma anche significativamente differenziate, Accanto a coloro che hanno ribadito le ormai note critiche contro la clonazione umana, come attentato alla dignità della persona e al suo diritto alla tutela della sua identità individuale, c'è stato chi ha osservato che il processo è ancora lungo e complesso, che l'itinerario che la genetica deve percorrere è ancora pieno di mille insidie e che quindi, nonostante i trionfalistici annunci che abbiamo ascol­tato, siamo in una fase (è il caso di dirlo) ancora troppo embrionale della ricerca per poter giustificatamente stappare le bot­tiglie di champagne.  E c'è chi ha sottolineato che la finalità dei ricercatori ameri­cani è solo quella di ottenere risultati utili alla terapia di gravi patologie, che cioè ci troviamo di fronte a ricerche di clonazio­ne terapeutica e non di clonazione ripro­duttiva.  Come dire: c'è una clonazione buona (quella terapeutica) e una clonazione cattiva (quella riproduttiva): non strappiamoci le vesti anzi tempo, nessun ricer­catore è cattivo, quello che tutti vogliono è solo portare un contributo al progresso della medicina (ma naturalmente nessuno è così ingenuo da non capire che le tecni­che utili a realizzare la clonazione buona sono in definitiva assolutamente le stesse che potrebbero essere usate per realizzare la clonazione cattiva).

C'è chi si è dichiarato stupefatto: perché ricorrere a embrioni clonati, quando per fini terapeutici si stanno dimostrando sempre più promettenti le cellule stamina­li ottenute non da embrioni, ma dagli stessi organismi adulti su cui si vorrebbe intervenire terapeuticamente?  Argomentazione ragionevole, ma eticamente curio­sa: è come se si condannasse il rapinatore non per quello che oggettivamente fa (la rapina), ma per quello che non fa: optare per le numerose, non rischiose e non stressanti e magari ben più lucrose attività lavorative del tutto lecite che la società generosamente gli offrirebbe.  Altri anco­ra hanno deprecato che tali ricerche siano state finanziate con capitali privati e non pubblici e hanno ipotizzato che gli inte­ressi economici in materia devono essere enormi.  Ipotesi assolutamente ragionevo­le; ma il fatto che esistano interessi privati economici non implica che essi siano di per sé stigmatizzabili, né qui questo dato, sempre di per sé, può togliere al alcunché al merito dei ricercatori (ove si dimostrasse scientificamente significativo ed eticamente non biasimevole il loro operato).

E infine c'è chi, come Renato Dulbecco, in un lucido articolo apparso ieri su Repubblica, che afferma che ciò che è avvenuto in America «non ha niente a che fare con la clonazione di un individuo umano... perché da questo processo non viene fuori né un embrione comple­to, né tanto meno un individuo adulto».  Si sarebbe trattato unicamente di un espe­rimento che avrebbe avuto per oggetto un mero agglomerato di cellule.  E poiché la manipolazione delle cellule non crea alcun problema bioetico, sembra che Dul­becco (anche se per la verità non lo dice in modo esplicito) voglia concludere shakespearianamente: much ado about nothing, molto rumore per nulla.

Torniamo all'osservazione di Voltaire: in certe circostanze - e questa è una di quelle - ciò che conta è il primo passo.  Non rilevano le difficoltà con cui i ricer­catori devono ancora fare i conti: abbiamo fiducia nella scienza, sappiamo che verranno prima o poi (anzi, più prima che poi) superate.  Né conta la differenza tra finalità terapeutica e finalità riprodutti­va della clonazione.  Dovremmo avere imparato tutti a scuola che di per sé il fine morale non giustifica i mezzi utilizzati per conseguirlo, se si è trattato di mezzi immorali.  Sappiamo che tante vol­te i medici, pur mossi dalle migliori intenzioni, hanno fatto penetrare nella medici­na e nella ricerca biomedica pratiche disumane, di cui, incredibilmente, non riusci­vano a percepire la gravità morale (una delle ragioni della nascita e del velocissi­mo sviluppo della bioetica è dipesa pro­prio dall'esigenza di non abbandonare alla loro - eventuale - cecità morale medici e scienziati e comunque di non lasciarli soli).  Né ci possiamo consolare dicendo che in fondo gli scienziati americani si sono limitati a operare su meri agglomerati di cellule, dato che in fondo che cosa altro è ciascuno di noi se non un mero agglomerato di cellule?

La questione, e dispiace riscontrare che Dulbecco non l'avverte, sta in que­sto: che quello che egli chiama agglome­rato di cellule è stato progettato non solo come embrione, ma come un autentico embrione umano clonato.  E anche ammet­tendo, come sostiene Dulbecco, che lo si sia intenzionalmente prodotto solo per ottenere cellule staminali e che a questo fine lo si sia lasciato differenziare in modo non completo, la questione etica non cambia: si è data la vita e si è manipolato un essere umano per renderlo strumento degli interessi di altri esseri umani.  Si è insieme violato il principio fondamentale dell'etica laica, il principio kantiano: "tratta gli altri come fini e non semplicemente come mezzi" e il princi­pio fondamentale dell'etica religiosa (e non solo cristiana): "difendi la vita".
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Bioetica