![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 NOVEMBRE 2001 |
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I fondi (pochi) non premiano né i
migliori né i giovani
Scienziati,
giovani ricercatori e docenti universitari hanno dato voce di recente a
un'ennesima protesta per la cronica carenza di investimenti. Qualcuno ha
scoperto che il nostro Paese è solo al ventesimo posto nel mondo per quanto
riguarda l'innovazione e la tecnologia. Non manca chi sostiene che la nostra
ricerca non è volta all'innovazione, ma alla stanca perpetuazione delle diverse
categorie di ricercatori e docenti universitari. Sono cose sulle quali è
opportuno meditare, se si hanno a cuore le sorti del nostro Paese in un futuro
sempre più tecnologico e sempre più competitivo. In Italia i soldi per la
ricerca sono pochi, anzi pochissimi. E sono anche spesi male, perché
distribuiti secondo criteri che poco o niente hanno a che fare con gli
effettivi meriti di chi viene finanziato. Inoltre non si capisce che la ricerca
oggi va fatta con strutture e apparecchiature che, per essere all'altezza della
situazione, devono essere rinnovate ogni tre quattro anni. Infine non ci si
rende conto del fatto che il grosso della ricerca moderna richiede costose
infrastrutture e una grande organizzazione.
Insomma:
servono sì soldi, ma anche meritocrazia e organizzazione.
Vediamo il primo punto, quello dell'entità dei fondi per la ricerca. Investiamo in questo settore meno dell'1 per cento del nostro prodotto interno lordo, meno della metà di quanto fanno molti Paesi ricchi e un sesto di quanto fanno i Paesi ad alto sviluppo. Non so come vengano definiti questi conti, ma ritengo che le cifre reali degli investimenti siano ancora più basse. I fondi che vanno direttamente alla ricerca non saranno più dello 0,2-0,3 per cento del prodotto interno lordo. Ciò è assolutamente inac cettabile. Ho appena affermato che la mancanza di fondi non è l'unico problema. Ma di certo è un problema. L'abbondanza di investimenti serve ad oliare gli ingranaggi del sistema. Nel campo della biomedicina, ad esempio, la Germania venticinque anni fa era praticamente a terra. Una serie massiccia di investimenti pubblici ha portato la ricerca biologica tedesca ai primi posti, la successiva incentivazione alla formazione di compagnie biotecnologiche private ha compiuto l'opera. Il punto cruciale del nostro sistema è tuttavia quello del mancato riconoscimento del merito, tanto per ciò che riguarda i finanziamenti quanto per lo sviluppo delle carriere. Il disconoscimento del merito prende almeno due forme: la mancanza di un adeguato finanziamento dei progetti migliori e la penalizzazione dei giovani. Alla fine dei conti vengono finanziati, male, un po' tutti i progetti presentati. Così quasi nessuno dei finanziamenti è sufficiente a far lavorare con tranquillità. Non tutti i soldi possono inoltre essere spesi con profitto, data la cronica carenza di spazi e attrezzature. A progetto concluso nessuno controlla la consistenza e l'importanza del lavoro fatto. E si ricomincia da capo. Il sistema non raggiunge il collasso perché, in questa gigantesca lotteria, la dea bendata concede a quasi tutti qualche soldo per lavorare: tutti finiscono con l'accontentarsi e c'è qualcuno che, fortunatamente, fa anche buon uso dei fondi che vengono assegnati. Quelli che ci rimettono sono i più bravi e, quasi sempre, i più giovani. Nei Paesi anglosassoni si può trovare facilmente un trentenne a capo di un dipartimento di ricerca. Uno dei premi Nobel per la Medicina di quest'anno, l'inglese Paul Nurse, è stato messo a capo del prestigioso e ricchissimo Imperial Cancer Research Institute di Londra a poco più di trentacinque anni. Da noi un trentenne ottiene molto raramente dei finanziamenti e, se pure li ottiene, incontra problemi enormi per poterli poi spendere in maniera adeguata. Non conta niente, non ha grandi speranze di carriera e non può fare piani per il futuro. La mancanza di finanziamenti e, soprattutto, la mancanza di un'adeguata pianificazione della spesa si riflettono poi nell'arretratezza delle apparecchiature e nella scarsezza delle infrastrutture e di tutti quegli aspetti organizzativi che sono oggi così importanti nella ricerca. Non si può fare niente per migliorare la situazione? Certo che si può. Occorrono subito più soldi, almeno tre volte superiori a quelli attuali, ma occorre anche un cambiamento di mentalità, un'apertura verso i giovani e la valutazione del merito. Per questo ci vorrà tempo, diciamo un piano di risanamento almeno decennale, che investa sì l'organizzazione della ricerca, ma anche il funzionamento delle Università e magari la visione che della ricerca e del lavoro scientifico viene data già ai ragazzi della sc uola media. Non si tratta in fondo nemmeno di inventare tutto partendo da zero. Basterebbe osservare quanto hanno fatto altre Nazioni e tentare di imitarne gli aspetti più positivi. Chi vuole cominciare?