![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 NOVEMBRE 2001 |
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^battista^
%vita%
[Colletti, il professore e gli allievi
testoni
Tra filosofia e politica, un frondista col gusto della battuta
Lucio
Colletti è morto ieri mentre faceva il bagno nel laghetto termale "Il
calidario" di Venturina, in provincia di Livorno. Nonostante la prontezza
dei soccorsi e i tentativi di rianimazione, è morto per "sindrome da
annegamento con arresto cardiocircolatorio". Lucio Colletti, filosofo e
opinionista, deputato di Forza Italia, era nato a Roma l'8 dicembre 1924.
Coniugato, lascia due figlie. Dopo avere insegnato a Messina e a Salerno, è
stato ordinario di Filosofia della storia e di Filosofia teoretica
all'Università La Sapienza di Roma. Studioso dell´Illuminismo, del marxismo e
di Benedetto Croce, ha scritto fra l´altro Il marxismo ed Hegel, Ideologia e
società, Il marxismo e il crollo del capitalismo, Intervista
politico-filosofica e Tramonto dell'ideologia. Domani, a Montecitorio, sarà
allestita una camera ardente. Sarà sepolto al cimitero del Verano. Molte le
reazioni di cordoglio. Il presidente del Senato, Marcello Pera, ha ricordato lo
"spirito irriverente, sarcastico ma libero, sempre libero" di
Colletti, uomo "acuto, profondo, colto, doti che ha portato in politica
quando ha aderito a Forza Italia". "Piango la morte di un amico"
ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aggiungendo che
Colletti "è stato un´anima critica di Forza Italia e ha contribuito alla
crescita di un movimento liberale che dal suo pensiero ha tratto stimoli e
insegnamenti". Dall´Inghilterra anche lo storico Denis Mack Smith lo ha
celebrato come "un intellettuale dal carattere forte, decisivo e incisivo,
un polemista straordinario, uno dei pochi pensatori italiani che sapeva animare
il dibattito politico e culturale".
Quando nel
`74 uscì il libro con cui rompeva con il marxismo, a sinistra molti vissero il
suo congedo come un lutto culturale e cominciarono a nutrire un rancore
inestinguibile: appena mitigato dalla simpatia umana che ispirava a tutti
Se non
capivi la differenza filosofica tra "opposizione reale" e
"contraddizione dialettica" con Lucio Colletti avevi chiuso. Ma se
seguivi una lezione di Colletti in cui la concatenazione logica, i nessi
concettuali si snodavano con una limpidezza sbalorditiva e se al termine di
questo percorso intellettuale in cui da una parte c´era Kant, l´"opposizione
reale", la mentalità scientifica, la libertà politica, l´illuminismo
culturale e dall´altra c´era Hegel, la "contraddizione dialettica",
il misticismo politico, l´autoritarismo, la manipolazione ideologica della
realtà, se dopo tutto questo non capivi, allora eri irrimediabilmente un
"testone", meritevole dei sarcasmi pungenti di Lucio Colletti,
oggetto della sua inarginabile ironia, vittima predestinata delle battute più
fulminanti che il professore dagli occhi cerulei e dall´inconfondibile eloquio
romanesco riservava ai reprobi e ai testoni. Anche perché Colletti, con la sua
aria scanzonata e quell´atteggiarsi da cinico dandy della cultura e della
politica, al contrasto irriducibile tra "opposizione reale" e
"contraddizione dialettica" ci credeva. E ci credeva così tanto da
farne la base del suo prolungato, doloroso, problematico congedo dal marxismo.
Nel 1974 lo spiegò nella sua Intervista politico-filosofica con Perry Anderson,
pubblicata da Laterza. In quel libro ruppe fragorosamente col marxismo. Alcuni
suoi allievi, sgomenti e impazienti, alla vigilia dell´uscita del libro
spacchettarono nottetempo, nel magazzino di una rinomata libreria di sinistra
di Roma, "l´Uscita", le prime copie dell´addio collettiano al
marxismo. Non si trattava di un furto vero e proprio, perché il titolare della
libreria, "un compagno", era al corrente dell´azione predatoria degli
studenti di Colletti. Ma si trattò certamente della percezione di una svolta
che avrebbe lasciato il segno nella cultura italiana di sinistra. Spesso, in
questi ultimi anni, il Colletti professore di Forza Italia guardava da lontano
i deputati di sinistra oramai imbolsiti sulla cinquantina: "Dicono che
sono stati tutti miei allievi". E aggiungeva mordace, sulle labbra la
sigaretta immancabilmente amputata del suo benefico filtro e le dita della mano
destra ingiallite dall´iper-contatto nicotinico: "O non mi sono fatto
capire o quei testoni non hanno capito un c...". Diceva così, perché il
turpiloquio colloquiale era consustanziale all´eloquenza privata di Lucio
Colletti. Ma lo diceva con dissimulato affetto per i suoi allievi testoni di un
tempo, e con l´invincibile e inconfessabile orgoglio di sapere che non c´era
nemmeno uno, tra i tanti promettenti giovani della sinistra romana che negli
anni 70 avessero avuto interessi per la filosofia e per la cultura umanistica
in senso lato, che non avesse avuto frequentazioni, anche sporadiche e
polemiche, con le lezioni dell´allievo di Galvano Della Volpe. Lì, in quelle
stanze del terzo piano della facoltà di Lettere e Filosofia dell´Università
romana, Colletti spiegava i rapporti tra Rousseau e Marx, spargeva veleno
contro la Scuola di Francoforte e il suo più famoso epigono, Herbert Marcuse,
che considerava alla stregua di un ciarlatano, metteva in guardia l´uditorio
dalle seduzioni di quel "reazionario tutto d´un pezzo" di Martin
Heidegger. Non tutti i suoi studenti conoscevano il percorso politico di
Colletti, la sua prima asserita (ma mai provata) adesione elettorale alla
socialdemocrazia di Saragat, l´approdo nel pci, le sorvegliate simpatie
trotzkiste, i rapporti di collaborazione con la casa editrice di Giulio
Savelli, la rottura con il pci, la direzione della Sinistra (gli attribuirono
quel fascicolo con le istruzioni per costruire una molotov, ma lui non
c´entrava niente). Ma tutti potevano afferrare la valenza politica e ideologica
delle lezioni filosofiche di Colletti. Però, quando uscì l´Intervista di addio
al marxismo, molti vissero quel congedo come un lutto culturale e cominciarono
a nutrire per Colletti un rancore inestinguibile, ancorché mitigato dalla
simpatia umana che non si poteva non provare nei confronti di quell´irregolare
per vocazione e per scelta per così dire estetico-stilistica. Ma molti lessero
quelle parole con un senso di liberazione, come l´approdo inevitabile di un
pensiero che non tollerava ricadute dogmatiche, spirito conformistico,
propensione alla scomunica. Dopo quell´intervista l´accademia di sinistra fece
terra bruciata attorno a Colletti. Cominciò per il pigro, l´indolente, il
neghittoso Colletti che l´accademia detestava disprezzandone i riti e gli
obblighi (e gli orari, per altro non massacranti), iniziò dunque per
l´irregolare Colletti la collaborazione giornalistica all´Espresso e poi al
Corriere della Sera, scriveva sempre più raramente di filosofia e sempre più di
politica, con una sempre più accentuata torsione nei confronti del pensiero
liberal-democratico e del nuovo corso riformista del socialismo di Craxi. I
maligni dicevano che l´abbandono del marxismo aveva coinciso per Colletti con
l´abbandono della filosofia e addirittura del pensiero complesso. Ma non era
vero. Colletti non aveva trovato nel commento politico soltanto una via più
facile e meno rigorosa d´intervento. C´era anche un´ansia, apparentemente contraddittoria
con il cinismo con cui spargeva le sue massime e le sue solenni stroncature, di
farsi ascoltare, di perforare la muraglia di diffidenza che l´accademia di
sinistra gli aveva eretto attorno. Chi lo ha conosciuto, a cominciare dalla
cerchia degli amici più collaudati, da Francesco Rosi a Enzo Bettiza, da
Alberto Ronchey a Lino Jannuzzi, da Ruggero Guarini a Giuliano Ferrara, non si
è certo stupito quando, nel `94, Colletti accettò di candidarsi nelle liste di
Forza Italia, a rimpolpare quel gruppo di intellettuali, il famoso ed effimero
"partito dei professori" (da Marcello Pera a Piero Melograni, da
Saverio Vertone a Giorgio Rebuffa), che doveva infondere spessore culturale al
centrodestra berlusconiano: la rottura con i concetti, i pensieri e gli umori
della sinistra era oramai per Colletti un fatto acquisito e digerito. Ma
nessuno si stupì nemmeno per il ruolo di colto bastian contrario, di elegante e
disincantato frondista, di micidiale artefice di aforismi avvelenati che
Colletti si cucì addosso, per la delizia dei giornalisti a caccia di battute
esilaranti e fuori del coro, nell´universo di quel leader politico che il
filosofo deputato di Forza Italia chiamava irriguardosamente "il
Berlusca". I mastini delle candidature gliela vollero far pagare, ma solo
per l´intervento del "Berlusca" Colletti non subì l´onta
dell´esclusione ("Sai che mi frega", diceva al telefono,
asserragliato nella sua casa romana della Balduina, mentre si cucinava da solo
una fettina di carne). Il viveur cinico cui s´inumidivano gli occhi quando
parlava della sua prole, con quegli stessi occhi che brillavano nella
descrizione colorita di una donna incontrata o conosciuta, aveva persino
scritto una lunga introduzione a una nuova edizione del Manifesto di Carlo
Marx. I mastini delle candidature non capirono. O forse, visto che non erano
testoni, avevano capito sin troppo. E non potevano amare un uomo come Lucio
Colletti, il filosofo dagli occhi cerulei che non voleva comprarsi un
telefonino perché, diceva, poi non poteva più scappare da "´sta massa di
babbei".]