![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 NOVEMBRE 2001 |
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«Tantum
potuit suadere religio», a tanto ha potuto indurre la religione. Così scriveva Lucrezio. E noi, duemila anni dopo ne sappiamo
qualcosa. Specialmente di questi
tempi, che sembrano toccare il fondo (ma c'è un fondo?) della superstizione e
del fanatismo.
Già
Pascal, filosofo e cristiano (non filosofo cristiano, ma filosofo e
cristiano) aveva usato le parole più dure per dire la stessa cosa. Non c'è
abominio in terra che non sia stato giustificato e addirittura santificato da
questa o quella religione. Omicidio, rapina, prostituzione, stupro,
incesto. Prendiamo una qualsiasi forma
di violenza, anche la più mostruosa, e troveremo da qualche parte il suo
altare. A sua volta Dostoevskij (più
nichilista di un filosofo, diceva di sé, e più cristiano di un contadino) con
la figura del suo Inquisitore ci avrebbe dato una rappresentazione potente
dell'ideologia religiosa, ossia della religione fatta servire a un progetto
totalitario di dominio sull'uomo.
Che
la religione abbia un suo lato d'ombra per non dire di tenebra, è
indubbio. Bisognerà allora trarre la
conseguenza che della religione è meglio liberarsi una volta per tutte? O
comunque salutare come un evento di progresso l'irreligiosità sempre più
diffusa nel cosiddetto mondo secolarizzato?
Nec vero superstizione tollenda religio tollitur. Guai, se con la
superstizione si sopprime anche il sentimento religioso, avvertiva a suo tempo
Cicerone. Il sentimento religioso, nonostante tutto, resta cosa preziosa. E irrinunciabile.
Il
fatto è che la religione, questa forma dell'esperienza cosi incline ad assumere
tratti oppressivi, rappresenta tuttavia un'estrema salvaguardia di
libertà. Lo sappiamo: tolto Dio, resta
il mondo. Ma dopo che il mondo (la
società, i suoi tribunali, le sue leggi) ha condannato l'innocente in modo
inappellabile, davvero è stata detta l'ultima parola? O l'ultima parola, la
più vera, è quella che chi soffre ingiustizia rivolge al suo Dio? Magari per bestemmiarlo, eppure nella
speranza di un ascolto che il mondo colpevolmente esclude.
Se la religione sta in rapporto con la superstizione, lo è nondimeno con la persecuzione. Sia quella inflitta sia quella subita. Lo sanno i cristiani. I quali si sono bensì macchiati delle colpe peggiori, ma è anche vero che continuano a essere oggetto di persecuzione. Come ha scritto qualche giorno fa Fiamma Nierenstein su La Stampa, autentica voce nel deserto, visto che sembra trattarsi di una verità che è meglio tacere: ovunque ci sono oggi cristiani perseguitati. E là dove ci sono perseguitati, c'è religione, c'è sentimento religioso, c'è invocazione a qualcuno o a qualcosa che non è di questo mondo.