![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 NOVEMBRE 2001 |
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Lo scienziato è in Italia per un seminario
C'è una
tribù di scienziati che da qualche anno si è liberata felicemente delle pastoie
accademiche e disciplinari per dilagare (creativamente, almeno così si spera)
attraverso una intricata foresta di cespugliosi rami del sapere scientifico,
che vanno dalla psicologia alle neuroscienze, passando attraverso informatica e
cibernetica, neuroscienze, Intelligenza Artificiale, antropologia, logica,
linguistica, matematica, filosofia, evoluzionismo, biologia e fisiologia, nel
tentativo di abbattere - attraversando il nebuloso continente della complessità
- le muraglie che tuttora circondano uno degli ultimi fortilizi della
esplorazione scientifica del mondo: la mente umana, e possibilmente
racchiuderla in una "macchina pensante". Sono i "cognitivisti".
Una disciplina,
insomma, per spiriti liberi e avventurosi. L'intento è approdare, passando
magari attraverso una rappresentazione del cervello come base fisica della
mente e la individuazione dei processi cerebrali che presiederebbero a
coscienza e autocoscienza, fino alla "produzione" dell'Io, alla
comprensione della mente, dei meccanismi del pensiero e insomma di ciò che - a
quanto si sa - rende gli esseri umani, almeno per ora, unici nel panorama degli
esseri viventi.
Uno dei
protagonisti di questa avventura intellettuale tra scienza, arte e filosofia è
Douglas R. Hofstadter, autore tra l'altro di uno dei pochi bestseller in
questo campo (Gödel, Escher, Bach. Una eterna ghirlanda brillante, edito anche
in Italia anni fa da Adelphi, un volume peraltro godibilissimo ad onta della
mole e della difficoltà dell'argomento perché Hofstadter è anche un abile
scrittore e divulgatore, e ha imperniato la discussione del tema su una serie
di dialoghi tra il Piè Veloce Achille e la Tartaruga, destinata questa - come
più ponderosa e "zenoniana" - a battere Achille non solo in velocità
ma anche sul piano della logica). Lo studioso è in questi giorni di nuovo in
Italia per un seminario all'università di Bologna (Hofstadter aveva già
soggiornato a lungo nel nostro paese, a Trento, compiendo ricerche presso
l'Istituto trentino di Cultura, nella divisione dedicata appunto in quegli anni
all'Intelligenza Artificiale). Oggi Hofstadter dirige nell'Università
dell'Indiana (USA) il "Center for Research on Concepts and Cognition",
uno dei centri di eccellenza negli Stati Uniti per le scienze cognitive.
Hofstadter
ha tutte le carte in regola per affrontare l'esplorazione di quel rapporto
mentecorpo che, da Cartesio in poi, ha arrovellato e arrovella tuttora filosofi
e psicologi e oggi anche gli scienziati "duri" (fisici e biologi
molecolari), alle prese col problema della rappresentazione della mente e della
individuazione delle sue basi fisiche. Dopo un preliminare amore per la
matematica e la fisica, Hofstadter si è buttato a corpo morto nella
esplorazione dei processi cognitivi, delle leggi del pensiero, dei meccanismi
della mente e dell'autocoscienza. Quanto meno, aggiunge di solito con
civettuola modestia, a individuare e chiarire le domande che sottostanno ai
problemi della mente e dell'Io, (ai quali ha dedicato un libro realizzato
insieme al filosofo Daniel Dennett: L'Io della mente, anch'esso edito in Italia
da Adelphi), senza nascondere le sue stesse perplessità davanti a queste
domande, nel tentativo di aiutare il lettore a fare piazza pulita di sicurezze
dogmatiche e luoghi comuni anche scientifici. Non per niente uno dei suoi
principali riferimenti è Kurt Gödel, il più grande logico dello scorso secolo,
il cui teorema di incompletezza di ogni sistema assiomatico (la dimostrazione, cioè,
che ogni sistema fondato su assiomi, come l'aritmetica, può produrre
proposizioni indecidibili, la cui verità o falsità non è dimostrabile) ha
rappresentato una delle rivoluzioni scientifiche e concettuali del Novecento e
al quale fa ampiamente riferimento Hofstadter nella sua indagine cognitiva.
Qualcuno lo
ha definito uno dei principali teorici dell'Intelligenza Artificiale, la
disciplina che si propone di realizzare "macchine pensanti", che
dovrebbero divenire i nostri successori. Una etichetta che Hofstadter respinge
sdegnosamente, preferendo per sé la definizione di "cultore di scienze
cognitive", che rende meglio l'idea della ricerca di ciò che accade nella
mente umana, ed è meno soggetta, dice lo scienziato americano, a suggestioni di
tipo industriale e sensazionalistico. Come si producono "eventi
creativi" nella nostra mente (ossia come nascono le idee originali)?
Attorno a Hofstadter, fin dagli anni Ottanta, si è formato un gruppo di
ricercatori (il FARG, Fluid Analogies Research Group) il cui obiettivo era ed è
costruire modelli di pensiero creativo: risolutivo per gli indirizzi di questa
ricerca è stato l'incontro di Hofstadter e dei suoi collaboratori con la
poesia, i giochi di parole, persino i lapsus (che già Freud aveva indicato come
rivelatori), ma principalmente con le analogie, con i corti circuiti mentali
che consentono come una improvvisa illuminazione di scorgere connessioni,
architetture linguistiche e concettuali nascoste spesso sotto l'uso automatico
dei linguaggi. Alle analogie e alla plasticità dei concetti Hofstadter ha
dedicato qualche anno fa un altro libro divulgativo di successo, Concetti
fluidi e analogie creative, anch'esso edito in Italia da Adelphi, che in
pratica illustra e descrive i modelli a cui stanno lavorando lui e il suo
gruppo all'Università dell'Indiana.
Modelli per
l'Intelligenza Artificiale? Non solo, replica Hofstadter. Il problema a cui le
ricerche del FARG si dedicano è la possibilità di rappresentazioni
computazionali di segmenti e caratteri del pensiero creativo e della coscienza:
la flessibilità, l'assenza di rigidità, l'adattabilità (di cui la natura ci ha
fornito uno straordinario modello nell'evoluzione della vita), l'agilità, che
sono anche alla base dell' "invenzione" scientifica e logicomatematica,
artistica, musicale (da ciò il richiamo nel suo libro principale al
"canone" di Bach, che partecipa delle strutture ricorsive, ad anello,
che per Hofstadter costituiscono la chiave del pensiero cognitivoanalogico e
quindi del possibile approccio computazionale alla mente e ai suoi prodotti).
Quindi l'individuazione del rapporto tra il cervello (che costituisce
l'hardware su cui opera il pensiero creativo) e la mente, che - portando avanti
l'analogia col computer - ne sarebbe il "programma", il software. Un
progetto ambizioso e non privo di rischi (intellettuali). Che naturalmente
incontra difficoltà crescenti e anche - nel suo stesso ambito disciplinare -
ostilità, sia da parte dei "realisti" - che ritengono alcuni limiti
invalicabili - sia persino da alcuni cognitivisti, neuroscienziati ed esperti
di Intelligenza Artificiale. Ad esempio secondo il neuroscienziato
dell'Università di New York Joseph LeDoux bisogna convincersi che "le
scienze cognitive sono la scienza di una sola parte della mente, quella che ha
a che fare con il pensiero, il ragionamento, l'intelletto", e quindi
tralasciano altri settori fondamentali, quali le emozioni. "Ma una mente
senza emozioni non è affatto una mente, è un'anima di ghiaccio, una creatura
fredda, inerte, priva di desideri, di paure, di affanni, dolori e gioie".
E uno dei padri delle scienze cognitive, lo psicologo e neurologo Howard
Gardner, ammoniva tempo fa: "Gli scienziati cognitivi vedono la mente
come un meccanismo per l'elaborazione di informazioni" e il cervello come
"un calcolatore di carne ed ossa", trascurando gli aspetti più
caratteristici degli esseri umani: coscienza, Io, libero arbitrio, personalità,
carattere, e consigliava ai ricercatori "approcci più letterari". Un
invito che Hofstadter e i suoi collaboratori sembrano avere colto in pieno,
facendo riferimento nel loro lavoro ai lati più sfuggenti e difficilmente
rappresentabili sul piano computazionale del lavoro artistico e alla intuizione
poetica, da Bach a Escher.}