RASSEGNA STAMPA

29 OTTOBRE 2001
PIETRO GRECO
Genetica: delizia o croce del terrorismo

Dalla scienza biomedica possono venire nuove e potentissime armi, ma anche i loro antidoti

Tre morti, una trentina di persone contagiate, centinaia di donne e uomini che vivono nell'angoscia di aver toccato o respi­rato spore di antrace.  L'attacco bio­terroristico in atto agli Stati Uniti è di media intensità.  Ma le vittime so­no già tante e la paura sta modifican­do lo stile di vita di milioni di perso­ne. Eppure il carbonchio è curabile sia nella sua forma polmonare sia, soprattutto, nella sua forma cutanea.  Ma cosa accadrebbe se i terroristi avessero a disposizione un'arma bio­logica più aggressiva?  Un'arma con un agente biologico resistente a ogni trattamento?

La domanda non è retorica, an­che se lo scenario evocato è scontato.  Qualsiasi società sottoposta a un at­tacco deliberato con un agente biologico resistente a ogni trattamento sa­rebbe fortemente destabilizzata.  La domanda non è retorica per due mo­tivi: perché il rischio di un simile at­tacco terroristico, per ora remoto, è destinato ad aumentare nel futuro prossimo venturo; e perché abbiamo la possibilità e il dovere di organizza­re una difesa, già nel futuro immediato. Nelle prossime settimane, infatti, si apre la «Quinta Conferenza di Re­visione della Convenzione sulle Ar­mi Biologiche».  E il problema della creazione, della proliferazione e del­l'uso di nuove e più terribili armi di distruzione di massa può e deve esse­re seriamente affrontato, perché do­po gli attentati dell'11 settembre, di­cono gli esperti, «tutto è possibile».

La sollecitazione non viene solo dagli ambienti dell'intelligence e degli studiosi di questioni militari.  Vie­ne anche dal mondo della scienza.  E, in particolare, dal mondo della scien­za biomedica.  Preoccupata che i più recenti sviluppi delle conoscenze e delle tecnologie della biologia mole­colare, della genetica e della micro­biologia possano portare i «terroristi in camice bianco» a realizzare nuove armi biologiche di inusitata aggressi­vità.  Tra gli ultimi a dare corpo a questa inquietudine e a indicare un programma d'azione sono stati, nei giorni scorsi, il biologo Claire Fraser e l'esperto di problemi militari Mal­com Dando, con un editoriale pubblicato sulla rivista Nature Genetics dal titolo: «La genomica e le armi biologiche del futuro: la necessità di un'azione preventiva da parte della comunità biomedica».

La storia delle armi biologiche ha attraversato almeno tre grandi fa­si. La prima è stata quella empirica, con l'utilizzo di agenti biologici pato­geni prodotti dalla natura.  Questa fa­se va dal Medioevo, quando veniva­no catapultati cadaveri di persone contagiate dalla peste, fino alla seconda guerra mondiale, quando gli Ingle­si realizzarono bombe con carcasse di animali infetti da carbonchio.  La seconda fase è stata quella dell'imme­diato dopoguerra, quando la scienza biologica entrò nei laboratori milita­ri per incrementare l'aggressività na­turale di batteri, virus e tossine.  In questa fase, tuttavia, i biologi lavora­vano contestualmente anche alla ri­cerca di strumenti di difesa.  In modo che ogni arma biologica avesse un antidoto, non fosse altro che per pro­teggere chi la deteneva.  La terza fase della storia è iniziata alla fine degli anni '70, quando gli Stati Uniti rinun­ciarono in modo unilaterale ad am­massare armi biologiche, ritenute po­co utili a fini militari, mentre in Unione Sovietica si iniziò a cercare in maniera sistematica di selezionare agenti biologici resistenti a ogni e qualsiasi trattamento.

Ora, però, si sta aprendo una nuova fase, la quarta: la fase genomi­ca. La fase che sfrutta le nuove cono­scenze prodotte col sequenziamento del Dna di svariati organismi e appli­ca queste conoscenze con tecniche di ingegneria genetica o di microbiolo­gia fine.  La genomica potrebbe porta­re, per usare le parole del biologo Steven Block, a una classe di armi completamente nuova, quella dei pa­togeni geneticamente modificati.  In realtà i «generali e/o i terroristi in camice bianco» potrebbero sfruttare le nuove conoscenze per produrre svariati sistemi d'arma: armi basate su batteri modificati per migliorare la loro resistenza agli antibiotici; armi basate su «virus invisibili» che possono essere introdotti nel geno­ma umano e indotti a scatenare la loro azione letale più tardi; armi ca­paci di attaccare e debilitare il siste­ma immunitario.

Qualcuno ritiene che queste ar­mi potrebbero essere disponibili già entro i prossimi cinque anni.  Ma Fra­ser e Dando non trascurano neppure la possibilità che nuove armi letali possano essere create, in modo del tutto involontario, in laboratori civi­li. E ricordano come nei mesi scorsi in Australia un gruppo di ricercatori si è accorto di aver selezionato inav­vertitamente un virus del vaiolo dei topi altamente letale.  Fraser e Dando ricordano anche che esistono istituiti a aziende biotecnologiche che, come la Maxygen di Redwood City, in California, cercano di accelerare i norma­li corsi dell'evoluzione genetica per ottenere «nuovi geni».  Chi ci dice, che tra questi «nuovi geni» non ve ne siano alcuni che si rivelano così peri­colosi da poter diventare una nuova arma?  In definitiva, la genomica, l'in­gegneria genetica e la microbiologia rappresentano la nuova frontiera del­le armi di distruzione di massa.  Lungo questa nuova frontiera si nascon­dono sia nuove e terribili armi biologiche sia nuove difese contro le armi biologiche  Abbiamo la

possibilità e il dovere di organizzarci perché quando giungeremo alla nuo­va frontiera possiamo cogliere tutte le buone opportunità di difesa e im­pedire le pessime occasioni di offesa.  Questa possibilità passa attraverso l'applicazione della Convenzione che dal 1972 mette al bando le armi biologiche.  L'applicazione piena del­la Convenzione impone procedure di verifica efficaci e quindi impone di aprire senza riserva i laboratori dei centri di ricerche e delle industrie biotecnologiche di tutti i paesi.  Un «mondo aperto» è l'obiettivo non più derogabile della prossima conferenza di revisione della Convenzione delle Armi Biologiche.
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